Quando, finalmente, saremo cittadini

di Daniele Madau

Questi sono i giorni del solstizio d’estate; i giorni, forse, più amati da tutti noi, in tutta la nostra vita: da quando, ragazzi, ne vivevamo fino all’ultima scintilla di luce in fondo al cielo sino a quando, adulti, portiamo al mare per la prima volta nell’anno i nostri figli e ci riposiamo, all’aria aperta, dalla fatica del lavoro. Questa estate, poi, dovrebbe avere un sapore, una valenza speciali, come di un ritorno alla vita dopo un incubo.

Eppure, ogni estate, in Italia, ha un sentiero lastricato di epigrafi, pietre d’inciampo, monumenti di ammonimento che non ci lasciano tranquilli, e non devono farlo.Ha un fondo di verità l’idea che ‘la mafia uccide solo d’estate’, quando le città si svuotano, abbandonate nell’umano desiderio di riposo e serenità, prestando il fianco alle mani insanguinate delle criminalità e degli oscuri mandanti.

Si inizia in primavera, il 23 maggio, con la strage di Capaci e poco dopo, il 28, con Piazza della Loggia. A giugno, il 22 – oggi – con Emanuela Orlandi, il 27 con Ustica. Il 19 luglio, Via d’Amelio, Il 2 agosto la stazione di Bologna, il 3 l’Italicus. E un po’ prima, tra aprile e maggio, con Aldo Moro e la Moby Prince, nel momento in cui fiorisce la primavera.

Un calendario civile, in cui la nostra civiltà ne esce, però, sconfitta. La civiltà è formata dai cives, i cittadini, che già a Roma erano tutelati da diritti inalienabili, alcuni dei quali confluiti poi nel cittadino come riconosciuto dalle rivoluzioni del 1700.

Ebbene noi, con quel sentimento misto di rabbia e consapevolezza, dobbiamo ammettere che, quotidianamente, non viviamo come cittadini. Noi che non sappiamo la verità sulle morte di centinaia di nostri connazionali, che dobbiamo assistere a processi che parlano di stragi e depistaggi di Stato e, fatto che crea un dolore più lancinante, per questo non ci sentiamo tutelati e al sicuro.

Se assistiamo a tentennamenti imbarazzanti, se non umilianti, sul nostro Giulio Regeni è normale non provare sicurezza, pensando che al suo posto sarebbe potuto esserci qualunque altro dei nostri ragazzi. Il fatto, ironicamente tragico, è che noi -timidamente-pretendiamo dall’Egitto ciò che non abbiamo dato ai cittadini italiani: la verità, i colpevoli e i mandanti sulle stragi che costellano le nostre estati, e non solo. E così facendo, li priviamo della dignità stessa dei cives, i quali dovrebbero vivere nella sicurezza e nella verità.

Da più di trentacinque anni ascoltiamo le più svariate ipotesi sulla scomparsa di Emanuela Orlandi, avvenuta il 22 giugno 1983 a quindici anni – nella Città del Vaticano, è vero, ma come si possono fare distinzioni in un caso come questo? -eppure Pietro Orlandi, il fratello, sembra solo, come si sentivano soli Paolo Borsellino e Giovanni Falcone. Forse perché l’Italia, assuefatta e assopita da decenni di scandali scivolati , prima o poi, via, lascia soli i combattenti, preferendo l’oblio nei litorali estivi. Io provo a scrivere alcuni dei filoni seguiti dagli investigatori nel caso Orlandi, per generare un sussulto di coscienza, prima che il sole estivo ci inebri:padre Amorth e il pentito Vincenzo Calcara, a esempio, sono convinti che Emanule sia morta durante un festino a base di droga e sesso e sia sepolta in Vaticano con altre presunte giovani vittime. Antonio Mancini,un pentito della banda della Magliana, in un’intervista ha dichiarato che la Orlandi fu rapita dalla Banda per ottenere la restituzione del denaro investito nello IOR attraverso il Banco Ambrosiano, come ipotizzato da Rosario Priore, un giudice .

Vivere in uno Stato che permette queste zone d’ombra, queste connivenze, queste insicurezze non è degno. Lo Stato, però, siamo noi e noi i cittadini che ne costruiamo i valori, le speranze, le energie. Pensiamo a una quotidianità in cui, alle bellezze del nostro patrimonio, potessimo aggiungere i valori della sicurezza e del dirittto alla verità di ogni italiano: ebbene, dipende da noi, dalla nostra sete di verità, dal nostro costruire la civiltà.

In chiusura, la speranza, quella che inaliamo con la cultura. Così, nel Simposio si immagina la migliore delle civiltà, quella composta da innamorati, in cui si dà la vita per ogni membro della polis: ‘oh, se ci potesse essere una città o un esercito composto tutto di innamorati, non vi sarebbe modo migliore di reggerlo e di vedere uomini rifuggire dal male e rivaleggiare tra loro nelle belle azioni; in guerra, poi, messi uno al fianco dell’altro, anche se in pochi, si può dire che vincerebbero il mondo intero. Perché l’uomo innamorato sarebbe disposto ad abbandonare il suo reparto, a gettare le armi sotto gli occhi di tutti, ma non dinanzi alla persona amata, piuttosto preferirebbe centomila volte morire; e, d’altronde, abbandonare la persona cara, non prestarle il suo aiuto se è in pericolo, non c’è nessun uomo tanto vile cui Amore non riesca ad infondere il necessario coraggio, come se fosse posseduto da un dio e renderlo uguale a chi è coraggioso di natura. Insomma, lo stesso soffio divino che, a quanto dice Omero, un dio infonde in taluni eroi, Amore, come un suo dono, suscita in quelli che amano.’

2 pensieri riguardo “Quando, finalmente, saremo cittadini

  1. Siamo una nazione dipendente in tutto dalle politiche di chi sta fuori dai nostri confini. Se qualcuno non si rende conto è libero di farlo.
    La storia del nostro paese è seminata di eroi, santi, imprenditori di grandi capacità, di geni, di persone con grandi capacità ma a quanto pare tutto ciò unito a quanti essi ci hanno lasciato non serve neanche un po’ a farci riflettere.
    Se tutto questo è avvenuto non posso pensare che sia frutto del caso ma di un meccanismo che pian piano ci sta stritolando.
    Forse è inutile continuare a riportare in luce storie vecchie per provare a sbrogliare la matassa perché credi sia inutile. Forse sarebbe meglio invece ripartire dalla radice e provare a ricostruire da zero la nostra identità.
    Saluti

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