La mafia non ha vinto: non ci ha tolto il sorriso di Emanuela

di Daniele Madau e Concita De Gregorio

Alla vigilia del 19 luglio di tre anni fa – in occasione del 25mo anniversario della strage-sono andato a trovare la sorella di Emanuela Loi, Claudia. Emanuela è stata uccisa in via D’Amelio: era nata a Sestu, provincia di Cagliari, era agente di polizia, aveva 24 anni. E’ stata la prima poliziotta a morire in servizio, non aveva ancora completato l’addestramento.  Con lei sono morti nella strage Paolo Borsellino, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina. A quell’incontro aveva dedicato spazio Concita De Gregorio, su ‘Repubblica’, a cui avevo scritto, ricordando Emanuela così:

“Potrei parlarti di tante cose, della scuola, dei ragazzi ma scrivo invece per ricordare Emanuela Loi. Penso molto a lei. Ha un posto privilegiato nel mio cuore, non solo perché mia conterranea. Nei giorni scorsi sono andato a trovare sua sorella Claudia, ne ho scritto per il mio giornale”, dice Daniele che invia il racconto del loro incontro. E’ un resoconto lungo e bello di cui sono costretta a pubblicare solo qualche passaggio. La conclusione – il sorriso, arma invincibile – è quella.

“Ma chi è lo Stato? Lo Stato siamo noi”. Su questo siamo d’accordo con Claudia e il marito Enrico. Lo Stato siamo noi, nonostante tutto. Emanuela faceva da scorta a obiettivi sensibilissimi – diciamolo brutalmente, con le parole di Borsellino stesso: a morti che camminano – senza aver potuto svolgere il periodo di addestramento. Avrebbe dovuto farlo in Sardegna, ma di addestrarsi non ha avuto il tempo.

“I giorni immediatamente prima dell’attentato Emanuela era a Sestu e non stava bene ma si preparava a ripartire. La madre avrebbe voluto che restasse ancora un po’, che si riprendesse ma, con naturalezza, lei rispose che anche gli altri avevano diritto ad andare in ferie. Ripartì. Chiamava a casa con regolarità, saltando solo raramente qualche giorno: rassicurava tutti, pur non potendo esporsi, e scherzava con Claudia. Il sabato 18 non chiamò, a casa non si preoccuparono. Domenica 19 però tardava e i genitori erano un po’ in ansia. Emanuela era a disposizione in caserma e quel giorno c’era bisogno di un agente nella scorta di Paolo Borsellino. Del seguito, poi, sappiamo tutto. Non ho voluto chiedere nulla del padre e della madre: sappiamo che sono morti di dolore. Non abbiamo parlato neanche dei mafiosi, dei processi, dei misteri: Claudia mi rivela che non vuole pensarci. Si è sempre sentita accompagnata dallo Stato, da quella parte dello Stato che non si dimentica mai di Emanuela. Anche il fratello Marcello ora è sereno: è diventato poliziotto dopo sette anni di disoccupazione e dopo aver perso la sorella, i genitori, la moglie e un figlio. Eppure anche parlando della sua vita e dei suoi dolori, sorridiamo pensando che ha un’altra figlia di nome Emanuela, nata nel ’92.

Con Claudia e Enrico ci chiediamo come mai Emanuela non solo sia ancora, naturalmente, amata ma lo sia sempre di più.  La prima e unica donna, ancora una ragazza, morta quel giorno nell’adempimento del suo dovere da poliziotta. Come una beffa per i mafiosi così patriarcali, così falsamente e vilmente virili. In questo periodo così duro per i diritti delle donne, la sua figura è ancora più preziosa. Ci salutiamo dicendoci, pensando, che la mafia non ha vinto perché non ci ha tolto il sorriso e la possibilità di ricordare Emanuela nella sua gioia di vivere”.

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