L’arte cinematografica che salva dalla fragilità: incontro col regista Enrico Pau, nei giorni di Venezia

di Daniele Madau

Enrico Pau è uno dei registi più importanti della scuola sarda, insieme, tra gli altri, a Cabiddu, Mereu, Marcias. Lo sguardo al passato e ai momenti di passaggio caratterizza la sua arte. Con lui, nella settimana del Festival di Venezia, parliamo del suo cinema e dei grandi maestri. Partiamo, però, dalla scuola, dove ha passato trent’anni della sua vita.

Come hai vissuto, Enrico, il periodo della didattica a distanza e cosa dovrà caratterizzare la ripartenza della scuola? A dire il vero, non so se potrò cominciare il nuovo anno scolastico, perché ancora non so se andrò in pensione. Tuttavia, sarò sempre un professore, sarò sempre legato a questo lavoro che ha occupato trent’anni della mia vita. Com’è naturale, non eravamo pronti a questo tipo di attività. Io, poi, insegno in una scuola di frontiera, dove non tutti gli alunni avevano la possibilità di una connessione. E’ stato, quindi, molto complicato ed avventuroso ma, proprio per questo, la situazione ha avuto degli elementi molto interessanti. Credo che mi abbia anche aiutato a cementare il mio rapporto con i ragazzi. Da questo punto di vista spero sia un’esperienza irripetibile anche se, al contraio, presumo si dovrà tornare a usare strumenti per i quali non siamo stati formati e che, perciò, dovranno diventare bagaglio delle competenze dei professori: darebbero una quantità enorme di opportunità in più per lavorare con i ragazzi. Bisogna solamente avere chiaro quanto potremo investire,in termini economici, in questo processo di cambiamento tecnologico che reputo imminente.

Il Festival di Venezia ha segnato la ripartenza, con un certo orgoglio italiano, delle rassegne d’arte cinematografica: era una priorità, in questo periodo così complesso? Io credo che si sia fatto bene a celebrare il festival, dove stanno rispettando tutti i protocolli di sicurezza. Avendo vissuto io l’esperienza di Venezia, nel 2017 con il cortometraggio l’Ultimo Miracolo, per la Settimana Internazionale della Critica- realizzato con il centro di formazione al cinema dell’Università di Cagliari e con la soddisfazione enorme, tra l’altro, di essere stato lì con gli studenti -conosco quella meravigliosa confusione di gente che arriva da ogni parte del mondo ma, immagino, ora sia tutto molto più contenuto. Nello stesso tempo però, come testimonia la mia produttrice-che sta lavorando in Irlanda -, conosco come sia duro fare cinema oggi, in queste condizioni. Usati tutti gli accorgimenti, io credo sia giusto procedere e non rinunciare più, a esempio, a Cannes, fatto molto doloroso. Per tornare, un attimo, all’esperienza di Venezia, vorrei sottolineare l’importanza del centro di formazione creato dall’Università di Cagliari, dove hanno insegnato tanti registi sardi, come Salvatore Mereu e Peter Marcias, che mettono nelle condizioni i ragazzi, anche se con piccole produzioni, di lavorare direttamente sul set e a me di condividere le esperienze e confrontarmi.

Hai citato il regista, nostro conterraneo, Peter Marcias, che è, appunto, a Venezia per le Giornate degli Autori, con il “Il tempo delle donne”, documentario su Nilde Iotti. E’ un bel periodo, questo, per il cinema italiano che, quest’anno, è davvero ben rappresentato a Venezia Il cinema italiano è da anni che dà segnali estremamente positivi e importanti, con un gruppo di registi molto talentuosi, tra i quali mi piace citare particolarmente Pietro Marcello e Alice Rohrwacher, e poi Garrone, Sorrentino, il nostro conterraneo Salvatore Mereu. Io penso che sia giusto che Venezia dia visibilità al nostro cinema e dia la possibilità di raggiungere un pubblico il più ampio possibile, internazionale.

Parlando della tua arte, io ritrovo come temetica ricorrente il riscatto umano: penso ad “Accabadora”, dove la protagonista si affranca, tramite l’amore, da un compito che le era stato imposto dalla comunità. Ti sembra corretta come visione? Singolarmente , questi film, hanno anche questo elemento. Però, a esempio, in Accabadora, c’è lo sguardo rivolto al nostro passato e in un periodo così difficile, quale quello dei bombardamenti, il desiderio di raccontare la mia città, Cagliari. Il film è anche un omaggio alla mia famiglia, che ha vissuto quel tragico avvenimento. C’è poi l’attenzione per personaggi che vivono momenti di cambiamento o di crisi, che stanno mutando il loro stato d’animo; in ultimo, mi interssa moltissimo l’aspetto geografico, dei luoghi, della natura, della città, delle periferie dove i fatti avvengono, ciò che circonda l’attività umana o la comprende o la contiene. Questa relazione tra il corpo umano e il corpo della città per me è importante, o la relazione tra il corpo umano e la natura, come, a esempio, in Accabadora,dove lo sfondo della natura presentava elementi misteriosi.

Il 2020 segna i cento anni dalla nascita di Fellini e i sessanta dalla “Dolce vita”. Ci puoi raccontare Fellini? Mi viene in mente la scena della Ricotta di Pasolini in cui Orson Welles – alla domanda: “Cosa pensa del cinema di Fellini”? -risponde: “Egli danza”. Egli danza. Bellissimo. Ecco, rubo questa definizione di Pasolini, che fa ripetere, in realtà, due volte a Orson Welles la risposta: “Egli danza, egli danza”. E’ un cinema impalpabile quello di Fellini che si colloca in una dimensione che non è né reale e neanche immaginaria. Ha creato veramente un universo parallelo, così visionario, usando, tra l’altro, la tecnica cinematografica nelle sue forme più raffinate, più invidiabili e irriproducibili. Ci son registi, come Sorrentino, che cercano di imitare certe strutture felliniane ma è complicato perché in Fellini c’era soprattutto istinto, che scaturiva da qualcosa che aveva dentro, un mondo passato popolato da ballerine senza speranza di un varietà decadente, comici che non fanno ridere, di orchestrine che suonano musiche malinconiche. Un’umanità dolente e poetica, un cinema immaginifico, totale e, quindi, irriproducibile. Non può essere neanche un esempio perché è inimitabile e, perciò, uno non può neanche dire di averlo dentro. Io ho un legame fortissimo con registi come Bergman e Dreyer ma, benché ami follemente il cinema felliniano e, a esempio, essendo io stato in gioventù un clown-personaggio così caro a Fellini – lui rimane per me intangibile, in una dimensione unica. Non è l’unico regista italiano ad avere questo privilegio, ce ne sono altri con forme e strutture diverse, come Michelangelo Antonioni: ecco loro, per bravura, si collocano in una dimensione altra, come Mozart; sono persone che nascono, probabilmente, perché devono raccontare il loro mondo, qualsiasi esso sia.

Prima di lasciarci, quattro domande per ritornare alla tua arte: quale film hai maggiormente mostrato ai ragazzi della scuola? Quale è la tua idea di arte cinematografica? Il tuo prossimo lavoro? E , irrinunciabile, un tuo pronostico per Venezia? Il prossimo mio film sarà un noir e per ora non posso dire altro. Su Venezia non posso azzardare pronostici: mi sarebbe piaciuto molto se Salvatore Mereu fosse in concorso, per provare l’emozione dell’attesa per un possibile premio. In passato, ai miei studenti ho fatto vedere moltissime volte “Uccellacci e uccellini”, di Pasolini. Però ormai i ragazzi son cambiati, c’è stata una mutazione e, ora, i ragazzi non hanno più pazienza. Da quando c’è internet, chiaramente, i film o hanno una struttura che li costringe a una sorta di relazione con lo schermo oppure li annoiano. L’arte per me- non essendo nato in una famiglia di intellettuali, anche se dai miei genitori ho avuto il regalo dell’amore per la cultura -è darsi il regalo di un’ancora di salvezza; salvezza, dal momento in cui ho scoperto il teatro, dalla mia fragilità adolescenziale, trovando così, dentro di me, il coraggio di raccontarmi, attraverso il cinema.

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