‘Poco prima di morire, Giovanni mi disse: La democrazia è in pericolo’. Incontro con Maria Falcone, nei trent’anni di Capaci

Giovanni Falcone

di Daniele Madau

In occasione del trentesimo anniversario della strage di Capaci, drammatico giorno in cui l’Italia, grazie al sacrificio di Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e degli uomini della scorta, prese definitivamente coscienza della efferata violenza mafiosa e seppe trovare la forza di reagire, ricordiamo la grande figura di Giovanni con la sorella Maria, presidentessa della Fondazione Falcone

Il collaboratore di giustizia Gaspare Mutolo ha, da poco, concesso una lunga intevista, per la prima volta è apparso anche a volto scoperto, affermando di voler dedicare gli ultimi anni della sua vita a riscattarsi dal male commesso. Fu Giovanni a far sì che collaborasse: come commenta le sue parole?

Ho letto l’intervista e sono rimasta colpita e commossa. Le sue parole dimostrano, in effetti, che è uno di quei collaboratori che si è veramente pentito dell’appartenenza a Cosa Nostra; attraverso lo sconto della pensa e attraverso una sua maturazione spirituale e intellettuale, ha capito quale male rappresenti la mafia e, soprattutto, ha capito che bisogna combatterla dal di dentro, all’interno della famiglia, cercando di convincere la donne a non legarsi a questa organizzazione così tremenda che tanto dolore ha portato in Sicilia e nel mondo.

Quanto ha rischiato l’Italia in quegli anni? Giovanni è stato un baluardo a livello di sistema?

Possiamo dire delle cose molto importanti: le ultime parole che ho sentito dire a Giovanni, quando ci siamo visti il 9 maggio, poco prima che morisse, sono state: ‘Bisogna far presto a combattere la mafia; con le notizie che abbiamo, la nostra democrazia è a rischio’. Lui, infatti, intravedeva nella mafia, non solo un’organizzazione criminale finalizzata a lucrare determinati guadagni ma un pericolo per la democrazia. Io credo che le morti che ricordiamo abbiano risvegliato la coscienza italiana e che, questo risveglio, abbia permesso di combattere in maniera più efficace Cosa Nostra.

E’ vero che Giovani ha patito la solitudine ed è altrettanto vero, come tante volte si è detto, che lui ha cominciato a morire per quello?

Ha vissuto una solitudine tremenda, soprattutto dai colleghi che vedevano in lui quasi un pericolo per le loro carriere, ma non ha patito la solitudine dell’anima, perché lui aveva tali interessi, tale era la sua voglia di lavorare, che ha trovato nel suo lavoro, ma anche nella cultura, nella musica e nell’arte quegli elementi che gli permisero di continuare a vivere.

Dove avete respirato quei valori che suo fratello ha incarnato in maniera così esemplare?

Io credo che non avremmo avuto il Giovanni che tutti conosciamo se non fosse nato in quella famiglia; quella famiglia che, per tradizione, era di patrioti, che amava l’Italia e aveva messo al primo posto i valori dell’unità e della democrazia. Inoltre, la ‘religione del dovere’, che si respirava in casa: ognuno doveva fare il proprio dovere, qualunque fosse il sacrificio da sopportare.

C’è un valore più alto del rispetto delle leggi?

Bisogna esaminare caso per caso: in generale le leggi non vanno violate. Bisogna vagliarle laddove possano diventare ingiustizia ma, questo, è un discorso troppo profondo.

Qual è il suo rapporto con i collaboratori di giustizia?

Riconduco la risposta a Giovanni: lui era convinto fosse uno strumento utilissimo, quasi necessario, per le indagini: non posso che essere favorevole, quindi, a questo strumento giudiziario. Sia Giovanni che Paolo avevano tanto richiesto una legge che perfezionasse questo istituto ma erano altrattanto chari nell’affermare che le parole dei collaboratori non fossero il Vangelo e dovevano essere riscontrate con vagli giuridici per appurarne la veridicità

Qual è stato il rapporto con la sua terra?

Giovanni amava l’Italia e la Sicilia, vedendone, come quasi i genitori coi figli, le debolezze e i problemi e cercava di migliorarle, provando a dare quelle opportunità che la mafia toglieva loro

Come saranno ricordati i trent’anni?

Per i trent’anni la Fondazione Falcone sta cercando di darne grande risalto attraverso una memoria condivisa di tutte le vittime della mafia. A piazza Magione, dove sono nati Giovanni e Palo, ci saranno le massime istituzioni e momenti dedicati ai ragazzi. Ci saranno , poi, delle esposizioni artistiche, perché l’arte, in quanto bellezza assoluta, può dare anche , chiamiamola così, una redenzione dalla mafa.

Come è stato vivere senza Giovanni?

A livello personale è stata un’assenza tremenda, che addolora, come parte della famiglia; ugualmente lo è stata come cittadina italiana, perché il suo lavoro avrebbe creato nuove idee nella lotta alla mafia

‘Non li avete uccisi, le loro idee camminano sulle nostre gambe’ hanno gridato i ragazzi: si è realizzato?

Io credo che sia la speranza che mi ha portato a camminare accanto ai giovani, agli insegnanti, e a portare avanti le loro idee. In parte si è realizzata, perché la società civile è molto maturata in questo senso, però il cammino è lungo e bisogna continuare a portare avanti quello striscione e convincere ancora di più la società verso quelle parole

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