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Intervista a Claudio Fava, il suo impegno e il ricordo di Giuseppe Fava e Peppino Impastato

Claudio Fava  è un politico, giornalista, sceneggiatore e scrittore. Ha lavorato per le testate dell’ indimenticato Giuseppe, ha sceneggiato I cento passi, e, ora, è presidente della Commissione Antimafia della Regione Sicilia. Ha subito numerose intimidazioni. Inaugurando una nuova testata giornalistica, è parso prezioso un dialogo con lui

In virtù delle sue esperienze al Giornale del Sud e a I Siciliani, secondo lei quali caratteristiche deve avere una nuova testata giornalistica?

Deve avere autonomia, determinazione e curiosità nel cercare la verità. E, soprattutto, deve avere chi ha voglia di perseguire tutto questo, usando moralità e professionalità, il cuore e la testa, a prescindere dal possibile editore.Purtroppo, non è affatto semplice in un contesto come quello attuale, neanche per le testate di grande tradizione e rilevanza.

La sua attività di sceneggiatore è di grande rilievo: non possiamo non citare, a questo proposito, I Cento Passi. Mentre si lavorava alla sceneggiatura e al film in generale, avevate la percezione della ricaduta che avrebbe avuto, a tutti i livelli?

Un po’ sì, perché è tanta la particolarità della figura di Peppino Impastato che tale, di conseguenza, è stata l’accoglienza dell’opinione pubblica e la ricaduta. La sua è stata una grande avventura epica e, al contempo, popolare; una figura in cui tutti si sono potuti identificare, come se fosse un fratello, una sorella , una mamma, un amico.

Ora è in scena il suo monologo teatrale Il mio nome è Caino: c’è qualche legame con I Cento Passi o, comunque, un filo che accomuna le sue opere?

No, sono opere diverse anche se in entrambe io osservo e non indago, in maniera né epigrafica né agiografica. In Il mio nome è Caino presento il mestiere e la banalità del male, dalla parte di chi lo rappresenta , in questo caso con la significativa figura di Caino.

Da un punto di vista politico, pensa che si possa vagheggiare un Partito del Sud che operi per la rinascita del meridione e dell’Italia intera?

No, non sono d’accordo. La grande questione meridionale deve essere presa in carico da tutta la nazione perché è una vicenda nazionale. Così come tutta la nazione è stata causa della grande deresponsabilizzazione che ha permesso lo stato in cui adesso versa il Sud e, soprattutto, la presenza delle organizzazioni mafiose.

A questo proposito, vorrei introdurre la figura di suo padre: al suo funerale non c’era nessun rappresentante delle istituzioni.

Sì ma io lo avvertivo come normale. Si era nel 1984 e non c’era nessuna possibilità che le autorità si schierassero apertamente contro l’organizzazione mafiosa.

Giuseppe era tornato da Roma e aveva scelto di lavorare nella sua Catania…

Sì, era rientrato perché aveva la possibilità di perseguire il suo grande desiderio : dirigere un giornale, Il Giornale del Sud.

Lei ha lavorato in quella redazione: cosa è rimasto del giornalismo nella sua vita?

Il giornalismo è uno stile di vita, è una qualità dello sguardo, è la curiosità, è il dubbio come virtù non come limite.

Giuseppe Fava si è circondato di giovani: come li conquistava?

Pur essendo di un’altra generazione,una generazione ormai seduta nei privilegi acquisiti, ha saputo conquistare i giovani con la sua autorevolezza e non con autorità, con la sua scapigliatura morale, insegnando, come detto, il dubbio come virtù.

Ultimamente si sta rivalutando, e inserendo nel panorama letterario, anche la sua qualità più propriamente, appunto, e squisitamente letteraria.

Sì, ha saputo interpretare, nelle sue opere letterarie, la sua epoca, la sua età; un’età di mezzo, che si rialzava dalle macerie della guerra e stava riappropriandosi dei sogni e delle speranza.

Se le chiedessi di parlarmi di suo padre, magari del lascito più prezioso, cosa risponderebbe?

Ho imparato, con gli anni, che, le parti più preziose, è bene e giusto tenerle per se stessi.

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