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Quella memoria che ci rende italiani

Il discorso del presidente Mattarella a S.Anna di Stazzema in occasione dei 50 anni dal conferimento al paese della medaglia d’oro

Sono trascorsi cinquant’anni da quando il Comune di Stazzema venne insignito della Medaglia d’oro al valor militare.

Qui vi è, per la Repubblica, un sacrario della sofferenza e del martirio inflitti dalla barbarie nazista, e un simbolo di quella resistenza all’oppressore che la gente della Versilia e tutto il popolo italiano seppero far prevalere con sacrificio e trasformare in riscossa civile.

A Sant’Anna si è compiuta – come tutti ben sapete – una strage di civili tra le più efferate e sanguinose della seconda guerra mondiale. A questa terra è stata inferta una ferita profondissima, che non potrà mai essere cancellata nella storia nazionale.

Quella mattina del 12 agosto 1944 i militari delle SS entrarono nelle frazioni di Stazzema e iniziarono il rastrellamento di donne, di anziani, di bambini, di sfollati. Si pensava che Stazzema fosse un rifugio sicuro, un riparo sia pur precario, tra le incombenti minacce della guerra e delle rappresaglie. Ma quel giorno non fu concesso riparo, né pietà a tanti figli di Stazzema, a famiglie intere, a malati e invalidi, a chi era scappato e si era rifugiato tra quei casolari. L’ideologia dell’annientamento trovò applicazione contro la popolazione civile, senza il minimo riguardo per ragazzi, per fanciulli, per neonati. Giovani militari al comando di ufficiali aguzzini, indottrinati al culto della razza superiore, sterminarono persone inermi che invocavano pietà.

Non si volle solo uccidere. L’obiettivo era annientare, cancellare l’umanità delle vittime e la coscienza stessa della comunità.

Nella Toscana nord-occidentale molti luoghi divennero teatro di battaglie, di uccisioni, di stragi. I fascisti collaboravano con l’invasore e si facevano suggeritori ed esecutori di rappresaglie. Forno, Pioppeti di Montemagno, Fivizzano, Mezzano sono solo alcune tappe del lungo percorso di sangue che ha attraversato queste bellissime terre e si è poi inoltrato nell’Appennino, fino a giungere a Marzabotto, a Monte Sole.

Sono tante, nella tragicità che le contrassegna, le similitudini tra Sant’Anna di Stazzema e Monte Sole, autentici calvari civili del Continente europeo. Le piccole chiese profanate e violate, con il massacro di quanti vi avevano cercato rifugio, resteranno un simbolo indelebile impresso nella coscienza di ogni uomo libero.

Ma non c’è alcuna ragione di guerra che possa anche soltanto attenuare la disumana crudeltà inflitta alle persone e ai loro corpi straziati, accatastati, e per oltraggio anche arsi nel fuoco.

Nulla potrà mai cancellare il ricordo di Anna Pardini, uccisa a soli 20 giorni tra le braccia della mamma. Nulla potrà eguagliare il dolore di Antonio Tucci che pensava di aver messo al sicuro a Sant’Anna la moglie e gli otto figli, per trovarli invece tra i morti della piazza.

Come la piccola Anna, come la famiglia Tucci, furono centinaia e centinaia i martiri di Stazzema.

In questi ricordi – qui a Sant’Anna di Stazzema – si trova una radice della Repubblica.

Bene fanno gli storici a continuare la ricerca tra i punti che restano ancora da unire in quella tremenda giornata. La consistenza effettiva dei partigiani nella zona, dopo le divisioni interne alla brigata e i ripetuti scontri con i tedeschi nei giorni precedenti. La presenza e le responsabilità di fascisti accanto ai reparti tedeschi che compirono il rastrellamento a Stazzema. L’incursione di sciacalli che provarono a strappare le poche cose di valore a chi era stato da poco ucciso. Oltraggio che si aggiunse all’oltraggio.

Qui, a Sant’Anna di Stazzema, si avverte il significato più profondo del nostro continuare a fare memoria.

Perché la memoria è un dovere. Rappresenta un valore di umanità. Costituisce patrimonio della comunità.

Il tempo può attenuare il dolore, può allontanare lo strazio degli orrori più indicibili, ma non dobbiamo consentire che le coscienze si addormentino, che le intelligenze smettano di produrre anticorpi al virus della violenza e dell’odio, che la nostra responsabilità verso le giovani generazioni sia elusa sino al punto di rinunciare al passaggio di testimone della memoria.

Dare testimonianza fa parte del nostro dovere di solidarietà. Quelle centinaia di vite spezzate a Stazzema, quella sacralità umana negata e oltraggiata, chiedono di essere sempre onorate da quanti credono che i diritti inviolabili dell’uomo, i valori della pace e della democrazia, l’uguaglianza degli esseri umani, conferiscano alla vita dignità e livello morale.  

Per questo il primo ringraziamento va proprio alla comunità di Stazzema. E la Repubblica le rinnova la sua solidarietà.

Quella Medaglia d’oro di cinquant’anni fa è un segno di riconoscenza per quel che è stato fatto negli anni della ricostruzione e della libertà riconquistata, e per ciò che continuate a fare. Avete reclamato giustizia quando la coltre di dolore e di silenzi impediva di ricomporre per intero le stesse sequenze dell’eccidio. Avete con tenacia continuato a cercare e ricostruire la verità, aiutando i sopravvissuti a superare l’angoscia per l’immenso male subito.

Non è stato facile risalire lungo i sentieri della verità. I silenzi e le omissioni lasciano sempre delle ombre. Ma siete riusciti a raggiungere traguardi importanti, disvelando protagonisti, responsabilità, crudeltà, comprese le folli motivazioni che resero possibile tanto orrore. Lo avete fatto per voi ma avete anche reso un servizio all’Italia.

La nostra civiltà democratica non è sorta dal nulla. È nata perché chi ha conosciuto l’orrore ha promesso solennemente alle nuove generazioni che mai più quell’orrore si sarebbe ripetuto. Questa promessa è iscritta nella nostra Costituzione, dove i diritti sono legati ai doveri di solidarietà, dove l’uguaglianza non è soltanto un orizzonte ma un impegno incessante a rimuovere gli ostacoli, le discriminazioni, le ingiustizie.

Lo ha sottolineato, con parole efficaci, lo storico Pietro Scoppola: “Una guerra di dimensioni mondiali scaturita dalla volontà di potenza di una nazione che si giudicava superiore a tutte le altre”, mentre – diceva – con la nostra Costituzione “si ribalta nel principio opposto della limitazione della sovranità dello Stato nel quadro di un ordinamento che assicuri pace e giustizia tra i popoli”. Quella pace che è evocata qui.

Eppure dobbiamo essere vigili. I mutamenti epocali in atto ci offrono opportunità straordinarie, in ogni campo, ma al tempo stesso provocano paure, disorientamenti, chiusure. Il germe dell’odio non è sconfitto per sempre. Il timore del diverso, il rifiuto della differenza, la volontà di sopraffazione, sono sentimenti che possono ancora mettere radici, svilupparsi e propagarsi.

Il processo di costruzione europea è stato la proiezione esterna, lo sviluppo coerente dei principi che hanno ispirato la Resistenza e unito il popolo italiano attorno alla sua Carta costituzionale. Nazismo e fascismo, scrisse Thomas Mann, hanno tentato “un furto di Europa”. E scriveva: “L’Europa era il contrario dell’angustia provinciale, dell’egoismo limitato, della rozzezza e incultura del nazionalismo: voleva dire libertà, larghezza, spirito e bontà”. Queste parole di Thomas Mann sono emblematiche, significative.

Noi, insieme agli altri Paesi europei, abbiamo compreso che non si dovevano ripetere gli errori successivi alla Grande Guerra, e che la risposta alla volontà di potenza, all’ideologia del dominio e dello sterminio, agli orrori della guerra doveva collocarsi all’altezza della civiltà d’Europa.

Ed è significativo che in questi luoghi, dove avete, appunto, avuto la forza di erigere un monumento alla memoria e il Parco dedicato alla Pace, si siano vissuti segni di riconciliazione, come la visita del Presidente tedesco Joachim Gauck, del Presidente del Parlamento europeo Martin Schultz, che si sono inchinati davanti all’ossario delle vittime. Gesti che hanno mostrato, una volta di più, come l’Europa unita sia la vera risposta di civiltà all’ideologia di oppressione e di morte che il nazismo e il fascismo volevano imporre ai nostri popoli.

Nei giorni dello sterminio di Stazzema, Elio Toaff era sfollato a Valdicastello, a pochi chilometri da qui, e si salvò fortunosamente da una rappresaglia nazista. Toaff era solito ripetere che “gli eventi storici acquistano una prospettiva solo a distanza di tempo”.

La prospettiva che è emersa dalla reazione alla ferocia di quell’estate del ’44 e dalla Liberazione è proprio quello dell’unità europea, l’Europa unione di minoranze, casa comune di libertà, uguaglianza e solidarietà, motore di democrazia e di cooperazione. Ripeterlo qui a Sant’Anna di Stazzema non è una liturgia ma un’affermazione impegnativa.

Si tratta di un’assunzione di responsabilità. Perché, pur essendo imperfetta, fragile, incompiuta, l’Unione europea rimane il più forte antidoto al ritorno dei muri, dei risentimenti nazionalisti, dei fanatismi che non di rado esibiscono la loro carica distruttiva.

Sono comparse, da recente, in questi mesi, scritte contro ebrei sui muri e persino su porte di abitazioni. Folli e fanatici assassini hanno colpito cittadini inermi in borghi e quartieri della nostra Europa. Sono fenomeni limitati ma che non possono essere sottovalutati. Perché puntano a colpire i principi, le fondamenta della convivenza, la stessa memoria. La memoria non appartiene mai soltanto al passato ma è parte della nostra vita e della costruzione del futuro.

Con la Medaglia d’oro al valor militare assegnata al Comune, ricordiamo oggi le Medaglie d’oro al valor civile di Stazzema. Vittime ed eroi al tempo stesso: don Fiore Menguzzo, don Innocenzo Lazzeri, Genny Babilotti Marsili, Milena Bernabò, Cesira Pardini, la sorella di Anna, che a Coletti riuscì a nascondersi, a salvare un altro bambino e a portar via la sorellina neonata, che purtroppo non sopravvisse.

Sono persone che rappresentano un’intera comunità straziata.

Sono trascorsi cinquant’anni da quando il Comune di Stazzema venne insignito della Medaglia d’oro al valor militare.

Qui vi è, per la Repubblica, un sacrario della sofferenza e del martirio inflitti dalla barbarie nazista, e un simbolo di quella resistenza all’oppressore che la gente della Versilia e tutto il popolo italiano seppero far prevalere con sacrificio e trasformare in riscossa civile.

A Sant’Anna si è compiuta – come tutti ben sapete – una strage di civili tra le più efferate e sanguinose della seconda guerra mondiale. A questa terra è stata inferta una ferita profondissima, che non potrà mai essere cancellata nella storia nazionale.

Quella mattina del 12 agosto 1944 i militari delle SS entrarono nelle frazioni di Stazzema e iniziarono il rastrellamento di donne, di anziani, di bambini, di sfollati. Si pensava che Stazzema fosse un rifugio sicuro, un riparo sia pur precario, tra le incombenti minacce della guerra e delle rappresaglie. Ma quel giorno non fu concesso riparo, né pietà a tanti figli di Stazzema, a famiglie intere, a malati e invalidi, a chi era scappato e si era rifugiato tra quei casolari. L’ideologia dell’annientamento trovò applicazione contro la popolazione civile, senza il minimo riguardo per ragazzi, per fanciulli, per neonati. Giovani militari al comando di ufficiali aguzzini, indottrinati al culto della razza superiore, sterminarono persone inermi che invocavano pietà.

Non si volle solo uccidere. L’obiettivo era annientare, cancellare l’umanità delle vittime e la coscienza stessa della comunità.

Nella Toscana nord-occidentale molti luoghi divennero teatro di battaglie, di uccisioni, di stragi. I fascisti collaboravano con l’invasore e si facevano suggeritori ed esecutori di rappresaglie. Forno, Pioppeti di Montemagno, Fivizzano, Mezzano sono solo alcune tappe del lungo percorso di sangue che ha attraversato queste bellissime terre e si è poi inoltrato nell’Appennino, fino a giungere a Marzabotto, a Monte Sole.

Sono tante, nella tragicità che le contrassegna, le similitudini tra Sant’Anna di Stazzema e Monte Sole, autentici calvari civili del Continente europeo. Le piccole chiese profanate e violate, con il massacro di quanti vi avevano cercato rifugio, resteranno un simbolo indelebile impresso nella coscienza di ogni uomo libero.

Ma non c’è alcuna ragione di guerra che possa anche soltanto attenuare la disumana crudeltà inflitta alle persone e ai loro corpi straziati, accatastati, e per oltraggio anche arsi nel fuoco.

Nulla potrà mai cancellare il ricordo di Anna Pardini, uccisa a soli 20 giorni tra le braccia della mamma. Nulla potrà eguagliare il dolore di Antonio Tucci che pensava di aver messo al sicuro a Sant’Anna la moglie e gli otto figli, per trovarli invece tra i morti della piazza.

Come la piccola Anna, come la famiglia Tucci, furono centinaia e centinaia i martiri di Stazzema.

In questi ricordi – qui a Sant’Anna di Stazzema – si trova una radice della Repubblica.

Bene fanno gli storici a continuare la ricerca tra i punti che restano ancora da unire in quella tremenda giornata. La consistenza effettiva dei partigiani nella zona, dopo le divisioni interne alla brigata e i ripetuti scontri con i tedeschi nei giorni precedenti. La presenza e le responsabilità di fascisti accanto ai reparti tedeschi che compirono il rastrellamento a Stazzema. L’incursione di sciacalli che provarono a strappare le poche cose di valore a chi era stato da poco ucciso. Oltraggio che si aggiunse all’oltraggio.

Qui, a Sant’Anna di Stazzema, si avverte il significato più profondo del nostro continuare a fare memoria.

Perché la memoria è un dovere. Rappresenta un valore di umanità. Costituisce patrimonio della comunità.

Il tempo può attenuare il dolore, può allontanare lo strazio degli orrori più indicibili, ma non dobbiamo consentire che le coscienze si addormentino, che le intelligenze smettano di produrre anticorpi al virus della violenza e dell’odio, che la nostra responsabilità verso le giovani generazioni sia elusa sino al punto di rinunciare al passaggio di testimone della memoria.

Dare testimonianza fa parte del nostro dovere di solidarietà. Quelle centinaia di vite spezzate a Stazzema, quella sacralità umana negata e oltraggiata, chiedono di essere sempre onorate da quanti credono che i diritti inviolabili dell’uomo, i valori della pace e della democrazia, l’uguaglianza degli esseri umani, conferiscano alla vita dignità e livello morale.  

Per questo il primo ringraziamento va proprio alla comunità di Stazzema. E la Repubblica le rinnova la sua solidarietà.

Quella Medaglia d’oro di cinquant’anni fa è un segno di riconoscenza per quel che è stato fatto negli anni della ricostruzione e della libertà riconquistata, e per ciò che continuate a fare. Avete reclamato giustizia quando la coltre di dolore e di silenzi impediva di ricomporre per intero le stesse sequenze dell’eccidio. Avete con tenacia continuato a cercare e ricostruire la verità, aiutando i sopravvissuti a superare l’angoscia per l’immenso male subito.

Non è stato facile risalire lungo i sentieri della verità. I silenzi e le omissioni lasciano sempre delle ombre. Ma siete riusciti a raggiungere traguardi importanti, disvelando protagonisti, responsabilità, crudeltà, comprese le folli motivazioni che resero possibile tanto orrore. Lo avete fatto per voi ma avete anche reso un servizio all’Italia.

La nostra civiltà democratica non è sorta dal nulla. È nata perché chi ha conosciuto l’orrore ha promesso solennemente alle nuove generazioni che mai più quell’orrore si sarebbe ripetuto. Questa promessa è iscritta nella nostra Costituzione, dove i diritti sono legati ai doveri di solidarietà, dove l’uguaglianza non è soltanto un orizzonte ma un impegno incessante a rimuovere gli ostacoli, le discriminazioni, le ingiustizie.

Lo ha sottolineato, con parole efficaci, lo storico Pietro Scoppola: “Una guerra di dimensioni mondiali scaturita dalla volontà di potenza di una nazione che si giudicava superiore a tutte le altre”, mentre – diceva – con la nostra Costituzione “si ribalta nel principio opposto della limitazione della sovranità dello Stato nel quadro di un ordinamento che assicuri pace e giustizia tra i popoli”. Quella pace che è evocata qui.

Eppure dobbiamo essere vigili. I mutamenti epocali in atto ci offrono opportunità straordinarie, in ogni campo, ma al tempo stesso provocano paure, disorientamenti, chiusure. Il germe dell’odio non è sconfitto per sempre. Il timore del diverso, il rifiuto della differenza, la volontà di sopraffazione, sono sentimenti che possono ancora mettere radici, svilupparsi e propagarsi.

Il processo di costruzione europea è stato la proiezione esterna, lo sviluppo coerente dei principi che hanno ispirato la Resistenza e unito il popolo italiano attorno alla sua Carta costituzionale. Nazismo e fascismo, scrisse Thomas Mann, hanno tentato “un furto di Europa”. E scriveva: “L’Europa era il contrario dell’angustia provinciale, dell’egoismo limitato, della rozzezza e incultura del nazionalismo: voleva dire libertà, larghezza, spirito e bontà”. Queste parole di Thomas Mann sono emblematiche, significative.

Noi, insieme agli altri Paesi europei, abbiamo compreso che non si dovevano ripetere gli errori successivi alla Grande Guerra, e che la risposta alla volontà di potenza, all’ideologia del dominio e dello sterminio, agli orrori della guerra doveva collocarsi all’altezza della civiltà d’Europa.

Ed è significativo che in questi luoghi, dove avete, appunto, avuto la forza di erigere un monumento alla memoria e il Parco dedicato alla Pace, si siano vissuti segni di riconciliazione, come la visita del Presidente tedesco Joachim Gauck, del Presidente del Parlamento europeo Martin Schultz, che si sono inchinati davanti all’ossario delle vittime. Gesti che hanno mostrato, una volta di più, come l’Europa unita sia la vera risposta di civiltà all’ideologia di oppressione e di morte che il nazismo e il fascismo volevano imporre ai nostri popoli.

Nei giorni dello sterminio di Stazzema, Elio Toaff era sfollato a Valdicastello, a pochi chilometri da qui, e si salvò fortunosamente da una rappresaglia nazista. Toaff era solito ripetere che “gli eventi storici acquistano una prospettiva solo a distanza di tempo”.

La prospettiva che è emersa dalla reazione alla ferocia di quell’estate del ’44 e dalla Liberazione è proprio quello dell’unità europea, l’Europa unione di minoranze, casa comune di libertà, uguaglianza e solidarietà, motore di democrazia e di cooperazione. Ripeterlo qui a Sant’Anna di Stazzema non è una liturgia ma un’affermazione impegnativa.

Si tratta di un’assunzione di responsabilità. Perché, pur essendo imperfetta, fragile, incompiuta, l’Unione europea rimane il più forte antidoto al ritorno dei muri, dei risentimenti nazionalisti, dei fanatismi che non di rado esibiscono la loro carica distruttiva.

Sono comparse, da recente, in questi mesi, scritte contro ebrei sui muri e persino su porte di abitazioni. Folli e fanatici assassini hanno colpito cittadini inermi in borghi e quartieri della nostra Europa. Sono fenomeni limitati ma che non possono essere sottovalutati. Perché puntano a colpire i principi, le fondamenta della convivenza, la stessa memoria. La memoria non appartiene mai soltanto al passato ma è parte della nostra vita e della costruzione del futuro.

Con la Medaglia d’oro al valor militare assegnata al Comune, ricordiamo oggi le Medaglie d’oro al valor civile di Stazzema. Vittime ed eroi al tempo stesso: don Fiore Menguzzo, don Innocenzo Lazzeri, Genny Babilotti Marsili, Milena Bernabò, Cesira Pardini, la sorella di Anna, che a Coletti riuscì a nascondersi, a salvare un altro bambino e a portar via la sorellina neonata, che purtroppo non sopravvisse.

Sono persone che rappresentano un’intera comunità straziata.

In loro nome continuerà l’impegno per costruire una civiltà più libera e giusta, che rappresenta il nostro orizzonte di speranza e che nessuno potrà mai strappare dalle nostre coscienze di italiani liberi.

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