Incontro con la candidata al Nobel per la Pace Luisa Morgantini: ‘La comunità internazionale deve intervenire a Gerusalemme’

di Daniele Madau

Le notizie che arrivano Gerusalemme, dove i palestinesi si sono ribellati ai coloni israeliani, interrogano la nostra capacità di interessarci dei popoli, della pace, della nostra terra. Come pervasi anche noi dal’istinto di aggresività, piuttosto che dalla riflessione, ci schieriamo nettamente da una parte o dall’altra, perdendo un po’ di lucidità. Chiedo, allora, a Luisa Morgantini, il cui racconto ascolto con desiderio di conoscere, anche se, data la sua storia, so che le sue saranno parole di difesa dei palestinesi, senza mai perdere, però, una visione d’insieme. Luisa Morgantini, infatti, da gennaio 2007 è stata eletta Vicepresidente del Parlamento Europeo con l’incarico delle politiche europee per l’Africa e per i diritti umani. Ha fatto parte delle seguenti Commissioni: per lo sviluppo, per i diritti della donna e l’uguaglianza di genere, Affari Costituzionali, Sottocommissione per i diritti dell’uomo. È tra le fondatrici della rete internazionale delle Donne in nero contro la guerra e la violenza e fa parte del coordinamento nazionale dell’Associazione per la pace, un movimento per la non violenza e la pace. Fortemente impegnata per la pace e il riconoscimento di giustizia, diritti e libertà in Palestina, ha fondato ed è attualmente presidente dell’associazione AssoPacePalestina. Ha ricevuto il premio per la pace delle Donne in Nero israeliane e il premio Colombe d’oro per la Pace, di Archivio Disarmo; è tra le 1000 donne nel mondo che sono state candidate al Premio Nobel per la Pace.

Da dove vengono, dove sono le radici che hanno generato gli scontri a cui assistiamo in questi giorni?

La causa principale di questa rivolta all’interno di Gerusalemme è l’occupazone militare israeliana della città che perdura dal 1967. Il 12 maggio, tra l’altro, per Israele, è stato il giorno della gloria, cioè il giorno in cui nel ’67 conquistarono Gerusalemme Est, la Cisgiordania e Gaza. Gerusalemme Est, sino ad allora e a partire dall’armistizio del 1949, era stata sostanzialmente data alla Giordania. Dal 1967, quindi, quella che i palestinesi considerano una città conquistata, per Israele ha significato il poter dichiarare Gerusalemme, unica e indivisibile, capitale dello Stato di Israele. Cosa è successo dal 1967 in poi? E’ successo che in quel 22 per cento di territorio destinato ai palestinesi, gli israeliani hanno costruito delle colonie in un numero tale che, dopo gli accordi di Oslo del 1993, in zone che – per la comunità internazionale – dovevano essere palestinesi erano presenti 150.000 coloni, destinati a crescere, andando così contro la convenzione di Ginevra che vieta a un paese che ne conquisti un altro di trasferirvi parte della popolazione.

Ha citato gli ‘accordi di Oslo’: quali furono i termini di questi accordi? E quali furono i principali eventi successivi?

Gli accordi di Oslo sono stati firmati nel 1991, dopo la prima Intifada, iniziata nel 1987. Intifada che presentava Davide contro Golia, essendoci bambini, ragazzini e donne palestinesi che combattevano, appunto, contro l’occupazione militare israeliana in quel 22% di territorio palestinese rimasto dopo la spartizione del 1947 -che assegnava il 54% agli israeliani, il 46 ai Palestinesi e lo status internazionale a Gerusalemme – ma, soprattutto, dopo la conquista del territorio a seguito della guerra del 1948/49, che fu, quella sì, davvero una guerra, in quanto i palestinesi ebbero un esercito, anche se disastrato. Israele arrivò a conquistare un altro 24% del territorio, mentre il restante 22 è rimasto, in realtà, sotto il dominio della Giordania, sotto cui è rimasto, appunto, sino al 1967.Negli accordi di Oslo, però, si è rivelata subito l’asimmetria tra le due parti, a esempio: la Palestina ha riconosciuto lo Stato di Israele nei confini del 1967 mentre Israele non ha riconosciuto la Palestina nel 22% del territorio ma ha riconosciuto semplicemente l’organizzazione della liberazione della Palestina. Si dice sempre che i palestinesi non riconscano Israele ma non è così, loro hanno riconosciuto i confini del 1967, ufficialmente già dalla conferenza di Algeri del 1988, inizio del percorso che ha poi portato agli accordi di Oslo del 1991. Questi accordi, però, si sono rivelati una trappola per i palestinesi, perché hanno diviso quel 22% in zona A, B, C. Nella zona A – delle grandi città-amministrazione e sicurezza sono in mano dei palestinesi; nella zona B, i villagi a ridosso delle grandi città, la sicurezza è riservata ai soldati israeliani; la zona C è, praticamente, tutta in mano agli israeliani che, tradendo gli accordi, non hanno abbandonato queste ultime due zone. In queste territori, i palestinesi vivono reclusi perché, per muoversi da queste zone, devono attraversare dei ‘check point’ israeliani, mentre gli israeliani stessi hanno continuato a costruire e colonizzare. Per cui oggi sono presenti 600000 coloni, anche nella zone di Gerusalemme Est e nella città vecchia, in cui ci sono stati,sì, casi in cui la Chiesa Ortodossa ha venduto effettivamente molte abitazioni ma in altrettanti casi queste sono state prese con la forza, senza alcun diritto. Dopo c’è stato l’assassinio di Rabin da parte di un israeliano fondamentalista, che faceva parte di un gruppo che andava a omaggiare la tomba Baruch Goldstein. Questa personaggio è noto per essere l’autore del massacro di Hebron del 1994, che causò la morte di 29 musulmani palestinesi in preghiera e il ferimento di altri 125. In conseguenza di questo, Hebron è stata divisa in due da Netanyau e la vecchia città di Hebron, praticamente, è stata chiusa ai palestinesi, i cui negozi sono stati chiusi e coloro che vi vivevano mandati via. L’assassinio di Rabin ha mutato la situazione di Israele, perché Peres non ha proseguito sulla via degli accordi di Oslo e, anche a causa di attentati kamikaze palestinesi, ha cominciato a parlare solo della sicurezza di Israele e ci si è dimenticati di Oslo. In verità, anche quando c’era Rabin, si notavano le contraddizioni degli accordi di Oslo che non riconoscevano lo stato di Palestina e non poneva un freno ai coloni. Sempre di più, poi, in Israele le forze fondamentaliste hanno avuto il sopravvento cosicché in questi ultimi anni sono aumentate tantissimo le azioni distruttive di coloni giovani e violenti, come può essere tranquillamente documentato. L’attuale governo ha poi, alimentato, l’attività dei coloni e ha sostenuto che mai ci sarà uno stato di Palestina, fino a proclamare l’annessione della valle del Giordano e di Hebron, annessione che, di fatto , c’è già, dato che gli israeliani possono andare dove desiderano e controllano le frontiere, senza permettere a nessuno di muoversi. Nel 2000, poi, è iniziata la seconda intifada , dal fatto che Sharon è andato sulla spianata delle moschee come forme di provocazione per affermare la sovranità su Israele nonostante l’allora ministro Arfat lo supplicasse di non compiere questo gesto perché, in seguito, niente sarebbe stato più controllabile, come è capitato. Per questa seconda Intifada, bisogna dire che così come ciò che fa Israle coi civili è sbagliato, sbagliò anche la Palestina a inviare i kamikaze a farsi saltare in aria e , da questo punto di vista, la seconda intifada è stata devastante. Un suo effetto fu la costruzione, poi, del muro che, nei proclami di Israele, doveva essere difensivo e che, invece, secondo quanto affermato dalla corte penale dell’Aja, invece di essere costruito entro i confini del 1967, è costruito, passando come un serpente, all’interno dei territori occupati e si annette terra palestinese, quella dei villaggi. Per cui, nel 2005, è nata un grande rivolta popolare non violenta per dire: ‘Il muro non lo vogliamo!’, muro che aveva portato via, praticamente, tutta la terra coltivata che era tutto ciò che restava ai palestinesi, ed era alla base della loro economia. Nel frattempo, infine, ci sono state divisioni all’interno del movimento palestinese, con la nascita di Hamas e i conseguenti conflitti fratricidi a Gaza nel 2006-2007. Tornando agli ‘accordi di Oslo’, da una parte sono stati una trappola per i palestinesi, dall’altra non sono stati applicati. I palestinesi sono stati lasciati soli, occupati da una grande potenza, mentre la comunità internazionale, che doveva imporne il rispetto, non è intervenuta, permettendo palesi violazioni dei diritti umani.

Come commenti la dichiarazione di Biden, secondo la quale ‘Israele ha il diritto di difendersi’ ?

Rispetto alla presidenza di Trump, c’è comunque un’inversione di tendenza, come si può dedurre dalla presenza dell’inviato speciale Hady Amre che conosce bene il Medio Oriente, diversamente da quelli nominati dall’ex presidente. Gli Stati Uniti, però, non sono mai stati e non saranno mai vicini ai palestinesi. Questo fatto, dunque, che Israele si deve difendere sarà legittimo quando cesserà l’occupazione militare e i palestinesi potranno essere liberi. A me sembra di vivere in un mondo alla rovescia: i palestinesi sono diventati i carnefici mentre, quotidianamente, subiscono angherie e soprusi, ragazzini vengono messi in carcere e abusati. Con questo, però, non voglio giustificare Hamas che sicuramente sbaglia a lanciare i suoi razzi, anche se le vittime causate da questi lanci sono nulle rispetto a quelle palestinesi. Palestinesi che non possono avere acqua pulita, non possono commerciare, non hanno libertà alcuna. La difesa di Israele, allora, è quella di lasciare la libertà ai palestinesi in quella terra in cui possono vivere due popoli con due stati, in giustizia e libertà. La difesa non è ammazzare, come hanno fatto nel 2014, duemila palestinesi o bombardare, come in questi giorni, palazzi dove ammazzano forse un dirigente di Hamas soltanto, insieme a bambini e indifesi. Ed è una vergogna che la comunità internazionale, senza sentirsi antisemita nel criticarne le azioni, non dica a Israele: basta! E invece lo Stato di Israele, e non gli israeliani che, come tutti i popoli, sono fatti di gente splendida e gente, invece, intollerante, continua impunemente con l’apartheid nei confronti dei palestinesi, come testimoniano le Nazioni Unite e Amnesty International.

Per chiudere, Luisa, in che occasione il tuo nome è stato fatto per il Premio Nobel per la Pace?

In realtà fu una cosa molto semplice. A seguito della mia attività nel Parlamento Europeo, il governo svizzero decise di indicare mille donne in tutto il mondo per premiare collettivamente, e non solo singolarmente, coloro che si erano distinte per il loro impegno e le loro lotte.

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