Con Carlo Cottarelli, discuto dei conti italiani

di Daniele Madau

L’incontro di oggi è particolarmente prestigioso, dato che a dialogare con me sull’attualità economica è il direttore dell’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani, Presidente del Consiglio dei Ministri incaricato nel maggio del 2018, Carlo Cottarelli.

Dottor Cottarelli, grazie della disponibilità. Questi sono giorni particolarmente intensi e rilevanti dal punto di vista economico, tra il Documento di Economia e Finanza e la presentazione del ‘Recovery Plan’ : sul primo, è giò intervenuto spiegando la necessità di impiegare bene i fondi per i lavori pubblici scegliendo con cura gli interventi necessari. Potrebbe approfondire questo aspetto e presentarci un suo parere sul Piano Nazionale di Rinascita e Resilienza – il piano che utilizzerà, appunto, i fondi del ‘Recovery’, che si sta presentando in questi giorni all’Unione Europea?

Prima di tutto c’è la necessità di farla la spesa perché, in passato, abbiamo stanziato risorse che non sono state utilizzate: per questo è necessaria una riforma delle procedure e una semplificazione dei processi. In linea di principio, poi, tutte le volte che si fanno degli investimenti pubblici, questi dovrebbero essere sottoposti a un’analisi costi-benefici, per riscontrare se ai costi stessi corrispondano dei benefici per la collettività. Laddove questo accada, bisognerebbe procedere con l’esecuzione. In base alle informazioni in mio possesso – che non possono essere ancora approfondite al meglio perché non ho potuto leggere integralmente il Piano: mi rifaccio ai numeri già previsti dalla bozza di gennaio del governo Conte – gli interventi previsti nel Piano stesso non sono stati sottoposti a questo tipo di analisi, fatto che mi lascia perplesso.Il Piano sarà approvato senza alcuna difficoltà dall’Unione Europea, ma i progetti dovranno essere buoni, chiaramente. Dobbiamo notare una cosa, infatti: in termini di rilancio della crescita, qualsiasi investimento, anche un ponte che non va da nessuna parte, crea lavoro: prevede infatti la progettazione, l’utilizzo degli operai e così via. Il vero test sull’utilità di qualcosa è vedere, invece, nel lungo periodo se accrescerà la capacità produttiva del paese. Occorreranno, quindi, anni per vedere se questi investimenti, se questa spesa e questo, di conseguenza, debito, siano stati ‘buoni’ o ‘cattivi’, secondo la, ormai comune, definizione.

Vorrei concentrarmi, ora, su Alitalia, che rischia di essere fortemente ridimensionata e di dire addio per sempre allo status di compagnia di bandiera. L’Europa, però, sembra aver trattato meglio la Klm e Airfrance…

Non essendo un esperto del settore delle compagnie aeree, non posso rispondere in maniera corretta e approfondita sul piano attuale di risanamento; dico solo, però, che una situazione in cui noi, per vent’anni, abbiamo messo dieci miliardi in una compagnia aerea è quanto meno strana e non si capisce come possa essere giustificata. Tutti i paesi del mondo hanno compagnie aeree di bandiera ma non hanno lo Stato dietro che foraggia con dieci, unidici, dodici, tredici miliardi. Non capisco perché, solo noi, dobbiamo presentare questa anomalia.

Puoi presentare a chi legge la funzione e la specificità dell’ Osservatorio sui conti pubblici che lei dirige?

L’Osservatorio deve fare chiarezza in materia di conti pubblici, producendo settimanalmente delle note su diversi aspetti o facendo anche alcuni esperimenti. Nelle settimane scorse, a esempio, abbiamo contattato tutte le prefetture italiane ponendo alcune domande su un tema di loro competenza, ovvero il ricorso al prefetto contro una multa per violazione del codice della strada. Per circa un terzo delle prefetture la risposta è stata rapida e corretta, ma per oltre un terzo non è stato possibile avere una risposta. I risultati delle restanti prefetture sono stati invece di qualità intermedia. Questo esercizio è stato condotto anche come esempio di quello che la pubblica amministrazione dovrebbe fare regolarmente per evidenziare aree di miglioramento nella qualità dei servizi forniti ai cittadini. Nel complesso, sono risultati molto insoddisfacenti che dimostra come la nostra amministrazione abbia poca attenzione per la comunicazione e per i rapporti col pubblico.

Tutti ricordiamo l’estate del 2018 e il suo essere Primo Ministro incaricato. Potrebbe parlarci del suo stato d’animo di quei giorni?

Ricordo la sorpresa, perché proprio non me l’aspettavo. Ho avvertito, poi, subito, la preoccupazione per un incarico che era certo non facile anche perché, a un certo punto, c’era da affrontare anche una crisi finanziaria e, avendo quasi la certezza che non ci sarebbe stata la fiducia del Parlamento, sarei stato a capo di un governo incaricato di gestire l’ordinaria amministrazione, e quindi avrei dovuto gestire qualcosa di ingestibile- una crisi finanziari – con strumenti ordinari. Dopodiché, la terza sensazione, era quella di aver fatto ciò che era necessario fare, e cioè di rendere possibile un compromesso tra il Presidente Mattarella e i partiti di maggioranza, in modo tale da consentire la creazione di una maggioranza politica, che era, chiaramente, la soluzione migliore, anche perché i mercati finanziari, alla notizia dell’accordo, si erano tranquillizzati.

Il mio mestiere di insegnante mi spinge a chiederle perché si debba investire maggiormente sulla scuola in Italia

E’ chiaro che spendiamo troppo poco per la pubblica istruzione: è stata la forma di spesa pubblica corrente che ha subito maggiori tagli dal 2006, avendo subito riduzioni di più del 10%. E’ un vero problema, perché tanti studi dimostrano che è la forma di spesa pubblica maggiormente correlata alla crescita nel lungo periodo. La spesa nella pubblica istruzione è quindi un vero e proprio investimento. Naturalmente, come sempre, bisogna spendere bene. Siamo particolarmente deboli nell’area degli asili nido e delle università, mentre negli altri ordini abbiamo un problema di retribuzione bassa e di poca formazione degli insegnanti, che non trovano incentivi in scuole poco attrezzate. La spesa dovrebbe essere concentrata su questi aspetti.

Scusi la genericità e l’immediatezza dell’ultima domanda, ma do dove cominciare per sistemare i nostri conti?

Per sistemare i nostri conti ci vuole, in primis, crescita economica; la domanda, quindi, è come crescere rapidamente. Nell’immediato la priorità è il piano dei vaccini, grazie ai quali potremmo tornare senza troppa difficoltà ai dati del 2019. Questo però non basta, avendo avuto in quel periodo una crescita media dello 0% e quindi dovremo aumentare il nostro tasso di crescita. Per far questo, le priorità sono la semplificazione della pubblica amministazione, l’efficentamento della giustizia in generale e giustizia civile in particolare: questi aspetti rendono appettibili gli investimenti privati; ai quali, però, bisogna unire quelli pubblici, e qui torniamo alla domanda iniziale e all’importanza dell’analisi costi-benefici.

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