Le nuove tenebre e l’antica luce

di Daniele Madau

Secondo l’insegnamento di Tucidide, storico e storiografo del V secolo a.C., la sua Storia del Peloponneso, con il senso di grandezza tipico dei classici, doveva essere intesa come un “possesso per sempre”, una miniera di informazioni valide in ogni tempo e spazio, una ‘luce che illuminasse passato, presente e futuro’, come è stata definita.
Secondo lui la storia deve avere il compito di essere ‘un insegnamento per sempre’, in grado di essere trasmesso e utilizzato dalle generazioni future, che, conoscendo cause e motivi delle decisioni degli uomini, avrebbe ereditato strumenti di decifrazione della realtà.
Il suo concetto sostanzierà il latino ‘historia magistra vitae’, ‘la storia è maestra di vita’.

Ogni periodo, però, ha le sue dinamiche, i suoi attori sulla scena della storia, i suoi rapporti di forza, le sue strette contingenze, che possono far adattare le eredità di conoscenze al determinato momento, se non modificarle nelle loro parti meno significative e generali.

Solo in queste, però, perché gli insegnamenti universali, che esistono, vanno trasmessi integri all’umanità, ne sono il sole civile e morale, senza i quali il cielo della convivenza si ricopre di tenebre, tenebre di ignoranza, violenza, sopraffazione dei più deboli.

Questi insegnamenti, per i sacrifici di chi ci ha preceduto e per una fortuna non meritata da ognuno di noi, corrispondono a quelli su cui si sta cercando di costruire l’Europa, in cui viviamo, abbiamo vissuto, vogliamo che vivano i nostri figli.

Sono quelli di dignità della persona, che porta al concetto di cittadino, coi suoi diritti, che porta al concetto di democrazia, e quindi di sovranità popolare, fino al punto più alto di sovranità, quello di autodeterminazione; e, così, di tutela e difesa dei luoghi di un popolo, i suoi confini, che non vanno violati in quanto, non riconoscendoli, si mina la convivenza civile. Riconoscendoli, invece, si costruisce il fondamento per la solidarietà.

Per l’Europa, questi sono le basi e le finalità del suo essere stesso che, lo abbiamo sperimentato, si rigenera e riforma durante le crisi più acute, come la pandemia, le crisi economiche, le guerre.

Nei confronti della guerra scatenata da Putin, l’Europa ha riproposto con la forza intrinseca, che deriva da essi stessi, questi valori, innalzando un muro ideale-non ideologico – che dà la tempra morale per ribellarsi all’invasione.

A essi ha aggiunto sanzioni economiche, atti di solidarietà, aiuti sostanziali, comprese le armi, al popolo e al governo ucraino che, come nelle parole del suo presidente, chiede con disperazione un coinvolgimento più concreto dell’Europa, di cui si sente già parte nei suoi tratti fondanti e d’ispirazione, pur comprendendo che questo – per ora – non può avvenire.

Il popolo ucraino sta dando un esempio altissimo: combatte in prima linea da solo, con aiuti solo nelle retrovie, per qualcosa a cui ancora anela, di cui non fa ancora parte ma che vede come finalità e obbiettivo: la libertà di scegliere per sé e autodeterminarsi. Ciò che di più alto ha l’uomo. Lo fa nell’unico modo: difendendosi per restare in vita. Per esistere. E per esistere nell’UE e nella Nato, se lo vuole: la politica estera è prerogativa esclusiva di uno Stato.

La mediazione non è possibile con un avversario che , semplicemente, non ne conosce il valore né tantomeno il significato. Non possono parlare coloro che si esprimono in due lingue diverse.

All’altare della mediazione è risultato vano il sacrificio di Giacomo Matteoti. All’altare della mediazione sono state sacrificate Austria e Sudeti durante l’anschluss (annessione) nazista, prima che Francia e Inghilterra capissero che Hitler si doveva fermare. Non sapremo mai quanti morti si sarebbero potuti evitare. E così come dopo la sconfitta nella prima guerra mondiale, l’articolo 80 del trattato di Versailles vietò esplicitamente l’inclusione dell’Austria nella Germania – articolo disatteso – il memorandum di Budapest del 1994 prevedeva la tutela dell’integrità territoriale dell’Ucraina da parte della Russia in cambio del disarmo nucleare dell’Ucraina stessa. E i trattati di Minsk del 2014 prevedevano il non riconoscimento della Crimea da parte di Putin.

Le tenebre si vedono avanzare facilmente: nelle parole e nei fatti. Nelle bugie e nelle promesse tradite. Quando il 22 febbraio Putin ha parlato di ‘denazificare l’Ucraina’ nei confronti di un presidente di origine ebraica, si poteva essere certi che l’invasione sarebbe avvenuta, ma gran parte di noi ancora non lo reputava possibile. Quando Putin ha modificato la costituzione, violentemente messo a tacere le voci libere di opposizione, aggredito la Georgia, infierito sui ceceni, umiliato i sindacati, rivitalizzato il culto fascista del machismo da ridicola propaganda, le tenebre erano visibili: alla coscienza di ognuno – che ha la sua parte su questa terra- il chiedersi se le ha riconosciute.

Non capisco le giustificazioni che, da qualche parte, si levano verso il presidente russo, forse perché la troppa luce acceca: abbiamo un invasore che, deliberatamente, infierisce sui civili, in luoghi come ospedali e scuole e che, spudoratamente, accusa l’occidente di questo, cioè tutti noi. Accusa noi, forse non ce ne rendiamo conto. Di cos’altro abbiamo bisogno?

La storia,però, ci insegna anche che le tenebre non vinceranno, che la luce troverà forza: sono le parole usate da Zelensky stesso, in collegamento con l’Europarlamento con la sua maglietta militare, mentre Putin bombarda in giacca e cravatta.

E, poi, torneranno ancora le tenebre, nella spirale della storia, finché ‘l’insegnamento per sempre’ non ci porterà ad amare così tanto la nostra vita, la libertà e la luce dei valori da riconscere subito le tenebre.

2 pensieri riguardo “Le nuove tenebre e l’antica luce

  1. Con la giusta testimonianza noi possiamo cambiare li cuore dagli altri ma non la loro testa. Il cuore comanda sulle opere che diventano il messaggio concreto per chiunque ci guardi. Le parole invece si perdono nel vento e la nostra storia non può conservarle. Solo i sentimenti puri che nascono dal nostro cuore possono arrivare agli altri che ci stanno accanto e in virtù di questi essere accolti, essere ascoltati, essere amati. Solo al cuore si può parlare. Dio ci ha donato la vita con amore e noi di questo dono che ne facciamo? Lo teniamo tutto per noi. In 2000 anni di Cristianesimo in tanti non hanno tenuto egoisticamente questo dono solo per sé ma lo hanno riversato gratuitamente, così come lo hanno ricevuto, agli altri per amore di Cristo. Parlo dei martiri, dei Santi, e di quanti non conosciamo che nel silenzio hanno donato la loro vita per noi. Si, anche per noi che se siamo qui è grazie alla loro testimonianza ma che nonostante ciò continuiamo a chiederci: cosa ci faccio qui, che perdiamo tempo a cercare giustificazioni per il nostro immobilismo rifugiandoci dietro discorsi inutili in salotti compiacenti e che ci portano lontano dalla fede. Discorsi dannosi perché ci illudono di essere sensibili ai problemi degli altri solo perché ne parliamo, ma le nostre mani sono sempre pulite. Se fossimo concretamente responsabili delle nostre promesse battesimali, della nostra appartenenza, non andremo a chiederci: cosa avrei fatto io se mi fossi trovato in quella situazione, in quella parte del mondo dove le atrocità, lo sfruttamento, la persecuzione sono di casa. La risposta l’abbiamo già: farei le stesse cose che faccio già o dovrei fare qui dove il Signore ha messo le mie radici, dove il Signore aspetta sempre che io faccia la sua volontà. Ma invece che occuparmi di chi mi è prossimo e guardandomi aspetta da me un gesto continuo a non far niente rivolgendo il mio sguardo inutilmente altrove.

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