‘Il muto di Gallura’: il film di Matteo Fresi tra qualche ingenuità e necessari approfondimenti

di Daniele Madau

La Gallura è una regione storica della Sardegna, di antichissima individuazione e autonomia socioculturale e politica che-esempio quasi unico tra le zone storiche sarde – ha un’ampia attestazione letteraria, da Dante a De André. In questa rientra il romanzo-inchiesta di Enrico Costa ‘Il muto di Gallura’, di fine ottocento, da cui è tratto il film, attualmente nelle sale e di discreto successo, di Matteo Fresi.

Come giudicare, appunto, questo successo, di una pellicola che, tra l’altro, ha una produzione di notevole livello affidata alla Fandango e a Rai Cinema?

Senza voler giudicare le scelte del pubblico che, giustamente, sceglie e premia ciò che reputa meritevole, direi che le scelte della sceneggiatura risultano un po’ troppo semplicistiche. Il film sembra ridursi a una lunga sequenza di omicidi – il che potrebbe esssere giustificato trattandosi della narrazione della faida che ha insanguinato Aggius e la Gallura a metà ottocento e di cui il muto è stato protagonista feroce -senza, tuttavia, un necessario approfondimento e con una serie di ingenuità.

Gli approfondimenti avrebbero potuto riguardare proprio l’emrginazione del muto che, per la sua stessa menomazione fisica doveva scontrarsi con i pregiudizi tipici della comunità del tempo, così come il rapporto con la forza militare savoia -vero nodo di quel periodo – risulta superficiale e banale, come anche la figura del rettore: in tutto questo si può riconoscere la matrice stessa del romanzo di Costa, che ha i suoi pregi e i suoi difetti. Non deriva, però, dal romanzo la scelta di trattare la storia d’amore tra il muto, Bastianu Tansu, e Baingia, in maniera troppo moderna, con scene francamente inimmaginabili nella realtà.

A questo desiderio eccessivo di modernizzazione non si sottraggono neanche la regia e la fotografia, troppo frenetiche e desiderose di rimarcare e fornire chiavi di lettura alla narrazione, che avrebbe avuto bisogno di tempi più lunghi.

La colonna sonora, di chiara ispirazione etno-western e con rimandi a Ennio Morricone, concorre, poi, a dare un vero andamento western assolutamente fuori contesto rispetto alla ‘disamistade’, cha ha invece origini legate al rapporto in e tra le famiglie. Scopriamo, così, che in questa faida, come nella mafia siciliana, a dispetto dell’ onore, non venivano risparmiati neanche donne e bambini.

Vedere l’opera può dunque risultare anche fuorviante ma, laddove si decidesse di approfondire, utile a conoscere la storia e le scenografie della meravigiosa Gallura, di cui si sente anche, per tutto il film, la sua meravigliosa lingua.

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