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Fabrizio De André, i cantautori e la Sardegna

di Marco Marini

Il primo agosto scorso, presso la Sala Convegni dell’Associazione della stampa sarda a Cagliari è stato presentato il libro “Fabrizio De André, i cantautori e la Sardegna” pubblicato da Catartica Edizioni.

L’autore è Daniele Madau, insegnante di Lettere Classiche presso il Liceo Classico Siotto a Cagliari, specializzato in Studi Sardi, giornalista pubblicista ed altro. Non si è fatto mancare nulla oltre a gestire il presente Blog.

La platea, tra le quali spiccavano Elena Ledda, il giornalista Giacomo Serreli, ha seguito con interesse e con una certa emozione le parole dell’autore coadiuvato dall’operatore di relazioni Giuseppe Lillus. Via telefono si sono collegati con la sala sia Ernesto Assante critico musicale del quotidiano La Repubblica, sia Tonino Cau dei Tenores di Neoneli.

In un momento della chiacchierata, l’autore ricorda il suo viaggio all’Agnata, il rifugio sardo di De André e Dori Ghezzi. Afferma che il viaggio è l’archetipo della vita, se non ti lascia niente dentro,se non ti cambia è stato inutile.

Daniele, l’autore non me ne vorrà data la mia conoscenza personale e disinteressata, tratta l’argomento a lui e a noi caro, la Sardegna. Con un tratto poetico, a lui congeniale.Grande esperto della canzone italiana cerca di dimostrare con questo saggio, quale è stata l’influenza della musica sarda a livello nazionale.

Sardegna che affascina, ricca di misteri e che crea diffidenza in noi che ci siamo nati e che ci viviamo, forse troppo critici verso una cultura millenaria che trova difficoltà a collocarsi in un contesto mondiale, al pari di altre realtà etnologiche, che nonostante siano più recenti in termini temporali hanno avuto una maggiore eco.

Allora il “viaggio” in questo libro parte dalla domanda che si pone l’autore e che propone ai suoi interlocutori, per citarli oltre a Elena Ledda, Ernesto Assante, De Gregori, Baccini e Branduardi che non ha potuto partecipare all’incontro per i soliti problemi dei trasporti con la nostra Isola.

Assante afferma che la presenza sarda nel contesto musicale italiano è stato limitata a Marisa Sannia, i Barrittas con Benito Urgu, i Tazenda, Inzaina e non dimentichiamo la grande Maria Carta, e a qualche altro interprete presto dimenticato, poi qualche altro cantante fino ad arrivare a Mahamood che è solo figlio di una sarda.

Ma tra le  righe del testo si evidenzia che grazie a Fabrizio De André la musica sarda si è elevata ad un livello diciamo nazionale. Scopriamo cosi’ che hanno cantato in sardo Guccini, Branduardi,Elio, Baccini, lo stesso De Andrè, Bertoli e altri. Solo qualche altra regione ha avuto un riconoscimento nazionale della propria musica. Jannacci in Lombardia, Farassino in Piemonte, Toffolo anche se un po’ macchieti stico in Veneto.

Perfino il maestro Battiato  non è riuscito a tanto, anche se le sue canzoni in siciliano e arabo sono affascinanti, forti di un multi culturismo che lo caratterizzava.

De André era, diciamo, anarchico, ricordo che qualche anno prima di lasciarci si presentò presso un albergo fiorentino dove alla richiesta dei documenti, disse al concierge che non li possedeva e chiese a quest’ultimo se l’avesse riconosciuto. Con tutta calma il dipendente dell’hotel disse di averlo riconosciuto ma comunque doveva presentare i documenti. Fabrizio De Andrè, presuntuoso e antipatico, il solito borghese  che fa, con un termine usuale negli anni ottanta, il radical chic? No era semplicemente Faber, una persona timida nel complesso, con qualche paura di troppo a cantare in pubblico e a star male prima dei concerti. Situazione comune a tanti artisti di navigata esperienza.

Daniele scrive che non lo ha visto dal vivo; ricordo, se me lo permettete, un concerto a Cagliari al Palazzetto dello Sport. L’inizio dell’esibizione ritardava, a causa forse dello stato d’animo del cantante. Per intrattenere la folla, vennero invitati ad iniziare il concerto un gruppo di tenores se non erro di Tempio. Cantarono “La mirinzana” (la melanzana).

La gente dopo pochi minuti cominciò a urlare e fischiare, non tutti però, la maggioranza capiva ed applaudiva, ma si sa spesso le minoranze stupide si fanno sentire più della maggioranza educata.

Allora sali’ sul palco Fabrizio e avvisò che se i tenores non avessero cantato allora non lo avrebbe fatto neanche lui. Potete immaginare lo scroscio degli applausi ed il concerto continuò.

Faber, il nomignolo gli fu affibbiato da Paolo Villaggio, che lo vedeva scrivere appunti con le matite colorate della ditta Faber-Castell.

 Genovese come De Andrè ha vissuto la nascita di un movimento di poeti, artisti, cantautori in quella città,  Quartiere della Foce, più precisamente in Via Antonio Cecchi; ragazzi come Gino Paoli, Umberto Bindi, Luigi Tenco, Bruno Lauzi, negli anni cinquanta si riunivano di fronte al Bar Igea in un giardino ribattezzato LA PIAZZETA. Da li’ attraverso Via Torino si raggiungevano i “carrugi” dove si mescolavano le varie culture presenti nella Città della Lanterna. Sono luoghi che raccontano storie di povertà, di sacrifici ed emarginazione dove sacro e profano si intrecciano. E’ qui’ che Faber ha passato la sua gioventù.

Una curiosa affermazione di Assante sull’influenza sarda ci porta ad ascoltare il brano RAIN dei Beatles, che,

secondo il conduttore e esperto musicologo Gina Castaldo, il brano è stato influenzato da una vazanza che i FAB FOUR fecero nell’isola, ma di cui non c’è riscontro. Però provare per credere.

Anche De Gregori confessa di aver copiato da Peppino Marotto, un pezzo della canzone “Piccola Mela” dello LP “Rimmel”.

Lo stesso Branduardi, ascoltato da Daniele, per il suo brano “Alla Fiera dell’Est” ha ripreso una filastrocca che si recita durante la Pasqua Ebraica. Nulla di Strano.

Elena Ledda, che ha cantato in quindici idiomi, che vanta decine di collaborazioni con autori importanti nazionali ed internazionali, ricorda che se vuole esprimere il sentimento in una canzone lo fa solo in limba.

Il libro ripercorre anche la storia della nostra Isola, dalle ribellioni contro i “Baroni” che hanno fatto nascere il testo del brano “Procurate’ e moderare” (Su patriottu sardo a sos feudatarios), che diverrà nel 2019 l’inno ufficiale della Sardegna, all’analisi di Emilio Lussu che contestava l’idea di una terra retrograda, abitata da banditi, senza onore. Si ricorda la lotta della gente di Orgosolo che riusci’ a fermare un’esercitazione militare nel loro territorio.

Il riconoscimento alla cultura musicale sarda è venuto anche da altri personaggi ed artisti della cultura italiana. Uno di questi è Moni Ovadia,  nato a Plovdiv, in Bulgaria, si trasferisce quasi subito con la famiglia a Milano. La sua è una famiglia di ascendenza ebraica sefardita, ma di fatto impiantata da molti anni in ambiente di cultura yiddish e mitteleuropea. Questa circostanza influenzerà profondamente tutta la sua opera di uomo e di artista, dedito costantemente al recupero e alla rielaborazione del patrimonio artistico, letterario, religioso e musicale degli ebrei dell’Europa orientale.

Inizia la sua carriera di cantante e musicista nel Gruppo dell’Almanacco Popolare, guidato da Sandra Mantovani. Nei primi anni settanta è fondatore del Gruppo Folk Internazionale, suonando questo nuovo (per l’epoca) genere musicale, che oggi potremmo definire folk-progressivo, gira i maggiori festival europei di musica folk.  Ebbene questo signore venne chiamato a sostituire un altro artista nella serata finale del circuito teatrale a Cagliari. Presentò Oylem Goylem , che in Yiddish significa “il mondo è scemo”, dove tra canti e musica klezmer e storielle Witz, il tradizionale umorismo ebraico, alla fine della rappresentazione disse: “Noi, oggi, non saremmo qui se non avessimo conosciuto  ed apprezzato e imparato dal Canto a Tenores di Bitti, dal suono delle launeddas e da tutto quello che questa terra meravigliosa ha donato alla musica folk internazionale”. Eravamo presenti in quel teatro.

Bene, se questo “viaggio” doveva lasciarci qualcosa dentro i nostri cuore e nei nostri cervelli, ritengo che

l’emozione vissuta in sala e nella lettura del libro, ha sortito i suoi effetti, quindi Grazie Faber…………………

e Grazie Daniele

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