Se un libro è come il pane

di Michele Serrala Repubblica 10 aprile 2020

La riapertura delle librerie avviene tra qualche polemica (secondo qualche acuto censore sarebbe solo “una posa culturale”, ovviamente dei radical chic, che come è noto sono al potere) e le legittime perplessità dei librai stessi, contenti di ricominciare da una parte, in apprensione per la loro salute da quell’altra.

Ci sono già troppi epidemiologi in attività perché ci si possa permettere di valutare il rischio sanitario di una libreria rispetto a quello di un ferramenta o una panetteria o una tabaccheria o una macelleria o un lavasecco, per non dire dei bar con bravi barman, tutte botteghe che frequentavo, frequento e sarò felice di poter rifrequentare con equanime devozione e gratitudine. Devo ammettere, però, che vedere il libro nel paniere dei beni primari – di questo stiamo parlando, no? – mi rende felice e mi procura sollievo. Ha un valore simbolico, come si usa dire, così evidente che davvero non vale la pena stare a disquisire sulle intenzioni recondite di una misura dal significato lampante: la cultura è come il pane, e il libro è l’oggetto culturale per eccellenza, a dispetto di ogni sua mutazione tecnologica o merceologica.

Spetta ai librai – e solo a loro – capire come e quando, con quali misure di sicurezza, con quale esposizione al rischio commerciale e a quello virale, riaprire i battenti. Possiamo solo immaginare che le piccole librerie avranno il vantaggio di poter controllare il traffico umano con molta più facilità, quelle grandi dovranno penare non poco per capire il da farsi, e magari ispirarsi alle politiche di autotutela dei supermercati (la Feltrinelli e la Mondadori telefonino a Esselunga e Coop per chiedere consiglio). Il rischio zero, questo lo stiamo capendo, non esiste in natura. Esiste, quella sì, la minimizzazione del rischio, che va perseguita ad ogni costo, e con tenace puntiglio.

Le librerie, tra l’altro, sono abbastanza abituate alla lesina: dei clienti e delle vendite. Non è un assalto ai forni, quello che attende le librerie italiane. E’ un centellinato ritorno a casa della minoranza di italiani bisognosi di leggere un risvolto di copertina. Con qualche inattesa new entry, magari: così come tutti cercavano un cane come pretesto per uscire di casa almeno per qualche minuto, forse qualcuno sentirà un impellente bisogno di entrare in una libreria, giungla fin qui sconosciuta, alla ricerca di qualche titolo pop (ricette? romanzetto sexy? saga dei vampiri?) che giustifichi presso le autorità l’uscita di casa.

Il libro, va detto in sua gloria, è un oggetto molto più popolare di quanto si vociferi. Ce ne sono anche di trucidi, di brutti, di sciocchi, c’è un libro per ogni tasca e per ogni testa. L’idea del libro come feticcio per gli eruditi è appena appena un alibi per giustificare l’ignoranza, che invece è una zavorra, una malattia, una deficienza della quale bisogna che ognuno cerchi di liberarsi in fretta, se non vuole nuocere gravemente al proprio sistema immunitario.

Dopo le librerie, piano piano, adelante con juicio, pezzin pezzetto, un centimetro al giorno, toccherà, nei mesi e negli anni, anche ai cinema e ai teatri ai musei alle mostre eccetera, che sono utili all’umore, allo sguardo, alla mente, parte del metabolismo degli individui e delle società. Lo ha detto benissimo Stefano Massini ieri l’altro, nel suo intelligente siparietto in tivù. Anche lì, si rassicurino gli astuti smascheratori della congiura degli intellettuali: l’arte è talmente popolare che le file davanti ai musei, ai palazzi storici, ai luoghi insigni – gente di tutti i paesi che si fiata addosso – vanno considerati un rischio sanitario tanto quanto gli stadi pieni, i concerti rock, i matrimoni di camorra con centinaia di cugini e cognati e affiliati. L’uomo è promiscuo, ed è promiscua anche la cultura. Le librerie, nel quadro chiassoso e massificato della cultura contemporanea, sono una specie di convento, un luogo di meditazione, dunque il più facile dei segmenti da riaprire e rigovernare.

Si confida nella saggezza e nella prudenza dei librai. Il resto è francamente una polemica per soli snob. Noi che scriviamo libri e li leggiamo, siamo pop da tutta la vita

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