Giorno di esistenza, non solo di vita


di Daniele Madau

Quando ero piccolo, come tutti, credo, amavo maggiormente il Natale rispetto alla Pasqua: non penso ci sia bisogno di spiegare il motivo, sarà uguale a quello di ognuno.

Da qualche anno, invece, il giorno di Pasqua è per me il giorno in cui, ogni anno, scelgo l’esistenza. Provo a spiegarmi meglio perché, usando espressioni così generali, c’è il rischio di non essere compreso, oltre che di essere banale.

Tutti noi abbiamo un’identità che è frutto della nostra educazione, dell’ambiente in cui siamo cresciuti, del tempo in cui viviamo, delle ferite e delle gioie che abbiamo avuto e delle persone incontrate durante i nostri anni. Davanti a questo noi possiamo vivere o, per esprimermi con le parole del teologo Vito Mancuso, esitere, etimologicamente pormi fuori, stare fuori, ascoltarmi. E come il vento sento stormir tra queste piante, io quello
Infinito silenzio a questa voce vo comparando: e mi sovvien
…purtroppo devo continuare con le mie parole e non con quelle di Leopardi e scrivere che, quando exsisto e mi ascolto mi sovvien la forza di continuare, di non essere quelle ferite, di assecondare quel moto che dal sepolcro porta alla nuova vita: che può anche essere umile – perché si legge che Gesù mangiò dei pesci, risorto, coi discepoli – ma che asseconda il principio del crescere, del germogliare, del risanare che davanti ai nostri occhi si squaderna in questi giorni di luce e primavera.

A volte questo ascoltarsi porta a una sensibilità estrema, addirittura ad aver paura (ove per poco il cor non si spaura), a volte si pensa che viva meglio – viva ma non esista – chi, per le condizioni in cui è cresciuto, è abituato a non ascoltarsi e ad avere come cardine dei suoi giorni l’impulso. Eppure in questo giorno, che è uno dei pochi durante l’anno in cui ci scambiamo gli auguri, io auguro di trovare quel momento di esistenza, in cui ci ascoltiamo e troviamo in noi quel dna di pace, sete di abbracci e di luce che è quello che ci manca, e la cui speranza ci fa resistere, in questi giorni di – parola che sarebbe annoverata come poetica da Leopardi – lontananza.

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