
di Daniele Madau
Ha ragione un mio caro amico: a me che continuavo a scrivere di questo periodo come di un periodo di guerra – come tanti altri – mi ha parlato, invece, di una retorica di guerra inappropriata.
La sua è, spesso, una voce controcorrente, i miei sentimenti, invece, sono in genere comuni alla maggioranza.
Ha ragione perché, se fossimo davvero in guerra, le forze politiche troverebbero necessariamente un terreno comune su cui dialogare e, soprattutto, lavorare; se fossimo davvero in guerra, non ci sarebbe tempo per attaccarsi ma quel poco di tempo che l’azione deve riservare alle parole sarebbe speso per informare e confortare la popolazione.
La nostra costituzione è nata grazie all’apporto di sensibilità diversissime, che corrispondevano praticamente a tutto lo spettro possibile delle posizioni politiche: è stato un miracolo, dato dalla volontà e dalla maturità di non dividersi nel momento in cui si realizzava il futuro.
Ora non abbiamo il privilegio di assistere a questo miracolo: sarebbe un toccasana, un vero aiuto nell’isolamento, grazie a cui tutti noi potremmo avere l’orgoglio, e non la frustrazione, nel rinunciare alle nostre abitudini.
La responsabilità, per forza di cosa, è maggiormente dell’opposizione che dovrebbe avere il grande moto sacrificio di rinunciare alla lotta in nome della vera finalità della politica, il benessere di tutti noi, sperando che, a posizioni invertite, la maggioranza avrebbe fatto lo stesso.
Non tira aria, però; non sembra che questo miracolo possa riaccadere: evidentemente non siamo in guerra, o meglio, lo siamo ma le forze politiche non sembrano averne piena coscienza.