
di Daniele Madau
Ci sono momenti in cui è un dovere dire la verità, con il fine più grande di, quando possibile, correggere, risvegliare gli animi, far cambiare qualcosa.
La verità è qualcosa che si impone da sé, prima o poi, in modalità e tempi a noi sconosciuti: per educare a prepararsi al momento in cui si sarebbe manifestata, la saggezza popolare, la mitologia, la religione hanno elaborato immagini e narrazioni indimenticabili, come la cicala e la formica, Cassandra, le parabole evangeliche.
Paradossalmente, queste immagini e narrazioni indimenticabili sembrano essere state dimenticate dalla società contemporanea, precisamente dalla società italiana, così fragile, così smemorata, così poco attenta al proprio benessere.
Quando è chiamata alle urne, infatti, sembra considerare la saggezza poco meno di niente, ultima tra i requisiti richiesti agli eletti, al contrario di arroganza, capacità di mentire, presenzialismo. La verità è questa, lo dico sull’onda della rabbia, senza timore di venire smentito.
Filosoficamente la verità, a esempio da Platone, è identificata con la scienza, in greco episteme, che etimologicamente significa “colei che sta in piedi da sola”, perché resiste alla verifica dell’esistenza.
La verità, allora, è che tutto ciò che noi, sessanta milioni di italiani, subiamo in questi mesi è il necessario frutto di scelte politiche che hanno, in maniera stupida – il contrario di saggia, appunto – tagliato le risorse della sanità e della scuola, i polmoni di una società, incentivato i condoni, non ricercato e punito gli evasori fiscali. E questo doveva avvenire, prima o poi, perché la verità non può non manifestarsi.
Diciamola, la cruda e dolorosa verità: certe vite si potevano salvare. Al di là della insensata retorica che, ancora a fine febbraio, portava a dire che eravamo pronti ad affrontare l’epidemia, che il nostro sistema sanitario, nella sua eccellenza, avrebbe retto senza troppi patemi.
Ancora a marzo, i nostri responsabili politici, erano convinti che ne saremo usciti prima degli altri: quante volte l’abbiamo sentito?
Bene, ora sappiamo che non è così: la Germania riaprirà le scuole il quattro maggio, la Francia l’undici; noi, forse, neache a settembre.
C’è una drammatica ridicolaggine in questo, un doloroso sentimento, pirandelliano, del contrario, da cui deriva un malinconico umorismo, nel notare che si sta avverando l’opposto.
Eppure, eppure, tutti noi lo sappiamo fin da bambini quanto conta la previdenza, la saggezza della cicala: me lo insegnavano i miei genitori.
Forse gran parte dei nostri responsabili, da anni a questa parte, non hanno avuto genitori che li ascoltavano, parlavano con loro e raccontavano di questi valori. Forse non hanno mai neanche ascoltato la celebre frase, attribuita a volte a Clarke a volte a De Gasperi: “un politico guarda alle prossime elezioni, uno statista guarda alle prossime generazioni”.
Erano, perciò, da comprendere e, magari, compatire. Non da votare.