Storia di uno scrittore che volle farsi cantore

di Daniele Madau

Mi inserisco subito tra tutti quelli che, in queste ore, stanno scrivendo, ricordando, tessendo le lodi e gli elogi di Luis Sepùlveda: è inevitabile, e giusto, direi.

C’è del letterario nella sua tragica morte, del sudamericano: ricorda Marquez, il colera, e quanti tutti hanno raccontato di contagi. Non sappiamo niente, giustamente, degli ultimi suoi giorni: di sicuro, ci saranno state sofferenze, in un atto così spontaneo ed essenziale come respirare, data la natura del virus. Possiamo solo immaginare e credere che i suoi sogni, la sua voglia di sperare, l’abbiano soccorso.

Era uno di quegli autori che, sempre, avevo in mente di riprendere, e di conoscere sempre di più: così accogliente, così diverso da gran parte della letteratura impegnata, e arrabbiata, che ci circonda, soprattutto in Italia. Le sue pagine sono uno schiaffo di saggezza, di fiducia, di delicatezza, oltre che di impegno vero, rispetto agli autori trenta – quarantenni così feriti, complicati, polemici, ombrosi.

Con lui, con le sue favole che, nel loro antropomorfismo animale, riprendevano la moralità antica per adattarla alla sensibilità e alle necessità moderne, con i suoi racconti da cantore omerico, ho riscoperto la lettura, dopo tanto tempo.

In lui ho ritrovato la voce, pacata, e autorevole perchè di chi ha sperimentato la gioia, della sapienza che conosce il vero motore del mondo, e cioè dei sogni e delle utopie.

Un intellettuale impegnato, seguace di Allende, che stava ventre a terra e andava piano come le sue lumache e che, con la sua scrittura e i suoi desideri, voleva volare o nuotare come le sue gabbianelle e balene.

Era rassicurante, per me, Sepulveda; ma non credo, così, di sminuirlo: soprattutto oggi, la sua è la più importante delle cure.

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