Quel ginocchio sul nostro collo

di Daniele Madau

Cosa facciamo davanti a un’immagine del genere, che perseguita da qualche ora il nostro lieto procedere sulla coda della pandemia? Stiamo in silenzio, come col respiro bloccato, quasi ad avvertire quel ginocchio sul nostro collo? O reprimiamo come un grido, un grido di dignità, tutto umano e di insulto alla vergogna dell’assassino?

L’importante è che ci sia un moto dell’animo, a testimoniarci -e a rasserenarci – che siamo ancora capaci di riflessione, compassione, indignazione: sì, anche noi che stiamo nelle nostre tiepide case – mentre lì fuori ci sono ancora i lager che ti disumanizzano, come nelle strade di Minneapolis – siamo ancora sensibili davanti alle bestialità.

Forse abbiamo ancora l’illusione che la civiltà umana percorra come una linea retta, che porta dal passato selvaggio a un presente di magnifiche sorti e progressive, di sviluppo, benessere, dignità: invece il percorso delle civiltà umane è una spirale, che spesso si avviluppa e si contorce su stesso. Nietsche lo chiamava ‘l’eterno ritorno delle cose’. Infatti quest’immagine ci riporta a un tempo indistinto prima di fine anni ’30, quando le leggi razziali in Europa non erano ancora state promulgate ma esisteva una grande potenza dichiaratamente e fattivamente razzista: gli Stati Uniti. E lo sarebbero stati prima e dopo, senza lo stigma del resto del mondo che, invece, ha caratterizzato altre società razziste.

‘Vi prego, non respiro’ ha detto prima di morire; ‘vi prego’: il verbo più bello detto all’essere, in quel momento, più diabolico, all’assassino.

‘Vi prego’: accogliamola noi questa preghiera, nel silenzio commosso e pronto alla lotta, dopo l’urlo di dignità.

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