Coloro che non ricordano il passato sono condannati a ripeterlo

di Roberto Zuddas

Qualche giorno fa John Ridley – autore della sceneggiatura per la quale ha vinto il premio Oscar nel 2014 di “12 anni schiavo” – ha scritto una lettera al Los Angeles Times (https://www.latimes.com/opinion/story/2020-06-08/hbo-max-racism-gone-with-the-wind-movie), nella quale chiede a HBO di valutare la rimozione di “Via col vento” dalla loro piattaforma di film in streaming.
Pur ammettendo che spesso i film sono uno spaccato di un momento storico e che per questo riflettono le opinioni, a volte offensive, della cultura predominante sulle minoranze, per Ridley “Via col vento” rappresenta un caso a parte, che glorifica gli stati del sud prima della guerra di secessione, che in larga parte ignora gli orrori
della schiavitù e non lo fa solo in momenti del film nei quali immortala alcuni dei più dolorosi stereotipi sulle persone di colore.
In seguito a questa lettera, HBO decide effettivamente di rimuovere il film riportando che “rappresenta alcuni dei pregiudizi etnici e razziali che sfortunatamente sono stati comuni nella società americana” e che “queste rappresentazioni erano sbagliate allora come lo sono oggi”. La conclusione è che “tenere questo titolo senza
una spiegazione e una presa di distanza sarebbe da irresponsabili”.
Spenderò pochissime parole per giudicare i tempi e i modi di questa decisione: una mossa ex post per ripararsi dalle polemiche che infiammano gli US in seguito alla morte del povero George Floyd. “Via col vento” è in circolazione da ottant’anni, ci accorgiamo proprio oggi che forse ha dei contenuti controversi? Suvvia.
Tralasciando l’ipocrisia di HBO, mi soffermo sulla spiegazione data, che invece porta il discorso su un piano più sfumato: il film è un prodotto del suo tempo, tempo in cui la sensibilità verso le minoranze etniche era poco sviluppata ed era accettabile mostrare le persone di colore attraverso stereotipi (oggi) ritenuti offensivi.
Oltretutto il film è ambientato ai tempi della guerra di secessione e il punto di vista è quello degli stati confederati dell’epoca per i quali lo schiavismo era la normalità. Oggi però abbiamo la responsabilità di rivedere criticamente questo prodotto.
Il punto importante per me è questo: è giusto prendere le distanze da una rappresentazione artistica perché mostra la realtà dell’epoca in cui è stata realizzata e questa è ritenuta offensiva secondo i canoni di giudizio odierni?
Un cittadino adeguatamente istruito non ha certo bisogno di una spiegazione a latere che gli dica che il razzismo che nel film sembra normale in realtà non lo è. D’altro canto uno favorevole al razzismo potrà mai cambiare idea grazie a questa spiegazione? Infine, un cittadino di colore che si sente insultato dagli stereotipi
razzisti del film, proverebbe meno fastidio se fosse aggiunta un’introduzione che li contestualizza?
Probabilmente non riesco a immedesimarmi appieno nella rabbia e frustrazione di una persona di colore di fronte ad una discriminazione o una rappresentazione offensiva, ma sono più favorevole ad azioni concrete volte a denunciare la piaga del razzismo rispetto a polemiche poco efficaci basate sulla linea di principio, come
quella di qualche anno fa quando ci fu un’edizione degli Oscar in cui nessun film “black” concorreva per i premi più importanti.
Che cosa fa male degli stereotipi razzisti nel film, il fatto che siano razzisti a prescindere da qualsiasi contesto culturale oppure che all’epoca nella quale il film è ambientato fossero talmente normali? Dovremmo dimenticarci che un tempo la società era profondamente razzista e cancellare questo documento storico che ci
ricorda come eravamo perché non vogliamo vedere il razzismo da nessuna parte?

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