
di Daniele Madau
Per la casa editrice Einaudi è appena stato pubblicato “Breviario per un confuso presente”, di Corrado Augias. Un testo che vuole fare memoria e riflettere per leggere il presente – afflitto dall’ultima crisi, quella sanitaria del Covid -19 – e fare spazio al futuro, affondando le radici nei classici dell’Occidente. Ne parlo con l’autore stesso, inaugurando la sezione “Incontri”: una delle sezioni di punta di “La Riflessione”.
Mi sembra d’obbligo partire dall’epidemia- cui lei dedica interamente il capitolo III ma che aleggia in tutto il saggio – e al valore simbolico che ha avuto in ogni tempo, e che i vari autori ( Sofocle, Boccaccio, Lucrezio, Defoe, London, Camus, Saramago e Freud) hanno letterariamente svelato: non le sembra tuttavia, ed è cronaca di questi giorni, che il ‘Sapiens’ di oggi (a lui si riferisce Corrado Augias nel saggio) forse non sappia più neanche cogliere il valore simbolico di un evento del genere? Come se non avesse più le coordinate o le strutture mentali per saperlo far proprio e metabolizzare? Sembra che si sia già dimenticato tutto, a parte gli eventi solenni e ufficiali come la cerimonia di ieri a Bergamo col presidente Mattarella.
Non saprei dire: gli italiani durante il periodo di confinamento più duro si sono comportati benissimo, con senso del dovere. Forse questo atteggiamento è nato da un valore simbolico che non si è perso: quello della paura, che è un sentimento fortissimo. La paura del buio, della morte, del dolore, della malattia ci ha accompagnato in ogni tempo ed, evidentemente, questa valenza ancestrale non si è persa neanche in questa occasione.
L’idea di Dio, su cui ha molto riflettuto in tutta la sua attività intellettuale, è molto presente e, più avanti, toccheremo meglio l’argomento. Ora le chiedo, però, se anche il titolo – con il ‘Breviario’- sia un’allusione alla sacralità del riflettere, come, mi sembra, che emerga dalle pagine del saggio.
No, non è presente questa allusione. Io avrei voluto intitolare il saggio ‘Breviario laico’ ma l’editore Einaudi non l’ha ritenuto oppurtuno in quando poteva far sentire esclusa una parte di potenziali lettori, quella dei credenti. Breviario, quindi, non in riferimento al libretto di preghiere dei sacerdoti ma all’agilità del saggio: brevi capitoli, brevi riflessioni.
Il saggio, come sempre, è ricchissimo: questa volta, forse, ancora di più, dato che presenta ‘riflessioni, note, citazioni, resoconti’. Lo sfondo è l’occidente ma una parte notevole è dedicata all’Italia; ricordo una sua diatriba con Canfora sul ruolo dell’Europa: il suo breviario prevede, inderogabilmente, un futuro dell’Italia in Europa.
Certamente, io ne sono profondamente convinto. Più precisamente vedo come solo un futuro sovranazionale, ipernazionale, possa permettere all’Europa tutta di reggere il confronto con Usa, Cina e Russia. Nessuno da solo, compresa la Germania, può farcela. Soprattutto noi, che ancora ci gettiamo addosso gli asti su vari questioni, come quella meridionale, che attribuiamo alla rapacità dei Savoia, mentre Renan afferma come una nazione debba anche saper dimenticare aspetti del proprio passato, soprattutto i rancori;noi ancora vestiti della maschera di Pulcinella e Arlecchino, con la nostra identità incerta, le nostre differenze diffuse e sparse in una penisola troppo lunga, con un passato di dominati che è andato dalla fine dell’impero romano alla fine del 1800, soprattutto alla mercè di Francia e Spagna. Eppure anch’esse, oggi, hanno le loro divisioni: in fin dei conti, non siamo tanto diversi.
Torniamo per un attimo alla religione, che occupa una parte rilevante nel suo saggio, con particolare attenzione alla figura di San Francesco. L’Italia sta perdendo la sua fede e sta conoscendo la laicità, però questa laicità non sembra stia portando quella ‘religione civile’ che, ad esempio, contraddistingue gli stati del nord. Come mai?
E’ una domanda molto difficile che richiederebbe una lunga riflessione che io, alla mia età, forse non ho le forza per fare… Veda, lei ha parlato di laicità, ma quella di oggi non è laicità bensi nullità. La laicità è un valore laddove prevede conquiste di modernità, lotte, ideali: i ragazzi di oggi, che incontro spesso nelle scuole, invece, non sembrano voler andare oltre il mero successo materiale. L’anticlericalismo di fine ‘800 e inizio ‘900, a esempio, era una passione, quello che vedo oggi invece è il nulla, appunto la nullità. Non si crea un romanzo, un film, un’opera d’arte che proponga una riflessione su Dio e questo crea un vuoto che lascia spazio solo al nulla.
Una parte della storia della televisione è legata a lei: tra i tanti ricordi, penso alle sue interviste con Falcone. Il saggio non prende in considerazione il futuro dei media, possiamo rifletterci ora?
Il futuro della televisione è già ora, grazie a Netflix e ai vari contenitori che presentano prodotti, soprattutto serie storiche, di notevole livello, che ti fanno avvertire il distacco da quelle che produceva la Rai: di sicuro con buone intenzioni ma del tutto inattendibili. Al di fuori di questo, ora come ora, la televisione ha poca attrativa su di me.