“Dopo un raccolto, ne viene un altro”: la Resistenza e la memoria dei sette fratelli Cervi

di Giada Piras

Il 25 Aprile è una giornata spesso, purtroppo, dimenticata ma fondamentale per la storia della nostra libertà.

Come cittadini di una società figlia della Democrazia, è quantomeno doveroso ricordare chi perse la vita per garantirne una migliore e priva di ogni sopruso a tutti noi.

La Resistenza mosse i suoi primi passi da subito dopo l’Armistizio dell’8 Settembre 1943, data fondamentale, che segna l’inizio di quella che diventerà una vera e propria guerra civile.

Non si poté credere subito in una buona riuscita della Resistenza, ma con il passare dei giorni lo spirito di ribellione prese sempre più piede e ciò che prima sembrava solo una piccola goccia in mezzo al mare, era diventata una realtà ben più concreta.

Chi aveva ben chiaro questo concetto erano i protagonisti della riflessione che oggi più che mai ci viene spontanea quando si parla del 25 Aprile.

Parleremo in particolare dei fratelli Cervi, pilastri fondamentali di quella che fu la Resistenza a Campegine (Emilia Romagna).

Rispettivamente: Gelindo, Antenore, Aldo, Ferdinando, Agostino, Ovidio ed Ettore.

La famiglia Cervi (che conta ben undici componenti tra madre padre sette figli maschi e due femmine), antifascista dagli anni ‘30, ha un ruolo di vitale importanza per quella che è la riuscita dell’organizzazione partigiana tra l’appennino e la pianura, posti in cui cominciavano a formarsi le prime formazioni gappiste dopo l’8 Settembre del 1943.

Il primo ad aderire alla “fede” comunista sarà Aldo, terzogenito della famiglia, che unirà poi tutta la famiglia verso un ideale comune.
Sono tutti semplici contadini, vivono coltivando la terra, ma nonostante ciò appena dopo il 25 Luglio 1943, giorno della caduta del fascismo, organizzeranno la cosiddetta “pastasciutta antifascista” per festeggiare l’accaduto (ricorrenza che viene festeggiata tutt’ora).

Ma la famiglia Cervi non era solo questo, era una famiglia innovativa, formata da intellettuali che usavano ogni mezzo per poter accrescere la propria cultura, addirittura furono i primi a utilizzare un trattore per la coltivazione dei propri campi (chiamati “I campirossi”). 

Fonderanno una biblioteca popolare, poiché non tenevano solo alla propria cultura, ma anche a quella di chiunque li circondasse, perché un popolo istruito è molto più difficile da soggiogare.

Tuttavia purtroppo però, la loro modalità di Resistenza quasi non viene vista di “buon occhio” dal Partito Comunista Reggiano. Tutto questo attivismo, infatti, porterà la famiglia Cervi ad essere pericolosamente esposta. Nonostante ciò, preferiranno rimanere a coltivare i loro campi portando avanti il loro ideale di libertà, senza nascondersi e abbandonare tutto.

Pagheranno a caro prezzo la scelta di non lasciare la propria casa. Diventano un bersaglio fin troppo facile per gli squadristi che nella notte tra il 24 e il 25 Novembre del 1943, circonderanno la casa della famiglia Cervi, dando fuoco al fienile e alla stalla. 

La famiglia tenta di difendersi dall’assedio, ma nonostante ciò oltre loro in casa vi sono degli altri uomini a cui avevano offerto un “posto sicuro” (i Cervi nonostante il pericolo infatti ospitavano chi aveva bisogno, tra oppositori, ragazzi fuggiti alla leva e soldati riusciti a fuggire dai tedeschi).

La difesa della casa purtroppo non avrà esito positivo, infatti in quella casa vivono anche cinque donne e dieci bambini, il rischio di continuare con il contrattacco prevedeva un prezzo fin troppo alto da pagare. 

Verranno quindi arrestati insieme a Quarto Camurri (disertore della MVSN entrato in contatto con la famiglia poco tempo dopo la sua diserzione) e condotti al carcere politico di Reggio Emilia.

A seguito dell’uccisione del fascista Davide Onfiani, il 28 Dicembre tutti e sette i fratelli Cervi e Camurri vennero fucilati, una scelta crudele, tanto che in un documento della direzione fascista di Reggio Emilia (che verrà recuperato solo nel dopoguerra), affianco alla lista dei sette nomi, (si pensa) un dirigente scrisse: “Sette fratelli?” sottolineando il tutto in rosso, come a voler esprimere una perplessità per questa crudele decisione. 

Il padre (Alcide Cervi), arrestato anche lui ma prigioniero in un carcere diverso, riuscirà a scappare a seguito di un bombardamento, ma non verrà informato subito della morte dei suoi sette figli, il cui funerale potrà essere celebrato solo nell’Ottobre del 1945, giorno in cui, dopo che i feretri verranno portati al cimitero di Campegine, papà Alcide pronuncerà la famosa frase: “Dopo un raccolto, ne viene un altro”.

Tutti i fratelli verranno decorati con la “medaglia d’argento al valor militare”, nella speranza che la loro memoria rimanga sempre viva nel cuore e nella testa non solo di chi lotta, ma di chi vive e spera in un domani migliore cercando di costruirlo grazie anche al loro sacrificio per la nostra libertà.

La guerra purtroppo è una realtà molto più attuale di quel che si pensi, possiamo vederlo negli ultimi mesi tramite le immagini strazianti che arrivano dall’Ucraina. Vediamo un popolo che attua una forma disperata di Resistenza nel tentativo di ottenere di nuovo la propria libertà e quella del suolo ucraino occupato dagli invasori, perché la Resistenza non è solo imbracciare un fucile. La Resistenza è la speranza, il pensiero, il dialogo e l’accoglienza, tutto ciò che possa opporsi a qualunque forma di oppressione è pura Resistenza. 

Negli ultimi giorni ci sono stati molti dibattiti, paragonando quella che fu la Resistenza Italiana con quella che è in questi mesi la Resistenza Ucraina. 


A parere mio, i mezzi tramite i quali si ottiene la libertà non possono essere paragonati senza tener conto di tante cose, come ad esempio il periodo storico, i luoghi in cui gli scontri prendono vita e soprattutto la tecnologia degli armamenti attuali.

Se la si vuole paragonare, si potrebbe dire che è una Resistenza 2.0, l’ideale è sempre quello della libertà, è tutto quello che ruota intorno che cambia.

Chiudo questo piccolo intervento con un pensiero strettamente personale, a prescindere da ogni tipo di paragone. 

Nessuna istituzione, nessun potere, nessuna supremazia dovrebbe negare la libertà di un altro popolo o addirittura privarlo della leggerezza tipica della vita.

“Prendete la vita con leggerezza, che leggerezza non è superficialità, ma planare sulle cose dall’alto, non avere macigni sul cuore” (Italo Calvino)

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