di Daniele Madau
Sardegna e Sicilia, le isole più grandi del Mediterraneo, così diverse, con, in apparenza, pochissime caratteristiche in comune: il mare bellissimo, il presidente Mattarella che sceglie Alghero per il riposo estivo, il collegio unico per le elezioni europee- speriamo ancora per poco- la presenza spagnola, l’ idea di ‘isolitudine’ di Bufalino – appropriata per i grandi autori sardi- una certa tensione morale dei loro pensatori. E la morte solitaria di alcuni dei loro uomini migliori. In estate in Sicilia, in dicembre, a Natale, in Sardegna: il 24 dicembre 1998 Don Muntoni, il 29 dicembre 2007, quindici anni fa, Peppino Marotto. Entrambi a Orgosolo. Entrambi senza colpevoli. Orgosolo, ‘vituperio delle genti’, per citare chi non ha mai compreso la Sardegna, Dante. Orgosolo: ammantata di bellissimi murales, cuore di tenebra e primizia di un futuro di comunità come comunione di bene che ancora si porta sulla pelle la lettera scarlatta dell’ omertà che protegge gli assassini. Peppino Marotto era emigrato in Lombardia e aveva avvertito la differenza tra l’essere comunità e no: ‘A Orgosolo c’ è sempre una luce accesa per te, e sai tutto della vita dietro quella luce. Qui potresti crepare che nessuno si accorge di te.’ Questo concetto, diventato teoria generale e scelta di vita, lo ha poi chiarito nella bellissima espressione ‘esistiamo solo insieme.’ E’ stato proprio vero. La sua vita era in mano alla sua comunità, che ne ha deciso anche la morte, con spietatezza. Vero martire, cioè testimone, ha lottato con le parole a Pratobello, affermando che quella è stata vera balentia, la lotta pacifica, arduo ossimoro. È stato a disposizione di tutti come sindacalista; sino all’ ultimo, ottantenne, ha cercato di educare alla modernità, con i suoi versi, la sua comunità, cercando di setacciare il bene e buttare il male del passato. È stato ucciso in maniera vigliacca alle spalle, alla faccia di un millantato coraggio atavico barbaricino da cartolina turistica. Per vendetta? Quale vendetta? E se anche fosse, tutti si dimenticano che il primo articolo del codice barbaricino afferma che ci si può rinunciare alla vendetta ‘per un superiore valore morale’ . Ma questo valore morale era di Peppino, mentre i suoi uccisori hanno sporcato la pietas, la reverenza sarda per i saggi, gli anziani, i vati.
La scena finale di ‘ Alla luce del sole’ , film su Don Pino Puglisi, vedeva Don Pino morire solo, disteso per strada, in pieno pomeriggio d’estate, mentre tutt’ intorno Palermo, il quartiere Brancaccio, lo ignorava, tra chiusura delle imposte dietro le quali si scorgevano fuggevoli figure e ragazzi in motorino che passavano a fianco . Orgosolo, la mattina del 29 dicembre 2007, la immagino così, anche se si dice che la Sardegna non abbia conosciuto la mafia. Ma, in questo, i complici dei malviventi di Sicilia e Sardegna, alla fine, non sono stati così diversi. Infatti l’ omertà cos’è? La connivenza cos’è? Esistono, e sono esistite, tante tipologie di silenzio in Sardegna: quello santo di fra Nicola – frate silenzio-, quello dei nostri infiniti spazi incontaminati, quello della ritrosia caratteriale sarda, che ci viene riconosciuta come peculiare, pronta a trasformarsi in amicizia incondizionata, laddove si conquisti la nostra fiducia. E quello dell’ omertà comunitaria, che protegge gli assassini. Nel femminicidio di Dina Dore almeno una lettera anonima aveva squarciato il velo vile della comunità di Gavoi. Peppino Marotto aspetta ancora quella voce anonima, quell’ oralita’ che lui ha trasformato in poesia, sulla scia della nostra tradizione dei cantadores. Custa sì che è balentia sarebbe il suo commento alla sua giustizia.