Lettera agli italiani su Silvio Berlusconi. E non solo

di Daniele Madau

Figure di vergini che si offrono al drago per rincorrere il successo, la notorietà e la crescita economica… e per una strana alchimia, il paese tutto concede e tutto giustifica al suo imperatore” (Veronica Lario, aprile 2009)

“Palermo non mi piaceva, per questo ho imparato ad amarla. Perché il vero amore consiste nell’amare ciò che non ci piace per poterlo cambiare” (Paolo Borsellino)

Cagliari, 20/06/2023

Vi scrivo, italiani, perché quello a cui ho assistito nei giorni scorsi – i giorni successivi alla morte di Silvio Berlusconi – dice molto di noi italiani. Ho aspettato a farlo, perché, fortunatamente, la morte è ancora un tabù – forse l’unico ancora rispettato – che pretende silenzio, rispetto, riflessione su chiunque. E, mentre aspettavo, cercavo la modalità migliore per scrivere su Berlusconi, una persona che ho molto avversato; ho scelto la lettera, col suo bagaglio di tradizione millenaria: forse la tipologia di testo che più può lasciar trasparire l’accoratezza nello scrivervi queste righe.

Ho deciso di farlo perché credo che lui ci debba molto. Non noi, italiani, a lui ma lui a noi. Ricordiamo alcune espressioni del celebre discorso della ‘discesa in campo’? ‘L’Italia è il Paese che amo: qui ho le mie radici, qui il mio futuro’ . Non posso sapere quanto fosse sincero ma, di sicuro, l’Italia gli ha permesso di realizzare tutti i suoi desideri, e non è poco: è ciò che tutti noi desideriamo per la nostra vita.

Innanzitutto, ha vissuto l’infanzia e l’adolescenza nel secondo dopoguerra, gli anni in cui l’Italia era, forse, il Paese più dinamico d’Europa: una vera terra di speranza e di futuro che, nel 1960, ha avuto il suo anno d’oro, rimasto nell’immaginario collettivo come un paradiso raggiunto e poi perduto, quasi teatralmente messo in scena nelle Olimpiadi di Roma dello stesso anno. Tutta la sua generazione ha potuto beneficiare di quel momento di resurrezione in cui si poteva, non dico sognare, ma avere un’aspirazione legittima sulla propria vita: aspirazione semplice, di felicità, di benessere, di realizzazione.

L’onda lunga di quel periodo, in cui è nata anche la moderna imprenditoria edile, gli ha permesso di creare il suo primo impero, quello edilizio appunto, e il primo nucleo della sua fortuna economica. In Lombardia, col suo attivismo a volte un po’ cieco e irrazionale, tutto volto alla produttività e al benessere economico, che ha prestato il fianco alla speculazione ediliza e alla cementificazione, come magistralmente cantato da Adriano Celentano. Lui ha dovuto tanto alla Lombardia, quindi, non la Lombardia a lui.

E Milano, che si avviava a diventare il luogo in cui elaborare e sperimentare il concetto di lavoro come autorealizzazione per il divertimento d’elite, a discapito di tutto e tutti, gli ha permesso incontrare una classe politica pronta a usare quella sua nuova ricchezza: la classe politica di Craxi e Pillitteri, in un’idea di socialismo che si sposava pienamente col concetto di aspirazione a godere dei frutti del proprio lavoro, a discapito di tutto e di tutti. Quella classe politica gli ha permesso, spudoratamente e già ad personam, di accrescere la sua originaria, piccola e regionale, impresa televisiva che, poi, è diventata un impero transnazionale. Da lì la ricchezza smisurata che ha gli ha permesso di continuare a relizzare i suoi desideri, come l’arrivare in elicottero per incontrare la sua nuova squadra di calcio, il Milan che, con lui, vincerà tutto. Quindi Berlusconi ha dovuto a Milano almento quanto Milano ha dovuto a lui, niente di meno.

Il sistema politico e governativo italiano, poi, col suo garantismo, con la sua moderna democrazia e con, purtroppo, la sua mancanza di alcune leggi che lo autotutelino, gli ha permesso di formare un partito, vincere tre volte le elezioni e, con la maggioranza conquistata, guidare il Parlamento fino a farlo esprimere nella vicenda Karima: per il Parlamento stesso lei era la nipote di Mubarak. Sinceramente, credo che in un Paese con altre caratteristiche, tutto questo non sarebbe potuto accadere. Tecnicamente, poi, durante i suoi trent’anni di attività politica, Berlusconi non era più in carica al timone delle sue imprese. Gli stipendi mensili alle sue prescelte, i soldi con cui ha pagato i senatori Scilipoti e De Gregorio («Tra il 2006 e il 2008 Berlusconi mi pagò quasi 3 milioni di euro per passare con Forza Italia», disse quest’ultimo) e con cui pagò tutti suoi processi, compreso quello, ancora in essere prima della sua morte, come mandante occulto per le stragi di mafia – della quale si è avvalso, invece di farsi difendere dallo Stato, per la sua protezione personale sin dai primi anni imprenditoriali – sono quindi derivati, almeno in parte, dalle nostre tasse. Berlusconi ha dovuto tanto all’Italia e non l’Italia a lui.

La mia terra, poi, la Sardegna, gli ha permesso di acquistare e ampliare (i lavori di ampliamento erano tecnicamente ‘segreto di Stato’) un’abitazione meravigliosa, in uno dei luoghi più belli del mondo, in cui accogliere i grandi della terra e passare le sue estati. Non ho visto segni tangibili di riconoscimento alla Sardegna. Lui ha dovuto tanto alla Sardegna non la Sardegna a lui.

Sapete, sono un’insegnante. Ho vissuto l’inizio della mia carriera, il precariato, durante il suo ultimo governo: ho vissuto fino in fondi gli enormi danni dei suoi ministri, Tremonti e Gelmini, alla scuola. Ho sentito i suoi insulti verso di noi che insegnavamo il rispetto verso tutti, in nome del diritto a vivere serenamente il proprio orientamento sessuale. Ho sentito il suo governo parlare di merito- come oggi- e poi favorire le igieniste dentali, mentre i nostri ragazzi, il nostro futuro, emigravano, andando a contribuire al futuro di altre nazioni che, incredule, ringraziavano. Il deserto demografico di oggi ha origine anche da lì.

Questo è ciò che gli imputo maggiormente: essersi arricchito e aver conservato il potere a discapito del futuro, dei nostri ragazzi. Vecchioni parlava di ‘bastardo sempre al sole’ e faceva intendere che non sbagliava chi lo identificava con Berlusconi. Anche per lui, a vantaggio suo, potevamo chiamarci tutti noi, tutti noi italiani, ‘ancora amore’. Riascoltatela ‘Chiamami ancora amore’.

Perché l’Italia lo ha riempito d’amore, in maniera irrazionale, ingenua, pietosa, da poveri, a loro volta mendicanti d’amore. Basta rivedere i suoi funerali, con la folla acclamante fuori dal Duomo di Milano. La folla che, nel 2011, lo ha anche insultato, quando è caduto. Perché così sa fare. E noi dobbiamo essere popolo, non folla, e non lasciarci guidare né verso gli elogi spudorati né verso gli oltraggi, da connazionali di Manzoni (Lui folgorante in solio vide il mio genio e tacque quando, con vece assidua, cadde, risorse e giacque, di mille voci al sonito mista la sua non ha: vergin di servo encomio e di codardo oltraggio)

Alla fine la Costituzione ha retto, il nostro sistema creato dopo il referendum del 1946 ha retto, arrivando sino a una condanna di Berlusconi e anche, come è giusto, alla sua successiva riabilitazione.

Ed è proprio questo che dobbiamo sempre ricordare, tenere nel cuore e nella mente: noi, italiani, non dobbiamo adorare nessuno. Non dobbiamo avere paura, non dobbiamo cedere al culto della persona e alle scorciatoie che ci presenta ma solo credere nel rispetto e nel servizio alla Costituzione, anch’essa nata dalle nostre forze italiane, e quelle migliori.

Noi dobbiamo solo conoscerci, amare la cultura che rende liberi e che respiriamo dovunque, se decidiamo di uscire dalle bassezze che dobbiamo imputare a noi stessi. Ciò che noi possiamo vivere nelle nostre città è l’esito millenario di quanto Roma, nana sulle spalle del gigante della cultura greca, ha creato fondendosi con le realtà locali. Roma, disgregandosi, ha creato poi quel terrendo fertile su cui sono nati i regni romano-barbarici, e i comuni, e l’Umanesimo e il Rinascimento, e il ‘600 del Barocco e di Galileo, e il Neoclassicismo e il Romanticismo, che ha reso possibile il Risorgimento, l’Unità d’Italia. Sino alla Resistenza e al miracolo economico da cui siamo partiti.

Questo, e molto altro, siamo noi italiani. Di cosa abbiamo paura? Perché abbiamo dovuto sperare in un uomo solo al comando? O, meglio, sperare va bene ma perché continuare a credergli e osannarlo?

Certo, Silvio Berlusconi merita il rispetto che si deve a ogni uomo, come ci ha ricordato il cardinal Delpini, e come imprenditore ha, a sua volta, reso possibile il benessere di tante persone. Ma non, credo, più di altri imprenditori, che il contesto italiano che abbiamo descritto ha fatto sorgere e che, magari, hanno rispettato di più l’Italia.

Noi, infatti, abbiamo bisogno solo del nostro patrimonio umano, culturale, paesaggistico, giuridico. Ci crediamo? E ora di farlo, perché non capiti più di riconsegnare trent’anni della nostra storia, e il nostro futuro, a una sola persona. Dagli errori si impara, solo così tutto può avere un senso: anche da quelli, molto gravi, di non credere in noi, tanto da permettere tutto a chi non ci ha cambiato in meglio. Questo – cambiare in meglio qualcosa, come d citazione d’apertura – è possibile solo a chi ha un amore più grande, come quello di Paolo Borsellino, che ha dato la vita, senza neanche avere funerali di Stato.

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