La sinistra davanti alle nuove sfide: la necessità di un nuovo umanesimo. Incontro con la deputata Paola De Micheli

di Daniele Madau

Paola De Micheli è eletta per la prima volta alla Camera nel 2008. Nel 2014 viene nominata Sottosegretaria all’Economia. Nel 2019 diventa vicesegretaria del Partito Democratico. Lascia l’incarico quando viene eletta – la prima volta per una donna -Ministra delle Infrastrutture e dei Trasporti nel governo Conte II. Nel 2023 partecipa alle primarie come candidata segretaria del PD. Con lei abbiamo spaziato dalle nuove sfide a livello globale, a cui la sinistra deve andare incontro, alla più stretta attualità italiana.

Onorevole De Micheli, lei è una delle esponenti più importanti, con maggior storia politica e istituzionale, all’interno del Partito Democratico. Su cosa si sta concentrando la sua attività politica in questo periodo?

Sto seguendo dei dossier riguardanti i principali settori d’intervento politico, cercando di dare un contributo di analisi e approfondimento: sanità, politiche migratorie, attività produttive e politiche industriali. In riferimento a quest’ultimo settore, sto lavorando a dossier sulla transizione ecologica e sul rapporto tra gli aspetti produttivi e l’ecologia. Tutti noi sappiamo bene quanto sia rilevante la questione ambientale e necessaria la transizione ecologica ma, questo inevitabile processo, non dovrà danneggiare, sia in termini ecologici sia in termini di posti di lavoro, i lavoratori e le imprese: noi dobbiamo essere al loro fianco. La mia ispirazione è sempre il concetto di umanesimo, che vede l’uomo e le donne, e loro necessità, al centro di tutto.

E l’attività politica della sua segretaria, Elly Schlein, come la giudica?

Io noto una progressiva scomparsa dell’ ‘effetto speranza’, che si era creato con la sua elezione. Ciò credo che sia dovuto a questioni sia oggettive che soggetive. Quelle oggettive riguardano un affaticamento generalizzzato delle sinistre europee, causato anche da politiche, oggettivamente – appunto – errate, come la gestione non solidale dei flussi migratori. Al livello nazionale, poi, si respira un po’ di sfiducia legata anche alla poca chiarezza e alla volubilità delle alleanze, cosicchè si notano ritardi nell’azione di opposizione. Opposizione che, tuttavia, si sta unendo di fronte alla lotta sul salario minimo. Quelle soggettive riguardano l’isolamento della segretaria, che non ha valorizzato il pluralismo e non si è ancora impegnata in un lavoro di profilazione di una sinistra sociale. Ci sarebbe necessità, infatti, di un nuovo profilo culturale della sinistra, in grado di parlare a nuovi elettori, che vadano oltre il nostro bacino usuale, quello dei centri storici delle città.

Ripartiamo da qui, dalla nuova profilazione della sinistra: salario minimo e che altro? Possiamo anche spaziare a livello europeo e mondiale, date le importanti scadenze elettorali del 2024 del rinnovo del parlamento europeo e delle elezioni americane.

La sinistra deve assumere nuovamente posizioni di responsabilità rispetto ai ceti e alle categorie svantaggiate: una sinistra del lavoro, sociale, cattolica, riformista, in Italia e in Europa: come, a esempio, quella tedesca. Questa sinistra, ripartendo dai bisogni delle persone, deve ribaltare l’attuale gerarchia, che la vede subalterna alla finanziarizzazione dell’Occidente. Tutto questo senza aver paura di essere considerati dei conservatori. La sinistra, infatti, davanti alle impegnative sfide dell’Intelligenza Artificiale e della transizione ambientale, deve essere in grado di governare il necessario processo di trasformazione e convertirlo in momento di crescita che tuteli, e sappia tramutare, il lavoro delle persone. Queste stesse persone che ora hanno paura di perderlo, il lavoro. Questo vuol dire per me ‘nuovo umanesimo’. Nuovo umanesimo che, per continuare ad avere uno sguardo globale riferito all’aspetto più urgente nel panorama internazionale, non può abbandonare e non può non sostenere a tutti i livelli un popolo aggredito ma che, contemporaneamente, deve necessariamente trovare strade che portino alla pace. Questa sinistra deve avere maggiore chiarezza nell’attività di pace: attività che, forse, è stata trascurata.

Restringendo nuovamente il campo e tornando alla, forse, angusta realtà italiana, vorrei una sua considerazione sulle ultime due puntate di ‘Report’ . Due settimane fa è stato mandato in onda il servizio sulle attività imprenditoriali di Daniela Santanchè, di cui la ministra dovrà riferire in aula: anche come imprenditrice, qual è la sua posizione? L’ultima puntata, invece, è tornata sul crollo del ponte Morandi e sulle decisioni dei governi che si sono succeduti nei confronti di ‘Aspi – Autostrade per l’Italia’. Dalla ricostruzione che ha fatto la trasmissione di Ranucci, sembra che Toninelli volesse revocare la concessione alla famiglia Benetton e che, invece, Draghi e il suo governo, dove lei era Ministra delle Infrastrutture, non abbiano avuto la stessa volontà; permettendo, così, una soluzione negoziata in fin dei conti favorevole a coloro che sono stati responsabili del disastro.

La ministra Santanchè deve assolutamente riferire in Parlamento e non rimandare i chiarimenti. Se le accuse venissero confermate, sarebbero di notevole gravità. Questa gravità è legata ai rapporti con i lavoratori e con i fornitori. Io cerco, comunque, di restare garantista e aspetto prove documentali. Preciso che questa mia posizione garantista è maturata anche in seguito ad attacchi che, di fronte ad accuse poi rivelatesi infondate sulla mia attività imprenditoriale, ho ricevuto dalla stampa riconducibile a posizioni di destra.

Per quanto riguarda la vicenda della concessione ad Aspi, bisogna risalire alla tipologia della concessione stessa, promossa da Romano Prodi e confermata da Silvio Berlusconi. In caso di revoca, anche per grave inadempienza, era previsto un risarcimento di 25 miliardi, che sarebbero ricaduti su tutti gli italiani. Noi, comunque, avendo ereditato una decisione, scrivemmo comunque il decreto di revoca. Continuavamo, però, chiaramente, a monitare la situazione riguardante la situazione delle infrastrutture. Sul mio tavolo arrivavano relazioni allarmanti riguardanti lo stato dei ponti, delle strade e delle gallerie: soprattutto, a causa della sua conformazione, della Liguria. Abbiamo, così, deciso di intervenire immediatamente con una soluzione negoziata che, facendo risparmiare 25 miliardi, avrebbe riportato Aspi, in parte, sotto il controllo pubblico, permettendo quei lavori non più rimandabili. La società che, ora, ha la maggioranza delle quote di Aspi è Cassa Depositi e Prestiti che, ricordo, non ha un bilancio pubblico ma gestisce i fondi privatistici del risparmio postale.Ho preso questa decisione e ne sono fiera, soprattutto pensando alle vittime di quelle mancate manutezioni. In ultimo voglio ricordare come io, al contrario dell’ex ministro Toninelli, non abbia mai incontrato Giovanni Castelluci.

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