di Marco Marini
Marco Marini, autore che spesso ci guida in riflessioni ricche di spunti e dati, in occasione dell’anniversario di via D’Amelio, ricorda la bellissima figura e alcune parole di Paolo Borselllino, vittima di uno dei tanti misteri d’Italia.
Il giornalismo di stile anglosassone ci spiega che per scrivere un articolo o esprimere un concetto, ci si affida alle 5 W (che tradotto in italiano rappresentano le domande Chi?, Dove?, Come?, Quando?, Perché?). Si tenta di “spiegare” o raccontare un fatto, un fenomeno, rispondendo a queste cinque domande. Spesso però qualcuna di queste rimane senza risposta. Perlomeno a gente comune come noi, a coloro che non sono addentro a certi meccanismi che solo gli addetti ai lavori conoscono. Questo a maggior ragione, si può affermare per quanto riguarda la storia del nostro Paese. Non è questo il momento e la sede per raccontare le “stranezze” di questa Italia, ricca di bellezze uniche al mondo, ma altrettanto avvolta in molti misteri. Dalle stragi politiche ai vari scandali che iniziarono già alla fine del 19° secolo, appena creato lo Stato Unitario, questa nazione è stata ed è tuttora alla ricerca di verità. Ripeto non tutte le domande che ci si pone ottengono risposta. Questo è un Paese che ricorda, celebra e, mi si permetta, riempie di parole retoriche tutte le celebrazioni. Si rischia quindi di mitizzare ogni aspetto della storia umana. Questo porta ad allontanarsi con un senso di fastidio o peggio noia, dai vari ragionamenti sui vari fatti della nostra Storia.
Domani, 19 luglio 2023, ricorre il 31° anniversario della Strage di Via Amelio a Palermo, in cui perse la vita Il Giudice Paolo Emanuele Borsellino e i cinque membri della scorta, tra i quali ricordiamo la nostra Emanuela Loi, prima donna a far parte di una scorta e prima donna della Polizia di Stato a cadere in servizio. Rileggiamo le note e gli articoli che hanno riguardato quella ed altre stragi di quel periodo. La strage di Capaci con la morte del Giudice Falcone, l’attentato a Via dei Georgofili a Firenze con cinque vittime e tutte le violenze che la mafia pose in essere per costringere questo Stato a scendere a patti. Ricordiamo che nel 1998 la Procura di Firenze aprì l’inchiesta sulla trattativa Stato-mafia. Cosa possiamo dire di questi personaggi, queste vittime, questi servitori dello Stato, senza cadere nella stucchevole retorica ? Innanzitutto che furono abbandonati dalle Istituzioni in cui credevano, portando avanti il loro lavoro nonostante sapessero di essere degli obiettivi delle stragi mafiose:
«Guardi, io ricordo ciò che mi disse Ninni Cassarà allorché ci stavamo recando assieme sul luogo dove era stato ucciso il dottor Montana alla fine del luglio del 1985, credo.
Mi disse: “Convinciamoci che siamo dei cadaveri che camminano”.»
(Paolo Borsellino, intervista rilasciata a Lamberto Sposini il 24 giugno 1992)
Ed
«Il vero obiettivo del CSM era eliminare al più presto Giovanni Falcone»
(Durante il Convegno de La Rete del 25 giugno 1992)
«Quando Giovanni Falcone solo, per continuare il suo lavoro, propose la sua aspirazione a succedere ad Antonino Caponnetto, il Consiglio superiore della magistratura, con motivazioni risibili gli preferì il consigliere Antonino Meli. Falcone concorse, qualche Giuda si impegnò subito a prenderlo in giro, e il giorno del mio compleanno il CSM ci fece questo regalo. Gli preferì Antonino Meli.»
(Durante il Convegno de La Rete del 25 giugno 1992)
Ventiquattro giorni dopo, avrebbe seguito la stessa sorte del suo collega ed amico Giovanni Falcone.
Una considerazione personale, se questo Stato è sceso a patti con l’organizzazione mafiosa si può considerare uno Stato forte? Ho i miei dubbi. L’infiltrazione della criminalità organizzata sia nell’economica che nella politica è cosa risaputa ed è comune a tutte le latitudini di questo mondo. Nulla di stano quindi.
Ma sembra che da noi sia più evidente che da altre parti. Qualche anno fa incontrai a Elmas il fratello minore del Giudice Borsellino, Salvatore, ingegnere. Ci raccontò quanto il Giudice fosse contrariato dal fatto che Salvatore avesse lasciato la Sicilia. Affermava che la battaglia contro la criminalità andava affrontata in loco, se non per altro almeno per l’amore verso la propria terra. Salvatore è stato il promotore del cosiddetto “Movimento delle Agende Rosse”: Il nome fa riferimento all’agenda di Paolo Borsellino, sparita dopo la strage di via D’Amelio. In quell’agenda Borsellino scriveva appunti personali, supposizioni e dichiarazioni di collaboratori di giustizia come Gaspare Mutolo. L’agenda sparì dalla borsa di cuoio del magistrato che era sul sedile posteriore dell’auto su cui viaggiava il giudice Borsellino. Esistono prove fotografiche e video di un carabiniere, Giovanni Arcangioli, con in mano la borsa. Nei confronti del carabiniere fu istruito un processo per favoreggiamento nei confronti di Cosa Nostra e per la sottrazione dell’agenda, ma non si è arrivati alla fase dibattimentale. Il capitano ha fornito versioni diverse in diversi interrogatori: in un primo momento disse di aver dato quella borsa all’ex Magistrato Giuseppe Ayala, poi di aver dato la borsa a un ufficiale di servizio e infine di averla riportata all’interno della vettura ancora in fiamme, dove fu poi ritrovata la borsa. I collaboratori e i familiari di Paolo Borsellino confermano che il Magistrato non si separava mai dall’agenda, soprattutto dopo la morte di Giovanni Falcone. La moglie del Magistrato ha confermato che il 19 luglio 1992 nella borsa era stata messa anche l’agenda rossa.
Flussi e riflussi della Storia: ricordiamo la sparizione dei documenti sottratti a Mussolini dopo la cattura a Dongo, dove si parlava del carteggio epistolare tenuto con Churchill e dei soldi rubati alla Banca d’Italia. Come dei documenti di Aldo Moro spariti dopo il rapimento in Via Fani a Roma. In tutte queste vicende compaiono quasi sempre gli stessi personaggi che l’Italia ha sempre incontrato. Potenze straniere (Gran Bretagna, per esempio, così come Stati Uniti e Israele), la mafia, i servizi segreti, più o meno deviati, che invece di essere fedeli allo Stato hanno favorito progetti di questa o quella parte non solo politica. E non dimentichiamo quella parte della massoneria deviata (?) denominata Propaganda 2 (P2) che grazie al fascista Licio Gelli, suo vanto, legò gli interessi politici e mafiosi fino al coinvolgimento dello I.O.R (Istituto Opere Religiose) gestito dall’Arcivescovo Paul Marcinkus, e le morti di Sindona e Calvi ed altre a loro legati.
Ci domandiamo se in un paese del genere non sia più facile girare la faccia dall’altra parte e arrendersi di fronte a queste manifestazioni di potere. In una canzone, Fumetto, Lucio Dalla diceva “… che mondo sarà se ha bisogno di chiamare superman….” Ma Paolo Borsellino ha “risposto”:
«Giovanni Falcone lavorava con perfetta coscienza che la forza del male, la mafia, lo avrebbe un giorno ucciso. Francesca Morvillo stava accanto al suo uomo con perfetta coscienza che avrebbe condiviso la sua sorte. Gli uomini della scorta proteggevano Falcone con perfetta coscienza che sarebbero stati partecipi della sua sorte. Perché non è fuggito, perché ha accettato questa tremenda situazione, perché non si è turbato, perché è stato sempre pronto a rispondere a chiunque della speranza che era in lui? Per amore! La sua vita è stata un atto d’amore verso questa sua città, verso questa terra che lo ha generato. Perché se l’amore è soprattutto ed essenzialmente dare, per lui, e per coloro che gli sono stati accanto in questa meravigliosa avventura, amare Palermo e la sua gente ha avuto e ha il significato di dare a questa terra qualcosa, tutto ciò che era ed è possibile dare delle nostre forze morali, intellettuali e professionali per rendere migliore questa città e la patria cui essa appartiene. […] Per lui la lotta alla mafia non doveva essere soltanto una distaccata opera di repressione, ma un movimento culturale e morale, che coinvolgesse tutti specialmente le giovani generazioni […], le più adatte a sentire la bellezza del fresco profumo della libertà che fa rifiutare il puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità, e quindi della complicità. Ricordo la felicità di Falcone […] quando in un breve periodo d’entusiasmo, conseguente ai dirompenti successi originati dalle dichiarazioni di Buscetta, egli mi disse: “La gente fa il tifo per noi”»
(Paolo Borsellino, intervento a Casa Professa, 25 giugno 1992)