di Daniele Madau
La tradizione del ‘viaggio in Sardegna’ , terra esotica e selvaggia a portata di mano, per un mito difficile da scalfire -addirittura ‘quasi un un continente’ – , è lunga e consolidata. Da Lawrence a Carlo Levi a Vittorini, in tanti hanno voluto vivere e descrivere, avventurarsi e raccontare questo mito che, come tutti i miti, vuole raccontare una verità. La verità è, per esempio, che al ‘Cala di Volpe’ di Porto Cervo, dopo pochi minuti in cui abbiamo studiato gli interni, io e Bachisio Bandinu – cantore critico della Costa Smeralda -siamo stati mandati via. La verità è, a esempio, la bellezza dell’incontro con persone che vogliono provare a recuperare una memoria che ha ancora moltissimo da svelare e insegnare, come Lena, la figlia di Peppino Marotto. La verità è…






La verità è che il viaggio, seppur minimo – come questo che racconterò – è lenitivo. Riscatta dal dolore, dalla quotidianità per forza asfittica, dalla solitudine che lasci nelle tue mura domestiche, augurandoti che al tuo ritorno non ci saranno più, o saranno più lievi o le affronterai meglio. La verità è che, quasi sempre, è così.
Viaggio minimo perché ristretto entro i confini della mia terra, la Sardegna: circa 1000 chilometri in auto; mezzo, forse, non pertinente per l’idea romantica dei viaggiatori, quelli che hanno teorizzato il ‘Viaggio in Italia’ ma che ha permesso di raggiungere in pochi giorni le tappe previste. Eppoi, la mia anima ecologista è sempre rassicurata dal fatto di avere un’autovettura a GPL , anche se si può fare di più: l’obiettivo, a medio termine, è l’elettrica. E, comunque, il pegno l’ho pagato: piccolo – oddio, non tanto piccolo, come ho scoperto dal perito assicurativo – incidente a Nuoro e due ore perse che sapevano tanti di inverno, città in cui vivi e che volevi momentaneamente dimenticare, burocrazia, ansia.
Viaggiare significa andare verso l’altro, farsi altro: di vacanza, di lavoro, di studio, per incontrare qualcuno, il viaggio, per essere tale, deve avere una caratteristica imprescindibile: modificare – come fa un sacramento che imprime, agisce sull’anima – la personalità che, nell’incontro con ciò che è altro, deve cambiare: cioè, arricchirsi.
Il viaggio è un sacramento: accompagna da sempre la vita dell’uomo. Dagli argonauti in poi. I grandi maestri hanno insegnato camminando, come Gesù e Socrate.
Se poi la meta è la tua terra, la finalità deve essere per forza diversa: come per la persona amata, il viaggio è conoscenza delle sfumature, delle bellezze, delle bruttezze e, alla fine, si conferma la scelta per la vita o si prendono in considerazione altre strade.
A questo punto, è chiaro un altro elemento essenziale: l’accompagnatore. Parte integrante del viaggio, del sacramento, dell’altro. Può essere anche te stesso.
Al chilometro 81 della 131 c’è il bivio per Arborea. Arborea è un nome di resistenza post-fascista – prima era Mussolinia di Sardegna – e, con la sua architettura veneta e padana, echeggia di sudori mischiati dal nord d’Italia alla nostra isola e coi suoi pini che lambiscono lo stagno ricco di sfumature di colori, ‘S’ena arrubia’, è un’immagine di rinascita pacificata, dagli acquitrini e dalla malaria. E’ un pezzo di un altro mondo che ora è un pezzo di Sardegna, silenzioso, quasi inosservato ma da osservare, che racconta di convivenza di cognomi veneti e di Campidano sardo, di una giovinezza d’esistenza, fondata nel 1928, che sembra conoscere la bellezza delle diversità.
Spostandosi longitudinalmente verso il centro della Sardegna, andiamo a Laconi, la perla del Sarcidano che è perla della Sardegna. Laconi significa ‘fossa d’acqua’ ma il paese è antitetico rispetto alla sua etimologia: si eleva verso il cielo come la montagna del Purgatorio, perché in cima ha il paradiso terrestre, di ombra, alberi rari, laghetti, cascate, silenzi, castelli medievali. Il parco Aymerich. Alle sue pendici, invece, il mistero della morte e degli inferi, inciso nei capovolti dei menhir del museo. Puntellato nei suoi lati panoramici e d’abissi da statue di Maria e S.Ignazio, Laconi è un mistero, perché la sua bellezza, la sua ricchezza di sfumature di cultura, non ha evitato lo spopolamento e l’invincibile desiderio di andar via, fuggire dalle sue meraviglie che non danno lavoro. Una dannazione che si irradia alla Sardegna tutta, bella di purezza da contemplare, morire di struggente nostalgia e di ricordi da lontano, da oltre il mare.
Il mare smeraldo, suggestione di lusso e ricchezze. La spiritualità di Laconi si trasfigura in cicatrici di vita mondana e l’immortalità serena della beatitudine celeste cede all’affannosa ricerca dell’immortalità del benessere terreno. Come il ritratto di Dorian Gray si carica delle bruttezze della vita del protagonista, così la Gallura si è caricata dell’illusione della perennità immobile del privilegio del turismo. Ricorrono i 60 anni dalla fondazione della Costa Smeralda, che è passata di padrone in padrone: Aga Khan, arabi, americani, russi. E spadroneggianti, come Marta Marzotto, Berlusconi, Lele Mora: più sardi dei sardi, secondo le loro standardizzate definizioni. Mi accompagna un Virgilio, Bachisio Bandinu, la cui opera di studio critico su questo angolo artificiale è stata letteralmente bandita. Si muove a suo agio, con la placidità e la leggerezza dell’esperienza e del pensiero acuto. La piazzetta è immobile sotto un qualuque sole di luglio, poco frequentata, circondata da archi e scale, negozi e colori pastello di un anonimo mediterraneo, che potrebbe avere casa dalla Grecia all’Andalusia. Si potrebbe pensare a una ‘Creuza de mä’ architettonica, ma la prospettiva di De André era di unire attraverso una lingua mediterranea, non di escludere attraverso l’esclusività. La spersonalizzazione è il danno e l’offesa più grande che si potrebbe arrecare a un popolo perennamente in cerca d’identità, come i sardi: e così stiamo ancora chiedendoci, mentre ci è stata rubata l’anima, se l’operazione Costa Smeralda sia stata positiva o negativa. Leggo cosa ha scritto sull’ ‘Unione Sarda’ Giorgio Fresu in questi giorni, consigliere comunale di Posada: ‘Ora l’Aga Khan non c’è più. E’ stato lasciato andar via nell’indifferenza generale, senza pensare che con lui la Sardegna avrebbe sicuramente goduto di altri territori di pregio, in totale ossequio alla tanto amata e declamata sostenibilità’. Mi fa riflettere, eppure avverto come qualcosa che non mi convince, come quel fascino da canto di sirene che avverto a fianco alla chiesa ‘Stella Maris’, davanti allo ‘Yatch Club’. E così mi turo le orecchie, che riapro al suono dei vecchi nomi galluresi: ‘Liscia di vacca’, il cui significato, ‘merda di vacca’, tradisce l’origine dai pascoli e risuona come un riso sardonico di sbeffeggio alla bella vita notturna, di Di Caprio e Mbappé.Il gallurese è solare, liquido, rotondo, poetico. Bellissimo.Al ‘Cala di volpe’ Bachisio mi intima di non dire o chiedere nulla, far finta di niente e di entrare e girare per la ‘hall’; ma io non riesco, l’educazione è più forte della curiosità e, all’accoglienza, chiedo il permesso di dare uno sguardo. Ci viene accordato ma, poco dopo aver ritrovato la stessa – a questo punto banale anche se cuelliana (gli interni sono stati pensati da Cuelle) – architettura e disposizione della piazzetta e aver varcato la soglia della terrezza a mare, prima uno dei tre vigilantes armati, poi una responsabile ci invitano ad andar via, parole sue, ‘per non inquietare i clienti’.
Un’altra porta, invece, si apre, a Orgosolo. Quella di Lena Marotto, figlia di Peppino, ucciso 15 anni fa, in pieno giorno, senza colpevoli. Poeta, sindacalista, saggio. Mito per Elio e Tonino Cau dei Tenores di Neoneli, con cui ne ho parlato.Con lei proviamo a recuperare la sua memoria, con fatica e delicatezza, perché nessuno vuole parlare troppo e tutti vogliamo lasciare un silenzio di rispetto e pudore che non è, però, d’omertà. Ci lasciamo con la promessa di recuperare alcune sue carte inedite e aiutare, così, Orgosolo a risollevarsi. In effetti, è già in piedi, piena di turisti come Porto Cervo era, invece, vuota. Turisti colorati tra le mura colorate che danno sulla valle. E se a Porto Cervo vinceva l’inazione e l’inanità, qui, all’opposto, c’è ancora il sentore della rivoluzione pacifica di Pratobello e, come davanti alle tombe dei grandi per un romantico, davanti alle scritte senti il coraggio crescere e farsi forte. Come davanti al murale di Serafino Spiggia, dal profilo di roccia, prima sconosciuto ora conosciuto, nuovo, aedo di questo paese d’arte e dolore. Grande è stata la sua amicizia con Bachisio Bandinu, che, inaspettatamente, se lo ritrova davanti, trasfigurato.
Mamoiada è a due passi e Bachisio insiste per entrare al ‘Museo delle maschere mediterranee’: mi lascio convincere, anche se l’avevo già visitato. Paga i biglietti e saliamo al primo piano, dove si vive il primo momento: la visione di un filmato sul significato e l’origine dei Mamuthones. Scopro che la voce narrante, e i testi, sono i suoi ed bello avere questo privilegio di ascoltarli insieme. Mentre esce, lo fermano e gli chiedono una foto alcune ragazze della cooperativa che gestisce il museo: e qui, forse, la dannazione della Sardegna sembra arretrare e Mamoiada antica, ancestrale, mascherata, divinizzata sembra avere un futuro, tra il patriarca Bachisio e le giovani studiose.Torniamo a Cagliari col il segno dell’incidente sulla portiera sinistra: un altro segno visibile – filo diretto del racconto, quello dei segni impressi -della precarietà dell’andare, dell’anima che si fa cammino, senza pace se non quella a cui aspirare. Sarebbe stato meglio una vacanza normale, seduto davanti al mare a leggere e a rinfrescarmi ogni tanto i piedi? Non so: arriverà anche quella, ma solo dopo aver concluso un altro cammino.