I nostri ragazzi nell’estate: storie di eroismo e violenza

di Daniele Madau

L’estate 2023; l’estate che con un ultimo colpo di coda sta, imperterrita, per lasciarci, mentre noi avvertiamo ancora il desiderio di vacanze, ha avuto dei fili rossi, che possiamo ricondurre a un unico, ben visibile, filo conduttore: il futuro dei ragazzi. Con esso, il problema dell’esempio degli adulti e dell’educazione, e, prima ancora, della natalità e della presenza stessa, nel tempo a venire, della gioventù.

Tra meno di un mese, in occasione della riapertura delle scuole, parleremo di loro, dei ragazzi e delle ragazze, per un giorno e poi basta. Tutto verrà,poi, delegato proprio alla scuola. Conosco da vicino il mondo scolastico e posso dire che la scuola ha spalle larghe, reggerà ancora tutte le responsabilità che la società e il mondo politico le caricheranno sulle spalle, ma questo porterà con se il rischio, che è già una certezza, delle deresponsabilizzazione delle altre componenti del mosaico della società.

Alcuni giorni fa, sul ‘Corriere della Sera’, ho letto due articoli che auspicavano come la scuola dovesse abituare i ragazzi ‘a sopportare il rifiuto’ all’interno di una relazione affettiva e, per aiutare le famiglie, essere aperte anche in estate.

Tralascio la prima indicazione che da sè mostra come anche da parte dei giornalisti, degli studiosi, di tutti coloro che dovrebbero riflettere sui modelli educativi , la famiglia non sia neanche contemplata, presa in considerazione: questo testimonia, da un lato, l’invisibilità che, ormai, avvolge le famiglie; dall’altro contribuisce, come in un corto circuito, a questa deresponsabilizzazione che ammanta d’invisibilità quella che, costituzionalmente e culturalmente, è il primo luogo degli affetti e del rapporto educativo.

La seconda indicazione, che con intervalli regolari ritorna spesso nella riflessione, testimonia poca conoscenza sull’argomento: la scuola, del resto, è uno di quegli argomenti sui quali parlano tutti, meno che i principali protagonisti: gli insegnanti e gli studenti.

La scuola è, in primis, il luogo della trasmissione del sapere anche se, certamente, in una comunità educante: non è il luogo in cui le famiglie possono lasciare i ragazzi in estate, e in generale tutto l’anno, affinché vengano controllati durante il loro orario di lavoro.

E’ una definizione che, all’inizio, può far storcere il naso, poiché si pensa subito ai tre mesi di vacanza degli insegnanti, e dei studenti. Riflettendo più a fondo, tuttavia, si capisce come questa urgenza di sostegno alle famiglie in estate dipenda dal fatto che lo Stato, attraverso i comuni, non metta a disposizione altri luoghi, come i centri estivi, questi sì prettamente deputati alle attività extrascolastiche. Certamente si possono usare anche le scuole ma non gli insegnanti, che hanno un’altra funzione, ormai sempre più sbiadita nella considerazione generale.

Nel caso si volessero adoperare gli edifici scolastici, tuttavia, bisogna considerare che sono privi -tranne che negli uffici -di impianti di condizionamento. L’impiego estivo, quindi, andrebbe preceduto anche da un ripensamento degli spazi e delle dotazioni.

Anche quando, poi, la scuola compie semplicemente il proprio compito e dovere secondo le proprie prerogative e competenze, viene messa in discussione e posta ‘sub iudice’ : è di questi giorni la riammissione alla seconda media da parte del Tar di una ragazza che non era stata ammessa a causa di sei insufficienze.

Anche questa decisione, come ogni aspetto, meriterebbe un approfondimento. La soluzione, quindi, è più complessa, deve essere più complessa: e tutti dobbiamo sentirci coinvolti, nessuno escluso. Inoltre, la soluzione è urgente, ineludibile, non rimandabile: ne va del futuro nostro e del nostro Paese, del futuro e del benessere dei ragazzi: a volte della loro stessa vita.

Immedesimiamoci in uno di loro: forse non l’abbiamo mai fatto. Immaginiamo di avere sedici anni, o meno.

La nostra musica potrebbe essere forse soltanto la rap o la trap, nel caso non ci fosse in casa o tra le amicizie qualcuno che ce ne facesse conoscere altre: di sicuro la scuola, in questo caso, non potrebbe fare molto. Pensiamo ai testi di alcune delle canzoni di questi generi o al messaggio che quel mondo vuole trasmettere in generale: si va dalla rivendicazione del successo – contenuto originario del genere rap – alla rivendicazione della ricchezza, alla rivendicazione del proprio potere sul genere femminile. Qualsiasi ricerca sui testi confermerebbe quanto scritto: la mia non è e, soprattutto, non vuole essere una posizione moralista.

Su questo, in un giorno in cui avevo necessità di confronto e condivisone, ho parlato con Ernesto Assante, critico musicale tra i più autorevoli, giornalista e studioso della storia della canzone. Secondo il suo parere, gli esponenti di questi generi musicali testimoniano il modello di persone che, pur non avendo qualità o talenti particolari, riescono ad avere successo, a diventare protagonisti. Di per sè questo messaggio non è del tutto negativo. Quando, però, si passa ai testi, a quelli violenti, volgari, superficiali, sessisti, il messaggio diventa di per sè un incitamento a queste devastanti pratiche. E non si hanno armi di difesa, non si sa come reagire e cosa proporre in alternativa.

Da soli, infatti, non si può realizzare nulla: da soli – come individui interessati, famiglie, scuola – si può solo assistere a crimini come lo stupro di Palermo, chiaramento ripreso col cellulare, in cui sette ragazzi di età media inferiore ai vent’anni hanno infierito a turno e a ripetizione su una giovane ragazza.

Se io avessi sedici anni cosa penserei? Credo – davanti a casi del genere – che vorrei prevenzione, repressione e pena. Poi, però, sono gli adulti che devono decidere e da adulto penso che, su un totale di 100, la prevenzione debba avere la parte preponderante, almeno 60.

Prevenzione. La prevenzione ha due attori principali: lo Stato e la famiglia. Mentre la famiglia può attingere anche a sostrati socio – culturali che possono causare forme educative sbagliate o devianti, lo Stato ha il dovere di garantire azioni e quadri normativi destinati alla prevenzione, tramite la cultura del rispetto e della legalità. Azioni dedicate a tale scopo potrebbero essere l’attivazione di sostegni alla famiglie tramite corsi, destinati ai ragazzi, di educazione all’affettività, alla sessualità, alla solidarietà. Come si può subito notare, azioni del tutto inesistenti in Italia: anche quando, poi, questi vengono ipotizzati, si pensa subito di delegarli alla scuola la quale, comunque, dovebbe sentire il parere dei genitori. Sembra non esista ambito educativo al di fuori della scuola. Sembra che i professori possano o debbano essere esperti o competenti in ogni materia o disciplina.

Questo aspetto di competenza, invece, dovrebbe essere peculiare della classe politica; tuttavia, purtroppo, riscontriamo frequentemente incompetenza che, a volte, si accompagna a prese di posizione pubbliche imbarazzanti.

Pensiamo ai politici che hanno difeso le idee del generale Vannacci invocando la libertà d’espressione, ben sapendo che queste idee ledevano gli articoli 2 e 3 della Costituzione: o, forse, non sapendolo, fatto che sarebbe più grave. Così, mentre da noi alcuni esponenti partitici difendevano l’indifendibile, mentre da noi venivano assolti dei ragazzi dall’accusa di stupro in quanto – pur avendo ricevuto un rifiuto- avevano frainteso questo rifiuto, in Spagna veniva approvata una legge seria sulla violenza sessuale, simile a quella dei paesi Scandinavi, in cui viene considerato reato ogni atto che non viene esplicitamente approvato dal partner.

Questa è la strada ma, come detto, sembra manchi la competenza.

Del resto, quanti politici hanno attaccato Michela Murgia quando invocava uguale dignità e diritti per tutti, a prescindere dai loro orientamenti o inclinazioni? Ecco, se avessi sedici anni leggerei gli scritti di Michela Murgia: magari non sarei d’accordo su tutto, soprattutto sui modi del suo proporre le idee. Sarei, però, a esempio, incuriosito anche dalla sua modalità di essere cattolica, così divergente, nuova, non tanto distante, come potrebbe sembrare a prima vista, dalla modalità di papa Francesco e dei giovani della GMG di Lisbona.

La strada, dunque, è una sola: quella di ricreare una comunità educante, in cui ognuno si assuma le proprie responsabilità. Stato – con le sue propaggini della scuola, dei partiti, dei comuni, della magistratura – e famiglia- o famiglie – non più lasciata sola possono pensarsi solo insieme nella sfida educativa dei ragazzi. E a questi bisogna aggiungere lo sport e il volontariato. Serve uno sforzo improcrastinabile: lo dobbiamo a loro, al nostro futuro, i ragazzi che, nonostante tutto, sono capaci di gesti di eroismo, come quello di Anna Lorenzi che, a vent’anni, ha perso la vita per salvare il fratellino.

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