di Alfredo Franchini
Giornalista, scrittore, narratore della realtà, degli uomini e delle loro tragedie. Su tutto il libro-testimonianza ‘Uomini e donne di Fabrizio De André’, (otto edizioni), che ricostruisce il rapporto ventennale con il poeta-cantautore genovese e le lezioni ricevute dallo stesso De André sulla politica, l’economia, la vita in genere. E poi i saggi sulla “cosa pubblica” che è stata raccontata in quarant’anni di attività giornalistica senza padroni per Panorama, La Voce sarda Tv, La Nuova Sardegna. Ha realizzato programmi per la Rai radio e per la Tv Sardegna 1 e ha collaborato con diverse testate nazionali tra cui Lo Specchio della Stampa e Milano finanza. L’ultimo libro pubblicato, nel gennaio del 2019, è ‘Questi i sogni che non fanno svegliare’. Militante della democrazia, ha messo la sua penna a disposizione di chi non ha voce per interrogarci su come siamo diventati di fronte ai drammi epocali delle diseguaglianze (da http://www.alfredofranchini.it)
La nascita di un nuovo giornale è sempre stata una buona notizia ma assume un’importanza maggiore con la crisi dell’editoria che sta mettendo in pericolo la democrazia. Nella rete tutto si mischia e tutto si confonde, un concetto che Ezio Mauro ha sintetizzato così: “Un saggio di un filosofo rischia di scomparire davanti a una pernacchia di un blogger”, quando evidentemente i like contano più della verità.
Ecco perché dobbiamo sostenere lo sforzo di chi sceglie una linea editoriale basata sulla riflessione, sulla necessità di entrare dentro i fatti con l’intenzione di portare a zero le chiacchiere e dare al lettore un’informazione seria e profonda. Non sarà facile comunque: più il vostro giornale sarà seguito più ci sarà qualcuno che sui social controbatterà la verità facendo apparire il falso come vero. Ma la testata giornalistica appena varata troverà anche spazi immensi, considerato che nel nostro Paese la politica ha ormai un effetto di annuncio di fatti che non si traducono mai in realtà. Starà a voi smascherarli: una stampa che fa il suo mestiere deve incalzare la classe dirigente su questo.
Ci fu un tempo in cui il giornale era la “preghiera del mattino” perché tutti i cittadini prima di andare al lavoro si fermavano all’edicola. La stampa era il quarto potere, ce lo raccontavano anche i film nei quali il capocronista aveva sempre la sigaretta pendula tra le labbra e il bicchiere di whisky per affrontare il lavoro notturno. La mitologia ci ha consegnato Montanelli che nel 1956 manda i suoi articoli dall’Ungheria scrivendo con mezzi di fortuna e Oriana Fallaci che si strappa il chador di fronte all’Ayatollah Khomeini. Tutto questo non c’è più, c’è una completa ridefinizione del modo con cui accediamo all’informazione. Ai tempi della stampa quarto potere esistevano due tipi di editori: i puri e gli impuri laddove solo i primi traevano profitti dalle vendite dei giornali. Ora domina un parallelismo politico-editoriale, un intreccio dovuto alla grave crisi economica dei quotidiani che negli ultimi vent’anni hanno visto dimezzare la vendita di copie. L’avvento dei social è stato differente da quello delle televisioni negli anni Settanta: allora si temette per la tenuta dei giornali ma, al contrario, la Tv fece da cassa di risonanza delle notizie e le vendite aumentarono. Forse è un destino che le previsioni debbano essere sempre sbagliate perché coi social si pensava che ci sarebbe stato un sostanziale equilibrio con l’online luogo della cronaca e la carta stampata destinata all’approfondimento. Non è stato così.
Anche nei vecchi giornali non tutto filava liscio e i cronisti predicavano la regola delle tre esse: soldi, sangue, sesso per una cronaca a buon mercato. Ma oggi la regola è: chiacchiericcio, pettegolezzi, orrori, nudità. La domanda è come sia possibile diventare succubi del marketing e di un finto giornalismo fatto di Jene e di Gabibbo. Nei quotidiani vecchio stampo la prima regola era di andare sul posto dell’evento che fosse il luogo di un delitto o di una riunione della giunta regionale. I giornalisti facevano domande, cercavano di capire ma adesso siamo in mano a un algoritmo a siti che al posto dei titoli usano una formula tipo quiz per acquisire un like.
Quando chiuderanno le ultime edicole chi si preoccuperà di cercare notizie che possano smentire le versioni ufficiali dei governi? Chi proporrà le alternative? Ci sarà ancora spazio per le analisi politiche o l’informazione di base si baserà sui comunicati di governi e aziende dotate di feroci uffici stampa? Queste domande mi inducono a pensare che la vostra iniziativa sia davvero importante, bisogna recuperare un giornalismo più riflessivo e a questo punto chiamo tutti a riflettere: dobbiamo pretendere da chi scrive un giornalismo che ci dia gli strumenti necessari per capire la realtà ma anche i cittadini devono partecipare. Siamo sommersi da slavine di notizie e facciamo fatica a selezionare quelle buone da quelle cattive, occorre un’educazione all’informazione perché siamo tutti coinvolti. Auguri e buon lavoro.