Re Giorgio, Napolitano

di Daniele Madau

La morte di Giorgio Napolitano, e ancor prima la sua malattia, data la statura della persona e gli incarichi ricoperti, ha naturalmente monopolizzato gli organi di informazione e suscitato reazioni, diverse e discortanti.

A livello giornalistico e politico, si è ripercorsa la sua storia, sono state evidenziate le sue grandezze e i passaggi più delicati della sua presidenza della Repubblica, la sua posizione all’interno dell’allora Partito Comunista.

A livello di cittadino comune, ho, invece, ascoltato già posizioni dure, critiche, forse populistiche, comunque da ascoltare e tener presenti per la nostra riflessione.

Lo si accusa di aver incarnato, per decenni, il potere; di aver forzato la Costituzione; di aver contribuito, con la sua lunghissima vita istituzionale, allo sperpero di soldi pubblici. Queste posizioni, spesso, dipendono da una mancata conoscenza: la sua elezione al secondo mandato come Presidente della Repubblica è espressamente prevista dalla Costituzione (del resto anche De Nicola vide prolungarsi il suo primo mandato da Capo Provvisorio a primo Presidente della Repubblica), così come la sua facoltà di intervento, secondo determinati parametri, nella vita istituzionale. Nel fatale 2011, anno della caduta del quarto governo Berlusconi, non sembra aver violato nessuno di questi parametri. Anche la sua iniziale avversione, o non comprensione, del fenomeno dei cinque stelle, deriva dal suo alto senso del Parlamento e delle sue funzioni, come testimoniato dal celebre, e sferzante, discorso pronunciato a camere riunite proprio in occasione della sua seconda elezione.

Alcune di queste accuse, se ben incalanate, però, non possono essere tralasciate: lo scrivo col massimo rispetto, soprattutto in questo momento di ancora viva commemorazione.

Non è stato il mio Presidente ideale: per opportunità, ometto il nome di quello che lo è, essendo ancora in vita. Non ho condiviso alcuni suoi atteggiamenti, come lo sdegno quando il suo nome è stato sfiorato dalle indagini sui rapporti Stato-mafia: è vero che- come disse in quella occasione – le prerogative del Presidente della Repubblica non possono passare da un Capo dello Stato all’altro diminuite o con la parvenza di esserlo (si riferiva all’uso delle intercettazioni che lo coinvolgevano e al luogo in cui doveva essere interrogato: lui ha preteso il Quirinale); però, soprattutto in quel caso, avrebbe dovuto -a mio parere – mostrare più disponibilità, sensibilità e senso del dovere, che gli è sempre stato caro.

E’ innegabile che abbia incarnato ‘il potere’: è stato al centro della vita politica, italiana ed europea, a livelli massimi dagli anni cinquanta. Ci chiediamo: è giusto che una persona lo possa? Il nostro sistema lo permette, e Napolitano lo ha fatto con onore e sprito di serivizio. Tuttavia esistono anche questioni di opportunità: se un sistema non prevede un limite ai mandati, io credo che una figura politica dovrebbe interrogarsi sul suo, più vicino possibile, ritorno alla vita ‘comune’.

Il rischio, altrimenti, è quello di essere identificato col ‘potere’. Giorgio Napolitano, per la sua statura, è stato spesso chiamato ‘Re Giorgio’: chi abita in Sardegna, però, sa che la figura cardine del carnevale cagliaritano è proprio quella di Re Giorgio, chiamato anche “Re Cancioffali”: un grande feticcio incoronato che simboleggia il potere in tutte le sue forme, l’inettitudine che spesso caratterizza chi lo incarna e che, a fine carnevale, viene bruciato come espiazione e rivalsa del popolo.

Purtroppo, nella memoria di molti, è quello che accade a chi, anche con alto senso delle istituzioni, è stato identificato col ‘potere’.

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