di Daniele Madau

Sabato 25 e domenica 26 novembre Carola Puddu, con la Compagnia del Balletto di Roma, è tornata nella sua Cagliari, nel suo – potremmo ormai dire – Teatro Massimo, per il benemerito circuito CeDac, per interpretare il Cigno nero nella coreografia di Monteverde del Lago dei Cigni di Čajkovskij.
E’ una gioia seguire l’evolversi della carriera di Carola, nata a Selargius, ventenne e capace di creare un seguito e un entusiasmo difficilmente comparabile in tutta Italia e, specialmente, in Sardegna.
Lo si capisce dall’attesa e dalla velocità con cui vengono esauriti i posti disponibili ogni volta in cui si ha notizia del suo arrivo, lo si capisce, semplicemente, dall’affetto nei suoi confronti.
Anche questa volta è stato così, con un pubblico trasversale che riconosce in lei l’esempio della giovinezza unita allo sforzo dell’impegno costante, il modello di chi è figlia del suo tempo – è stata ad Amici – ma sa scegliere ciò che di più bello, invece, ogni tempo ha potuto dare, e cioè la cultura, l’arte, la danza. In ultima istanza, è l’esempio di chi ha seguito il proprio sogno e questo, agli occhi di tutti, non ha prezzo.
La prova in cui si è cimentata Carola, col Balletto di Roma, va analizzata. Come già successo per ‘Giulietta e Romeo’ l’anno scorso, la compagnia ha scelto la complessa coreografia di Monteverde, che rivisita e, forse, attualizza un classico dei classici, tanto che il titolo corretto è ‘Il Lago dei cigni, ovvero il Canto’, in quanto liberamente ispirato a ‘Il Lago dei Cigni’ e all’atto unico di Anton Čechov ‘Il Canto del Cigno’.
Dopo aver detto che forse sarebbe meglio, per lo storico Teatro Massimo – di cui rimarchiamo, assieme al circuito CeDac, la grande valenza di promotore culturale- avere una amplificazione un po’ più potente e una scena un po’ più curata, riporto le note di presentazione del balletto, per mostrarne la complessità:
Tra le suggestioni di una favola d’amore crudele e i simboli di un’arte che sovrasta la vita, Fabrizio Monteverde reinventa il più famoso dei balletti di repertorio classico su musica di P. I. Čajkovskij, garantendo quell’originalità coreografica e registica unica che da sempre ne caratterizza le creazioni e il successo. Capolavoro del balletto, sintesi perfetta di composizione coreografica accademica e notturno romantico, di chiarezza formale e conturbanti simbologie psicoanalitiche, Il Lago dei Cigni è una favola senza lieto fine in cui i due amanti protagonisti, Siegfried e Odette, pagano con la vita la passione che li lega. Una di quelle “favole d’amore in cui si crede nella giovinezza” avrebbe detto Anton Čechov, scrivendo nell’atto unico Il canto del cigno (1887) di un attore ormai vecchio e malato che ripercorre in modo struggente i mille ruoli di una lunga carriera. Con dichiarata derivazione intellettuale dallo scrittore russo, il Lago di Monteverde trova nel Canto il proprio naturale compimento drammaturgico e in un percorso struggente di illusioni e memoria porta in scena un gruppo di “anziani” ballerini che, tra le fatiche di una giovinezza svanita e la nevrotica ricerca di un finale felice, ripercorrono gli atti di un ulteriore, “inevitabile” Lago.
Persi tra i ruoli di una lunga carriera, i danzatori stanchi di un’immaginaria compagnia decaduta si aggrapperanno ad un ultimo Lago, tra il ricordo sofferto di un’arte che travolge la vita e il tentativo estremo di rimandarne il finale. Individualità imprigionate in una coazione a ripetere, sabotatori della propria salvifica presa di coscienza oltre i ruoli di una vita svanita, gli interpreti ripercorreranno la trama di un Lago senza fine, reiterandovi gesti e legami nella speranza straziante di sopravvivere al finale di una replica interminabile. Condannata ad una perenne metamorfosi, donna a metà tra il bene e il male, Odette/Odile sarà cigno e principessa, buona e crudele, amante fedele e rivale beffarda. Metafora di un’arte che non conosce traguardo, cercherà se stessa in un viaggio tormentato d’amore, tradimento, prigionia e liberazione. In un teatro in cui tutto ha inizio e nulla ha mai fine, andrà incontro agli stracci consumati di una vita d’artista con lo spirito bianco di una Venere per sempre giovane.
Ho scritto di possibile attualizzazione – a prescindere dalla data della coreografia di Monteverde – in quanto una riflessione sulla vecchiaia e sul mito dell’eterna giovinezza è più che mai attuale, ed è un’ attualizzazione diventata ormai classica a sua volta.
Così come è più che mai attuale, in una società sempre più avanti con l’età, il riflettere sui sentimenti e sui ricordi degli anziani e sul loro voler, naturalmente, ancora rapportarsi con l’amore, anche romanticamente.
Questa idea è geniale e struggente, drammatica e artistica. La vecchiaia e la giovinezza, la memoria e l’amore sono splendidamente interpretati dal Cigno bianco e dal Cigno nero.
Mi si perdoni, però, se rimarco la bravura di Carola Puddu: in un’opera sul tempo, si capisce bene che, questo, è il suo tempo: elegantissima nel vestito nero, a suo agio sia nelle parti prettamente classiche che in quelle un po’ più moderne, e l’unica, se non sbaglio (e potrebbe essere), ad andare completamente sulle punte.
Certo, per comprendere pienamente ogni passaggio, sarebbe necessario vedere altre volte la coreografia ma, il fatto che abbia lasciato il desiderio di approfondire e capire, è già segno di un obiettivo raggiunto, proprio della grande arte.