25 anni senza Fabrizio De André: ‘Sopra le tombe d’altri mondi nascono fiori che non so’

di Daniele Madau

Sopra le tombe d’altri mondi nascono fiori che non so ma conosco bene quei boccioli
di campo che qualcuno ha lasciato sulla soglia della cappella De André nel cimitero
monumentale di Staglieno. Piacevano a Fabrizio come tutte le piante che vedeva
spuntare all’improvviso nella sua campagna. Quei fiori sono stesi accanto agli
omaggi portati dai suoi appassionati: ci sono sigarette, fiammiferi, un gagliardetto del
Genoa club e persino la fotografia di un fratello d’arte, Charles Baudelaire; l’ha
prelevata nel cimitero di Montparnasse a Parigi un giornalista della televisione per
celebrare la parentela tra l’autore dei Fiori del male e il poeta di Via del Campo.
Cammino nel mastodontico museo di scultura a cielo aperto che è Staglieno e
attraverso un’enorme galleria di statue del 1800. Sono sculture che parlano col
linguaggio delle forme restituendoci la vita delle famiglie genovesi: banchieri,
armatori, ricchi commercianti ma anche personaggi tipici della città e poi un pezzo
della storia d’Italia con la tomba di Giuseppe Mazzini e dei caduti per la patria.
Superando questi monumenti, tra i fioriti viali, si arriva al Campo 22 davanti alla
Cappella della famiglia De André che non ha niente dello sfarzo degli altri mausolei:
ecco le lapidi di Fabrizio e Mauro con i loro genitori, quella di Puny, moglie di
Fabrizio e madre di Cristiano. Ora sono tutti lì, riuniti nel silenzio assoluto dove
l’occhio si perde nella natura del bosco. Nessuno sfarzo, un monumento discreto e
sobrio proprio come furono in vita i De André.

Questa è una parte delle pagine dedicate alla tomba di Fabrizio, Faber, De André dal giornalista e scrittore, ma soprattutto amico intimo e fidato, Alfredo Franchini, tratta dal libro ‘Qui giace un poeta’, edito nel 2020 dalla casa editrice Jimenez. Le note che hanno accompagnato la pubblicazione parlano di un testo composto da ‘Oltre cinquanta autori italiani e stranieri – tra scrittori, artisti, editori, giornalisti, librai e blogger –accomunati dalla passione per i viaggi sulle tombe di poeti e romanzieri. Tombe sfarzose, come quella di Oscar Wilde, o semplici lapidi in un prato, come quelle di Jack Kerouac e James Joyce, tombe ospitate in cimiteri celebri – il Père-Lachaise di Parigi o l’acattolico di Roma – oppure nascoste in mezzo a monti desertici, coperte dal segreto di un monastero, come quella di Javsandamba Zanabazar, artista e poeta mongolo, in patria venerato come un santo. Tombe che raccolgono ossa e ceneri, niente di più, ma che sono spesso meta di trascinanti pellegrinaggi. Perché, quando si ama visceralmente un poeta o uno scrittore ormai morto e sepolto, non bastano le parole che ha lasciato, non sono sufficienti i diari, le lettere, le biografie e le autobiografie. Quando si ama qualcuno che non c’è più, arriva sempre il giorno in cui si fa irresistibile il desiderio di “vederlo ancora una volta”, andare a trovarlo dove giace per sempre. Cosa si prova – quali emozioni, ricordi, riflessioni scattano – quando ci si trova di fronte alla tomba di un artista amato? Che storia c’è, dietro quella lapide? E che storia c’è, dietro quel pellegrinaggio? Di questo scrivono gli autori coinvolti: hanno compiuto il loro pellegrinaggio e ce lo hanno raccontato. Massimiliano Governi sulla tomba di Sandro Onofri, Daniele Mencarelli sulle tracce di Camillo Sbarbaro, Barry Gifford tra i cimiteri di Parigi e Venezia, Matteo Trevisani in ricordo di Giordano Bruno, Giovanni Dozzini in cerca di Elio Vittorini, Tyler Keevil tra le brughiere gallesi con Dylan Thomas, Nicola Manuppelli sulle tracce di William Butler Yeats e molti altri ancora.

Alcuni di loro hanno scelto di descrivere che fine abbiano fatto, post mortem, alcune coppie celebri della letteratura, altri si sono avventurati anche tra tombe di personaggi che, nel loro ambito e a loro modo, potevano definirsi poetici. Insieme compongono un mosaico di pellegrinaggi letterari su tombe di poeti, scrittori e artisti, per parlare, attraverso la morte, della vita e
dell’arte ‘.

Sono trascorsi esattamente 25 anni dalla morte di Fabrizio (11 gennaio 1999), e noi siamo ancora qui, a riflettere sulle sue poesie e sulle sue parole, tra le quali la morte ha avuto un posto particolare. Qualcuno lo ha fatto proprio davanti alla sua tomba. La morte, nelle sue canzoni, era un momento di rivelazione, in cui coloro che hanno amato avrebbero ricevuto quanto hanno meritato, a prescindere dalla loro situazione in vita, economica, affettiva, di ceto sociale, di luogo di nascita.

Non era la ‘sorella morte’ di Francesco, dato che, secondo le parole sue, ‘gli avrebbe dato la sua buona dose di paura’ ma era una fiera avversaria da affrontare con coraggio e una buona dose di ironia; ma, soprattutto, con il carico d’amore con cui ci si è riempito il cuore durante la vita.

In gennaio, come Faber, se ne è andato, qualche giorno fa, anche Gianfranco Reverberi, compositore, produtore e grande innovatore della musica italiana. Me ne ha dato notizia lo stesso Alfredo, che ha concluso il suo comunicato con una bella immagine poetica, di ‘catasterizzazione’: e, cioè, quel fenomento della mitologia per cui una persona diventa una stella, o una costellazione: ‘Oggi, Gianfranco, va a cenare tra le stelle con Ciampi, Faber e Tenco’. Stella tra le stelle, aggiungo, a trascorrere l’immortalità con una compagnia di ottima musica, e alta poesia.

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