Grazie. Con te la nostra storia è diventata mito

di Daniele Madau

Quando si studia un mito, nel suo senso profondo oltre il solo aspetto narrativo, si analizzano i valori simbolici e si ricercano eventuali origine storiche. Dal mito alla storia, alla quotidianità.

Con te abbiamo vissuto, sentendocene partecipi, l’avventura contraria: dalla quotidianità, dalla storia, al mito.

A mio parere, sbaglia chi relega il calcio, e lo sport, a eventi marginali, per il popolo o, al contrario, per i privilegiati: lo è forse la poesia? Lo è forse la letteratura, lo è forse l’arte? E poi il popolo siamo noi, che ci avviciniamo all’arte come elemento essenziale e misterioso di bellezza della vita che, in fin dei conti, ci eleva e ci fa andare oltre il tempo. Anche quando quell’arte è lo sport. Quanto, il mondo classico, ha cantato, glorificato, mitizzato lo sport, gli ‘agoni’ ? Cito solo un autore, Pindaro, che noi ricordiamo quando citiamo il ‘volo pindarico’. Tu, tra i pochissimi della storia dello sport moderno, hai avuto questo privilegio, di passare realmente- nessuno, dallo sportivo più semplice allo studioso più serio, oserebbe affermare il contrario – dalla storia al mito.

Non volendolo, lo so; o forse con l’aspirazione di ricercare quei beni che rendono immortali, ma solo perché ci si crede: non il vello d’oro, quindi, o il Santo Graal, ma la coerenza e il rispetto. Qui sta l’immortalità, nel ricercare il più alto valore dei mortali. Non, quindi, il senso di riscatto da problematiche economico sociali infantili di Maradona, Messi, Tyson, Cassius Clay, Pelé, Agassi. Non una ricerca della perfezione maniacale come Coppi, Senna, Borg, ma – come si insegna ai ragazzi, anche a quelli che hanno frequentato e frequentano la tua scuola calcio- lo sport come strumento per crescere e per far intravedere orizzonti nuovi, più grandi. Storceranno il naso gli antropologi o gli studiosi che non condividono l’idea delle tue imprese come il riscatto di un popolo: i sardi sono, infatti, ancora più poveri, meno numerosi e meno rilevanti di altri. Ma il riscatto dipende dal popolo stesso: tu hai semplicemente indicato la via. Non hai vissuto i lutti adolescenziali come motivo per un frenetico desiderio di rivalsa contro le ingiustizie della vita; ma li hai interiorizzati e superati con la compostezza e la dignità quotidiana che, quando scendevi in campo, si aggiungevano al coraggio, alla tempra di condottiero naturale e al talento, da subito maturo, di chi ha già sofferto. Questo era il tuo ambito, il tuo posto, la tua vita. E la tua gente: i sardi, che hanno mitizzato, tra i giganti di Monte Prama, sportivi come pugilatori e arcieri, ma solo dopo la morte. Prima ne rispettavano le virtù, come con te. La tua Itaca era qui, in Sardegna, con noi e, tu, il nostro vero Ulisse. Forse di più: perché Ulisse non perse mai il desiderio di viaggiare e tu, invece, che non volevi viaggiare verso la Sardegna, l’hai scelta come approdo definitivo per non partire più, sino all’ultimo battito del cuore. Non so perché ho scritto direttamente a te: non era previsto e, come sempre, temo di aver scritto cose complicate. Ma è venuto spontaneo, naturale, dal cuore.

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