Da Berlusconi a Bandecchi: quando ritroveremo il nostro amor proprio?

di Daniele Madau

Per il nostro calendario civile è periodo di tante e importanti ricorrenze, ognuna con una valenza particolare, da analizzare sotto aspetti diversi. Dobbiamo partire dalla ricorrenza di domani, Giornata della Memoria, figlia della decisione dell’ONU presa nel 2005, che ricorda l’ingresso dell’armata rossa nel campo di sterminio di Auschwitz, che di conseguenza fa memoria del genocidio ebraico. Ma dobbiamo anche ricordare che, ieri, tutta Italia si è stretta nuovamente nel ricordo di Regeni, ucciso otto anni fa, la cui vicenda, così drammatica, aspetta ancora l’esito giudiziario, per il quale il tribunale italiano sta intraprendendo nuove e coraggiose strade, sottoponendo a giudizio in contumacia i possibili responsabili egiziani. Si ricorda in questi giorni anche il trentennale della famigerata, per alcuni, storica per altri, discesa in campo (il campo politico, si intende) di Silvio Berlusconi. Ricordo un po’ più umile, meno conosciuto e per questo meno riportato in questi giorni, è quello di cui parlerò al termine. Dunque, 30 anni fa, il video che tutti conosciamo, in cui Silvio Berlusconi definiva ‘ il paese che amo’ l’Italia, con una ‘captatio benevolentiae’ introduttiva alla sua dichiarazione di presentarsi alle successive elezioni politiche, faceva irruzione nelle nostre case. La figura di Berlusconi e il suo operato politico sono state oggetto di analisi in molteplici campi: brevemente, qui, analizzeremo solo l’aspetto comunicativo della politica: se ne avverte l’urgenza, in quanto la comunicazione politica ha intrapreso strade difficilmente immaginabili anche dai più pessimisti osservatori. Ho in mente il sindaco di Terni Bandecchi che, in maniera spregiudicata oltre che volgare oltre che offensiva oltre che maleducata, continua la sua attività politica. Non si contano più gli attacchi alle opposizioni, non si contano più le espressioni violente. Cosa vuol dimostrare Bandecchi? Anzi, mi sembra doveroso chiedermi come si permetta, Bandecchi. Infatti, come possiamo permettere che, in una città italiana, un sindaco si esprima in questi termini? Tranne le opportune, se non minime e indispensabili, repliche di alcuni politici, di alcuni giornalisti e di parte dell’opinione pubblica, subito dopo i suoi alti ed educativi interventi, torna il silenzio complice. Tutto perdona, tutto accetta la popolazione italiana; anzi, siamo più sinceri: tutto perdoniamo e tutto accettiamo. In nome di cosa? Come è possibile che, da un rappresentante dell’istituzioni, non ci sentiamo sviliti, umiliati, offesi, oltre che non rappresentati, da chi afferma, sapendo di cogliere nel segno della nostra insipienza, di essere spontaneo e popolare. A questi modi, poi, aggiunge anche una certa violenza fisica in fin dei conti, anche quella, accettata. Chiediamocelo, se abbiamo un po’ di amor proprio, interroghiamoci: come siamo arrivati a questo? Come si può permettere questo agire, serenamente non condannato socialmente, a una persona che, aggiungo oltre a quanto già scritto, sventola i suoi successi economici con irrisione e, per questo, può affermare che andrà presto al posto del Presidente del Consiglio? Una cosa conseguenza dell’altra, quindi. Senza timore, senza cultura, senza intelligenza emotiva, ma anche senza intelligenza in senso stretto. Sconterà tutto questo alle prossime elezioni? Forse è più onesto pensare che ne trarrà giovamento. Non c’è niente di più dannoso, non c’è niente di più pericoloso dell’auto svilimento, che deriva dall’accettare il fatto che gli altri ci possano considerare come oggetto cosciente delle loro bassezze, come pacifiche vittime di una loro presunta forza, non come cittadini. Umiliati oppressi e offesi, soprattutto nella parte più a rischio di discriminazioni, quali le donne e i meno abbienti. Vorrei parlare direttamente a Bandecchi, ma non vorrei dargli troppo importanza. Vorrei davvero aspettare che la vita gli facesse capire la sua ignoranza ma la vita non è un’entità astratta: la vita va dove vogliamo noi, soprattutto in forza dell’essere cittadini con i nostri diritti. Gran parte di quello che sta accadendo nella comunicazione politica, e quindi nella politica in senso stretto, è proprio dovuto al rapporto di forza tra comunicazione e agire politico, col secondo subordinato al primo. Ritornando a trenta anni fa, forse la comunicazione peggiore nasce da quella videocassetta, da quella ‘discesa in campo’, da quelle parole così suadenti, così misurate ma forse così poco sentite di Berlusconi. Perché, poi, son seguite offese contro gli avversari politici, gli omosessuali, contro le donne, che nell’oscurità delle ville utilizzava (verbo usato dal suo avvocato) per il proprio piacimento. Prima della celeberrima discesa in campo, esisteva la cosiddetta prima Repubblica: 50 anni di dolorosa alternanza, tra trionfi e cadute, alta e bassa politica, nobili gesti e oscuri tradimenti, in cui però i partiti raramente si insultavano: al massimo combattevano con la nobile arte della parola. Pensiamo che, al contrario del parlamento inglese- in cui le postazioni dei membri sono contrapposte faccia a faccia- il nostro Parlamento è fatto ad anfiteatro, curvo, circolare, proprio per dare l’idea visiva della non contrapposizione, nonostante tutto. E nonostante il dominio della comunicazione, nonostante l’imperativo di vincere a discapito dell’avversario, che esiste da sempre, da quando esiste la politica stessa, bisogna sforzarsi di continuare a credere che il vero uomo politico lavora per il bene dei cittadini. Facendo questo potrà essere sconfitto nel corso della sua attività ma, quando il tempo lo permetterà, sarà sempre ricordato come un benefattore. Ricordato, ricordare. Ripartiamo da qui, da come abbiamo iniziato, ricordando. È sempre bello presentare l’etimologia di un verbo: ‘ricordare’, cioè riportare al cuore (cor, cordis in latino). Dovrei chiudere riportando al cuore una persona che è stata poco considerata, pur essendoci stato qualche giorno fa un suo anniversario, l’anniversario della sua uccisione da parte delle Brigate Rosse: Guido Rossa, operaio in fabbrica. La fabbrica, il possibile terreno fertile delle Brigate Rosse e dei terroristi stessi, che hanno trovato in lui un ostacolo. Per questo ha pagato con la vita. Queste sono parole sue e, quindi, poco consumate, perché poco è stato ricordato; perciò ancora più belle da tenere nel cuore e quindi da ricordare: ‘La vita vale se ci sono gli altri, giù in mezzo agli uomini, a lottare con loro’. Guido Rossa, operaio, ucciso dalle BR il 24 gennaio 1979

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