Il 10 febbraio 2024 è stato il ‘Giorno del Ricordo’

di Marco Marini*

Qualche giorno fa, esattamente il 27 gennaio scorso, si è celebrata la Giornata della
Memoria per ricordare ed onorare le vittime della Shoah, non solo ebree. Questa
ricorrenza ha scatenato molte polemiche in quanto cadeva in un contesto mondiale
molto preoccupante a partire dalla guerra tra Israele ed Hamas, che ricordo governa
la Striscia di Gaza, mentre l’Autorità Nazionale Palestinese la cosiddetta
Cisgiordania. Il tutto è scaturito dall’attacco di Hamas ad alcuni villaggi al confine in
Israele col sequestro di decine di ostaggi israeliani. La reazione dello Stato ebraico è
tutt’oggi sotto gli occhi del mondo con addirittura accuse di genocidio presentate
alla Corte suprema dell’Aia. Ne sono scaturite proteste in tutto il mondo e insieme
alle giuste critiche verso Israele, secondo il mio parere, si sono ripresentati i soliti
fenomeni di antisemitismo. Ora se la Shoah è stato il motore portante della nascita
dello Stato di Israele, l’antisemitismo esiste da secoli prima di questa nascita, che ha
attraversato epoche e luoghi diversi, professato da destra e da sinistra e perfino
nella Chiesa sia quella Romana che Orientale. Ma quest’anno il Presidente del
Senato La Russa ha invitato la Senatrice a Vita Liliana Segre a commemorare questa
giornata insieme a Milano presso il Binario 21 da cui partivano i carri bestiame con le
vittime ebree per Auschwitz. “Gentilezza” istituzionale ? Propaganda di “Regime” ?
Vogliamo ritenere che questo gesto sia un segnale per ridurre le contrapposizioni e
riportare la coscienza nazionale verso un ricordo comune. Non meno piena di
polemiche è stata l’istituzione del Giorno del Ricordo. Approvato con la Legge
30/03/2004 n. 92, per ricordare le vittime delle foibe e l’esodo delle popolazioni
istriane, dalmate e fiumane dai territori della ex Jugoslavia. Persone soppresse ed
infoibate tra l’8/09/1943, resa dell’Italia agli alleati, ed il 10/02/1947 con la firma del
trattato di Parigi che sanciva l’assegnazione alla Jugoslavia dell’Istria, del Quarnaro,
della Città di Zara e provincia e della maggior parte della Venezia Giulia in
precedenza facente parte dell’Italia. Questa ricorrenza è stata fortemente voluta
dalla destra italiana, ed in questo si è voluto far notare la contrapposizione con la
giornata della memoria. Le polemiche, soprattutto a sinistra, oltre alle accuse di
strumentalizzazione da parte di alcuni avversari politici, sono state seguite da
forme di negazionismo e accuse di falsità, nè più nè meno come per la Shoah. Ma cosa sono le foibe? Sono anfratti carsici dove l’acqua scompare in profondità e all’interno delle quali vennero gettati, spesso vivi, le vittime dell’ Esercito Popolare di Liberazione
della Jugoslavia del maresciallo Josip Broz Tito. Le vittime non furono solo militari
che rappresentavano per gli jugoslavi il simbolo dell’oppressore italiano prima e durante il fascismo, ma molti civili italiani. Al massacro segui’ l’emigrazione,  dovuta
sia all’oppressione esercitata da un regime di natura totalitaria che impediva la
libera espressione dell’identità nazionale, sia al rigetto dei mutamenti nell’egemonia
nazionale e sociale nell’area e infine per la vicinanza dell’Italia, vicinanza che costituì
un fattore oggettivo di attrazione per popolazioni perseguitate ed impaurite,
nonostante il governo italiano si fosse a più riprese adoperato per fermare, o
quantomeno contenere, l’esodo. Si stima che i giuliani, i quarnerini e i dalmati che
emigrarono dalle loro terre di origine, tra il 1941 e il 1956, ammontino a un numero
compreso tra le 250 000 e le 350 000 persone; in base alle stime più
recenti emigrarono circa 300 000 persone, di cui circa 45 000 di etnia slovena e
croata non disposti ad accettare il nuovo regime dittatoriale. Nonostante la ricerca
scientifica abbia, fin dagli anni novanta del XX secolo, sufficientemente chiarito gli
avvenimenti, la conoscenza dei fatti nella pubblica opinione permane distorta e
oggetto di confuse polemiche politiche, che ingigantiscono o sminuiscono i fatti a
seconda della convenienza ideologica. In realtà delle circa 11.000 vittime italiane, la
maggior parte venne uccisa nei campi di concentramento jugoslavi. Ma per
semplificazione vennero quasi tutti definiti “infoibati”. Questo massacro è iniziato
durante le fasi finali del secondo conflitto mondiale e proseguito successivamente.
Gli storici non ritengono che si volesse perpetrare una vera e propria pulizia etnica,
come fece il nazi-fascismo con la loro propaganda ideologica, ma è innegabile che i
metodi furono uguali. Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 l’esercito italiano
collassò, I tedeschi occuparono Trieste, Pola e Fiume lasciando momentaneamente
sguarnito il resto della Venezia Giulia, che venne occupata dai partigiani jugoslavi.
Improvvisati tribunali, che rispondevano ai partigiani dei Comitati popolari di
liberazione, emisero centinaia di condanne a morte. Le vittime furono non solo
rappresentanti del regime fascista e dello Stato italiano, oppositori politici, ma
anche semplici personaggi in vista della comunità italiana e potenziali nemici del
futuro Stato comunista jugoslavo che s’intendeva creare . A Rovigno il Comitato
rivoluzionario compilò una lista contenente i nomi dei fascisti, nella quale tuttavia
apparivano anche persone estranee al partito e che non ricoprivano cariche nello
Stato italiano. Vennero tutti arrestati e condotti a Pisino. In tale località furono
condannati e giustiziati assieme ad altre persone di etnia italiana e croata. Secondo
le stime più attendibili, le vittime del 1943 nella Venezia Giulia si aggirano sulle 600-
700 persone. Ci furono eccidi a Trieste ed in Istria a Gorizia e Fiume. I primi
ritrovamenti dei cadaveri degli “infoibati” avvennero nell’autunno del 1943, quando
i tedeschi utilizzarono le foibe per sbarazzarsi velocemente dei partigiani uccisi.

Diedero ampio risalto al ritrovamento, con tanto di documentazione fotografica. Ma
da dove è partito l’odio verso gli italiani? Al termine del primo conflitto mondiale il
Regio Esercito italiano occupò la Venezia Giulia e la Dalmazia, secondo i termini del
trattato segreto di Londra del 1915. Questo provocò reazioni contrapposte tra le
etnie, quella italiana che parlava di ”redenzione” di quelle terre e gli slavi che
osservavano con ostilità i nuovi arrivati. Non tutti i territori promessi all’Italia nel
1915 vennero assegnati, per questo motivo venne coniato il termine “vittoria
mutilata”. Dopo le tensioni sociali del 1919-1920 che interessarono anche i territori
occupati dall’Italia, si accentueranno anche quelle nazionali preesistenti creando un
terreno fertile per la propaganda fascista, che di li a poco avrebbe avuto il potere in
Italia, nel 1922, quando fu gradualmente introdotta in tutta Italia una politica di
assimilazione delle minoranze etniche e nazionali: gran parte degli impieghi pubblici
furono assegnati agli appartenenti al gruppo etnico italiano, si vietò l’uso delle
lingue croate e slovena sostituendo tutti gli insegnanti con italiani che imposero
l’uso della lingua italiana, cambiando i nomi alle città e vietando di registrare negli
archivi parrocchiali i nomi stranieri dei nascituri. Non ci si meravigli di queste
assimilazioni forzate, abbastanza comuni in Europa, cosi’ in Francia come nel Regno
Unito e nella stessa Jugoslavia soprattutto nei confronti delle minoranze etniche non
solo italiane. Con l’invasione della Jugoslavia da parte delle truppe tedesche ed
italiane nel 1941, venne proclamata l’indipendenza della Croazia che venne affidata
agli ustascia ultranazionalisti di Ante Pavelic. La sconfitta dell’esercitò jugoslavo non
fermò i combattimenti, dove venne organizzata la resistenza contro gli invasori. In
questa fase della guerra vennero perpetrati crimini di guerra da ambo le parti
(mezzo milione di serbi uccisi da croati e centomila croati uccisi da serbi).
Gli italiani effettuarono fucilazioni per rappresaglia nei confronti della popolazione
civile e favorirono l’istituzione del campo di concentramento di Jasenovac, da parte
degli ustascia. Tutto questo fino all’armistizio dell’8 settembre 1943 di cui abbiamo
accennato precedentemente. Queste righe non per giustificare i massacri delle foibe
ma per cercare di riportare il tutto in un quadro storico. Il Primo Ministro Meloni si è
recata a Basovizza e prima di lei lo fece il Presidente della Repubblica Cossiga. Anche
in queste circostanze sembra si voglia riportare il nostro paese ad una memoria che
unisca e non divida. Una parte della storia appena evidenziata riguarda la nostra
Sardegna, dove la comunità di Alghero ricorda e ospita, gli esuli istriani fuggiti
dall’olocausto jugoslavo. Ma c’è stato anche un testimone sardo, Dario Porcheddu,
presidente dell’Unione Autonoma Partigiani Sardi, che dopo l’8 settembre aderi’ alla

Resistenza, proprio in quei luoghi di cui stiamo parlando. Partecipò ad un convegno
a Cagliari sulle foibe intitolano “Per non dimenticare”, nonostante qualche mugugno
prese la parola e disse alla platea che non era giusto raccontare una realtà di
comodo e non la verità. Ex finanziere scrisse un libro intitolato “Perché le Foibe?”,
dove raccontò tra le altre cose (cito le parole) “….. Non sono stati gli sloveni a venire
a casa nostra ma gli italiani che con arroganza e brutalità sono entrati nelle loro
case, rubando, razziando, bruciando e devastando.” Qualcuno dei presenti fece
qualche rimostranza ma tutto fini li. Ed aggiunse ”… La vendetta degli Jugoslavi fu
sproporzionata per orrore, ma rientrava nella logica della ritorsione che con
l’avanzata dell’Armata Rossa investi milioni di donne, vecchi e bambini dei paesi
dell’Europa centro orientale colpevoli di essere tedeschi o loro alleati.” Con queste
parole Dario Porcheddu non voleva assolutamente giustificare il massacro delle
foibe, ma da militare ricordare quello che avveniva in tutta Europa. A tal proposito
cita il fatto, in cui 1200 finanzieri sparirono dalla sera alla mattina senza sapere che
fine avessero fatto. Salvo il giorno dopo vedere le truppe Titine andare in giro con le
divise dei militari italiani scomparsi. Facile intuire che fine fecero. Sempre nel testo
citato, il Porcheddu indica un elenco di profughi, consegnatoli durante una visita
Italo-Slovena in Sardegna, che raggiunsero non solo la splendida Alghero, citata, ma
anche Ploaghe, Sassari, Ittiri, Bonorva, Tempio, Cagliari, Sardara e altri luoghi della
nostra splendida isola. Ora possiamo (o dobbiamo!) augurarci che questi eventi
siano ricordati, riconducendo la coscienza nazionale verso valori comuni senza
contrapposizioni sterili, magari ricordando anche le vittime dei bombardamenti
alleati sulla Sardegna, le vittime sarde delle vendette partigiane ancorché non
iscritte al partito fascista, gli eroi sardi che salvarono ebrei e partigiani, considerati
Giusti fra le Nazioni. E tutte le vittime degli orrori di tutte le guerre passate ed
attuali alla quale non si può chiedere conto del perché siano VITTIME !!

*Marco Marini, editorialista di ‘La Riflessione’, è studioso di storia e geopolitica mediorientale

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