di Daniele Madau
Un ricordo personale di Ernesto Assante

Ho sempre avuto la passione per il giornalismo, insieme a quella per l’insegnamento. Forse l’ordine è sbagliato, dovrei invertire i termini. Perché, anche nella vita, l’ordine è quello: il lavoro e il dopolavoro, il tempo e il passatempo. Così, dopo l’odissea omerica che mi ha portato dal precariato alla stabilità, nella dolce – ma non troppo- Itaca dello studio quotidiano, ho provato a riprendere in mano, letteralmente, il desiderio di scrivere. Non so se per superbia o per sana aspirazione, quando ho voluto parlare di qualcosa ho sempre cercato di avere come interlocutori i migliori di quel qualcosa. Immaginatevi le porte in faccia. Ma quando volevo scrivere di musica, potevo chiamare anche Ernesto Assante. E dopo Sanremo, potevo sempre chiamare Ernesto. E se solo avevo bisogno di parlare di qualcosa di bello – come Battisti o il panorama musicale attuale – dopo una giornata difficile, potevo chiamare Ernesto.
Lui, magari, era impegnato a scrivere un libro su Dalla, Freddie Mercury o su Battisti stesso: basta guardare il suo curriculum per capire quali fossero i suoi interessi, i suoi impegni e le sue iniziative. Però rispondeva, ti ascoltava e discuteva con te. Ti faceva i complimenti e ti ringraziava. E’ anche intervenuto alla presentazione di un mio libro, con una telefonata: a distanza, ma c’era.
I grandi, è inutile, si vedono dalle piccole cose. Dal fatto che ti rispondano subito a una email e non prevedono figure intermedie. I grandi si vedono perchè, amando la vita e i loro mestiere, sono naturalmente accoglienti e sanno confrontarsi con chi condivide la loro passione. E’ vero, i grandi, purtroppo, lasciano anche un vuoto proporzionale a loro. Grande. Però sarà sempre grande anche la loro compagnia, il loro ricordo, il loro essere stati grandi soprattutto nelle piccole cose.