di Daniele Madau

Leggete questi versi, posti in apertura come un auspicio, un augurio per tutti voi e pensate- vi prego – se, tenendoli a mente, potremo accontentarci di questi giorni, di questi tempi così tristi, di solitudini globalizzate acuite dalla pandemia e sfogate sui social media, di censure delle opinioni altrui, di autorità politiche che abdicano al loro dover essere d’esempio e, magari, paradossalmente, ne traggono vantaggio.
‘ Lieti, come i suoi astri volano attraverso la volta splendida del cielo,
percorrete, fratelli, la vostra strada, gioiosi, come un eroe verso la vittoria.
Abbracciatevi, moltitudini! Questo bacio vada al mondo intero!
Fratelli, sopra il cielo stellato deve abitare un padre affettuoso.
Vi inginocchiate, moltitudini? Intuisci il tuo creatore, mondo?
Cercalo sopra il cielo stellato! Sopra le stelle deve abitare’ .
Sono i versi di Schiller, musicati nel quarto movimento della nona sinfonia di Beethoven, conosciuti come l’ ‘Inno alla gioia’ e divenuti l’inno dell’Unione Europea. Proviamo a far sì che in questo testo ci sia anche una figura retorica che passi dallo scritto a noi, e diventi viva: è una delle più belle, la sinetesia; quella per la quale a un senso- per esempio la vista- se ne sovrapponga un altro, per esempio l’udito. Così, mentre leggiamo, possiamo ricordarci della musica, celeberrima.
Io non so cosa potrebbe suscitare in voi: in me, pace, amore per la vita, amore per il bene, per la cultura, per ogni uomo, per il creato. Desiderio di esserci, di ascoltare la ‘legge morale dentro di me e il cielo stellato sopra di me’ , di piangere, di gioia.
Tutto questo è incommensurabile, inquantificabile. Questo fa la musica, l’arte della musa Euterpe, quella che ci rallegra, ci dà gioia.
La sinfonia ha duecento anni esatti e fu scritta da Beethoven, quattro anni prima di morire, in solitudine; di più, in una solitudine di sordità e malattie, trascuratezza fisica, depressione, dolore. Eppure, come dalla sua sordità, con cui poteva ascoltare musiche ignote, nacquero capolavori, dal suo dolore nacque questo capolavoro, e la nostra gioia. I versi di Schiller ci portano sul cielo stellato, in cui contemplare un amore divino da ricomporre in terra, tramite l’unione e la fratellanza. Un solo attimo, in cui ci sfolgori dentro questo desiderio, varrebbe ogni fatica che sopportiamo quotidianamente.
Può anche essere vero che la cultura non dia da mangiare, che Dante fosse di destra – come qualcuno ha azzardato affermare- che l’intelligenza artificiale rubi il nostro sapere e i nostri sentimenti, che lo studio non paghi in termini di autoaffermazione. Ma solo qui, però, in Italia nel 2024, mentre ci scordiamo di dedicare tempo alle meraviglie. Alla gioia- impagabile- dell’ ‘Inno alla gioia’