Gli approfondimenti di ‘La Riflessione’: adulti e giovani, due mondi da riavvicinare

Cristiana Meloni, redattrice di ‘La Riflessione’ e responsabile nazionale della comunicazione e dei social nella realtà francescana è impegnata in prima persona nell’accompagnare i giovani verso il dialogo col mondo adulto e verso un nuovo protagonismo

di Cristiana Meloni (cristianameloni.94@gmail.com)

Una delle missioni di ‘La Riflessione’ , difficile ma necessaria, è far sì che, dalle riflessioni degli autori, si instauri un dibattito, una nuova riflessione, questa volta collettiva. Il nostro sogno sarebbe che i lettori si sentissero parte di questa riflessione collettiva, ritrovando un sentimento di partecipazione matura, meditata, responsabile, coscienziosa, rispettosa, attiva ed etica che sembra soccombere rispetto al dibattito non mediato, aggressivo, poco profondo dei ‘social media’ . La riflessione di approfondimento di Cristiana Meloni – laureata magistrale in Filologia moderna, responsabile nazionale della comunicazione e dei social nella realtà francescana e redattrice del nostro giornale – riprende e scava a fondo due tematiche appena trattate nelle nostre pagine, fondamentali per il nostro futuro e il nostro presente: la distanza tra il mondo adulto e il mondo dei giovani e le ricadute che questa distanza provoca; prima tra tutte la diffidenza e il senso di solitudine dei ragazzi, che si manifesta nel disimpegno e nell’astensionismo, come testimoniato dalle recenti elezioni europee. Tutti dovremmo sentirci coinvolti, in quanto responsabili del nostro presente e del nostro futuro, di noi stessi e di chi abbiamo a fianco: tutti siamo o siamo stati giovani; tutti siamo o saremo adulti. Perciò desideriamo e sogniamo ogni tipo di partecipazione dei lettori: commenti come veri e propri articoli, che rispecchino il nostro stile, da inviare sia nelle apposite sezioni sia agli indirizzi email. Il mondo giovanile, con la sua complessità, ci interroga particolarmente: proviamo a dare delle risposte, riflettendo insieme.

“Rispetto allo scenario in cui ci muoviamo, i giovani si sentono fuori posto. Disorientati, se non estranei a un mondo che non possono comprendere, e di cui non condividono andamento e comportamenti. […] In una società così dinamica, come quella di oggi, vi è ancor più bisogno dei giovani. Delle speranze che coltivano. Della loro capacità di cogliere il nuovo”.

La sera del 31 dicembre 2023, nel suo annuale discorso di fine anno, il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha descritto con tali parole la condizione e i sentimenti che accomunano la maggior parte dei giovani di oggi. In una realtà sempre più dinamica e articolata, infatti, le nuove generazioni sembrano non riuscire a trovare “il loro posto nel mondo”, secondo un comune modo di dire. A tal proposito, si rivelano ancora più attuali le teorie del celebre studioso Edgar Morin – filosofo e sociologo parigino – il quale, riflettendo sul concetto di complessità applicata alle scienze umane e all’educazione, ha ampliato la semanticità di tale assunto. In effetti, la sfida più grande che ci ritroviamo a dover affrontare oggi non risiede tanto in un vano tentativo di semplificazione della realtà quanto nell’impresa (eroica, potremo dire) di valorizzazione di tale complessità. Il suddetto aspetto non caratterizza esclusivamente una società ma è, anzitutto, peculiarità imprescindibile e innegabile del singolo individuo. L’uomo è la summa di più parti – mente, corpo, anima – interconnesse e in equilibrio tra loro: una “complessità armoniosa” tanto affascinante quanto inspiegabile che si relaziona in continuazione con un alter che sta fuori di sé.   

Dalla breve premessa si può, allora, in parte comprendere la sensazione di disorientamento vissuta dal mondo giovanile dinanzi alle sfide del presente. A riguardo di ciò, un dato particolarmente indicativo di tale aspetto, si riscontra nella percentuale di astensionismo alle recenti elezioni europee del 8-9 giugno. Perché i giovani non votano? Non è una domanda. È “La domanda”. Molteplici possono essere le risposte che solitamente vengono fornite in modo sommario e intuitivo: disinteresse nei confronti della politica, mediocre conoscenza di tale realtà nonché incapacità di elaborare e pensare il presente come l’esito di un processo storico-culturale (con annessa responsabilità all’istituzione scolastica e/o alle famiglie di origine), diffidenza nei confronti della società e nelle istituzione poste al governo, utilizzo di una comunicazione artificiosa (la politica viene spesso comunicata attraverso linguaggi e canali che non sono coinvolgenti e pienamente comprensibili dai giovani), e così via. 

Tutte le risposte elencate, a titolo esemplificativo, non sono sbagliate ma non sono neanche del tutto corrette. La verità risiede in un insieme di fattori complessi come complessa, si è detto, è la società e l’individuo in primis. Ciononostante, a mio avviso, le cause principali, che possono condurre un giovane a non votare, affondano le loro radici in un sentimento di sfiducia in sé stessi e in chi dovrebbe prendersi cura di loro. Votare non è semplicemente apporre una croce su una preferenza ma è esprimere il proprio parere, le proprie idee con coraggio e convinzione, e per farlo è necessario credere in quegli ideali, lottare per essi e diventarne responsabili. Diventano, a questo punto, indispensabili figure che si fanno portavoce di un sentire che non è astratto o un “banale capriccio” ma è legittimo, reale, concreto, umano, palpabile. Non demagoghi bensì modelli ispiratori e carismatici che sappiano contagiare positivamente con esempi di lealtà, coraggio e libertà. Con eccessiva frequenza invece, i giovani faticano a riconoscere nelle istituzioni politiche delle guide e dinanzi ai loro bisogni e desideri, non si sentono ascoltati e/o valorizzati. Il senso di impotenza generato dall’errata convinzione di non poter fare la differenza è sintomatico di una realtà attualissima nella quale è venuto meno, ormai, quel legame di appartenenza che ha sempre rappresentato nel corso della storia, un forte incentivo. 

I giovani non sono il futuro, bisogna correggere questa espressione, i giovani sono l’adesso. Affermava con insistenza Papa Francesco nel 2021, in occasione del progetto internazionale “Programmando per la Pace”. Si è chiamati, allora, ad essere i protagonisti delle proprie scelte e a riscoprirne il valore e l’importanza. In questa prospettiva, fare il bene di una società vuol dire fare, prima di tutto, il bene dei singoli: è da essi che inizia il cambiamento. Il diritto al voto è una forma preziosissima di libertà e di espressione personale e mai nessuno dovrebbe rinunciarci. La domanda “perché i giovani non votano?” andrebbe, a mio avviso, riformulata diversamente in: perché i giovani hanno smesso di credere in un loro diritto? Perché non riconoscono il valore e la dignità delle loro idee? Perché accettano che altri scelgano al loro posto? E da tali quesiti cercare, con urgenza, delle soluzioni che coinvolgano i giovani stessi in prima linea, per permettere loro di riscoprirsi parte attiva e indispensabile di un mondo in cui non sono “collaterali” ma fondamentali, preziosi e, soprattutto, decisivi!

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