di Alberto Piras
Una delle missioni di ‘La Riflessione’ , difficile ma necessaria, è far sì che, dalle riflessioni degli autori, si instauri un dibattito, una nuova riflessione, questa volta collettiva. Il nostro sogno sarebbe che i lettori si sentissero parte di questa riflessione collettiva, ritrovando un sentimento di partecipazione matura, meditata, responsabile, coscienziosa, rispettosa, attiva ed etica che sembra soccombere rispetto al dibattito non mediato, aggressivo, poco profondo dei ‘social media’ . Alberto Piras risponde alla ‘La riflessione’ di approfondimento di Cristiana Meloni, che ricercava le cause alla distanza tra i giovani e il mondo adulto, in particolar modo quello politico
Partiamo dalla storia personale dei giovani e meno giovani per poter interpretare la forma di disagio che colpisce l’esistenza in questa società.
Non farei distinzioni di età ma guarderei il problema da un punto di vista grandangolare.
Se proviamo infatti a considerare le attuali forme di malessere esistenziali che producono devianza, emarginazione, esse hanno origini remote spesso difficili da individuare, e probabilmente celate sotto vissuti esistenziali difficili, segnati da sofferenze, sgomento, insoddisfazione.
Le vittime di questo risultato, nella nostra società, sono tutti i giovani e i meno giovani e forse anche anziani che non hanno avuto l’ opportunità di “crescere” quando avrebbero potuto, a causa di un insieme di valori che la società non ha saputo testimoniare loro.
Il frutto di questo processo sono tutti quei sentimenti negativi, protratti nel tempo, che
conducono inevitabilmente, per chi ne è vittima, all’isolamento, all’insopportabilità del
vivere, al vuoto esistenziale, alle mancate risposte: chi soni, che ci faccio qui?
Ci troviamo difronte ad una carenza comunicativa che parte da un silenzio tra generazioni e di cui non si riesce a definire i veri confini.
I giovani soffocano nel silenzio ciò che non va e così il loro diventa un mondo
impenetrabile che li accompagna pericolosamente agli stadi successivi della loro vita,
spesse volte senza speranza di discontinuità.
Ho aperto con queste considerazioni perché da adulto avanzato ho purtroppo anch’io
vissuto queste criticità che mi hanno creato ovviamente tutti quei problemi ai quali
abbiamo accennato. Il tempo vissuto sin ora mi ha fortunatamente concesso di essere
riconoscente all’opportunità che mi è stata donata dalla mia fede, che mi ha concesso di
iniziare un percorso nel quale i punti di riferimento, da meno giovane a più anziano, non sono mancati. Le luce pian piano ha vinto le tenebre.
Sono del parere che sia corretto affermare: “I giovani non sono il futuro, ma che “i giovani sono il presente” , come ha indicato Papa Francesco.
Aggiungerei, se posso permettermi, di esprimere anche un desiderio : “I meno giovani e gli anziani siano testimoni con i giovani nel presente per una società più umana che
consideri gli altri fratelli”.