di Oleandro Iannone

‘La Riflessione’ continua a incontrare e a dare voce agli studenti, soprattutto quando ciò su cui si parla è la scuola. A riflettere sul proprio Esame di Maturità è Oleandro, di una quinta del Liceo Siotto di Cagliari: le aspettative, le prove, le emozioni e le lacrime per la scoperta dei propri valori. Un viaggio nell’universo dei nostri ragazzi e delle nostre ragazze, che hanno affrontato un momento che ricorderanno per tutta la vita.
Quest’anno ho affrontato la maturità. Le mie aspettative erano sicuramente diverse rispetto a ciò che ho vissuto e rispetto al ricordo che porterò con me. Pensavo infatti che la maturità fosse un qualcosa di piazzato lì, alla fine dell’anno, giusto per far sfoggiare nelle prove le abilità acquisite durante gli anni di studio, o per dare il colpo finale agli studenti già terribilmente affaticati dall’intero anno. Pensavo fosse qualcosa di impersonale e freddo. Semplicemente l’ennesimo obbiettivo da superare, in cui era impossibile far trasparire la propria identità, sia perché il tempo dedicatoci sarebbe stato breve sia perché non tutti i professori sarebbero stati interni, quindi cosa ne dovevano sapere di noi?… Ma pensavo male, perché a dire il vero quest’ esperienza non è stata alienante, anzi, mi ha fatto sentire incredibilmente me stesso.
Proprio perché inizialmente avevo questa visione della maturità, la prima prova, quella di italiano, a primo impatto, non è stata un’esperienza piacevole. Ho iniziato a scrivere puntando al superamento dell’obbiettivo, ma ciò mi ha fatto avere un crollo appena l’adrenalina ha iniziato a calare e con essa anche il flusso di idee, a quel punto ho pensato che non avrei raggiunto l’obbiettivo che mi era stato dato e l’ho finita a scrivere mentre piangevo dalla disperazione.
Ma una volta finito, mi sono calmato, ci ho riflettuto e ho realizzato che la traccia che avevo scelto mi era piaciuta davvero e che credevo in ciò che avevo scritto. Ho scelto la traccia tratta da un brano di Rita Levi Montalcini, che chiedeva di riflettere sul significato,nella società contemporanea, di un “elogio dell’imperfezione”. Ho trattato di questioni per me importanti come capitalismo e disabilità, e ho concluso affermando che l’elogio dell’imperfezione, nella società contemporanea capitalista, è un concetto rivoluzionario che libera dall’oppressione. Senza questa occasione probabilmente non avrei potuto sviluppare una tale riflessione.
Il momento più emotivamente intenso è stato durante l’orale. Mi è stato dato come spunto da cui partire un testo tratto dal manifesto del partito comunista di Marx ed Engels,che mi è particolarmente caro. Ho deciso poi di parlare dei totalitarismi per poi trattare dell’imperialismo. Quindi ho scelto di citare una frase tratta dall’Agricola di Tacito, pronunciata da Calgaco, capo dei Caledoni, prima di combattere contro i romani in Bretannia. La citazione, che ho cercato di recitare il più chiaramente possibile, probabilmente non riuscendoci, dato che a metà frase la mia voce era già spezzata dalle lacrime, dovute alla sua grande attualità, è la seguente: “rubare,massacrare,rapinare, lo chiamano con falsi nomi impero, e là dove fanno il deserto lo chiamano pace”. Ormai stavo piangendo apertamente, quando l’ho ripetuta, modificandola, per passare a parlare di educazione civica: “rubare, massacrare, rapinare, lo chiamano con falsi nomi democrazia, e là dove fanno il deserto lo chiamano difesa”. Questo è quello che sta attualmente succedendo in Palestina.
È stato importante per me concludere questo percorso esponendo i valori in cui credo, e nonostante sia stato imbarazzante piangere davanti alla commissione, averlo fatto mi ha ricordato di come sia necessario esporsi quando si tratta di questioni di questa importanza e mettere un po’ di se stessi in cio che si fa. Questo esame di maturità mi ha dato ulteriore coraggio per continuare a portare avanti i miei valori.