La corrispondenza d’amorosi sensi

di Daniele Madau

Non so se ciò che scriverò vale anche per voi – e sarebbe bello parlarne – ma ho dei modelli, diventati cari e familiari, anche se mai conosciuti personalmente, a cui guardo, a cui mi rivolgo -anche nei momenti di difficoltà -e di cui sento la vicinanza. Sono persone che non ci sono più e, per questo, la loro assenza è una presenza più grande, che ha voce nello spirito, che riguarda il cuore e che credi di vedere nella luce. Delle stelle e del sole; della notte e del giorno. Del resto, la luce è lo spirito, visto che è composta di fotoni, che non hanno peso, hanno massa pari a zero, ma sono, esistono, li vediamo.

Come per i familiari più vicini, queste persone hanno segnato la mia vita, in meglio, e per questo ho fatto una promessa: parlerò di loro, finché potrò, soprattutto ai ragazzi e alle ragazze. Proverò a vivere come loro, rispettando il mio essere particolare, se avrò forza, capacità, coraggio.

Uno di loro era Paolo Borsellino.

Il 19 luglio 1992, 32 anni fa, moriva davanti alla casa della madre, in via D’Amelio, dilaniato dal tritolo: aveva solo 52 anni. Con lui Agostino Catalano, Emanuela Loi (prima donna a far parte di una scorta e anche prima donna della Polizia di Stato a cadere in servizio), Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. L’unico sopravvissuto fu l’agente Antonino Vullo, che al momento dell’esplosione stava parcheggiando una delle auto della scorta. 43 anni, 24 anni, 22 anni, 31 anni, 27 anni le età delle vittime.

Ricordo benissimo quel giorno, ero al mare, come tanti italiani, come anche Paolo la mattina, prima di recarsi dalla madre per accompagnarla a una visita medica; io, di anni, ne avevo 14. Quel giorno, ho fatto la promessa. L’ho fatta perché la mafia non poteva vincere, l’ho fatta perché ero solo un ragazzo, l’ho fatta perché volevo costruire un futuro, l’ho fatta per vendicare – col bene possibile che avrei potuto fare, a tutti, in ogni tempo e in ogni luogo- la loro morte. L’ho fatta perché l’esistenza di tutti noi vale il bene per tutti. E non mi son più dimenticato di loro, particolarmente di Paolo, e di Emanuela, la mia conterranea. Sono sardo, sono un uomo di parola. E ho continuato a parlarne, e ancora lo farò.

Celeste è questa corrispondenza d’amorosi sensi, celeste dote è negli umani;
e spesso per lei si vive con l’amico estinto e l’estinto con noi. Foscolo, e prima di lui i Greci, hanno ragione; lo possiamo sentire quotidianamente: se pensiamo a una persona cara scomparsa, basta questo e l’assenza dalla vita è subito presenza nel pensiero. Nel cuore. Nello spirito. Nella luce. Celeste dote è negli umani.

A Paolo Borsellino chiedo il suo trattare con umanità tutti, anche i mafiosi, il suo senso dello Stato e del lavoro, il suo amore per la famiglia e per l’Italia, per la giustizia. La sua fede. Il non piegare mai la testa e il non voltarsi mai dall’altra parte. L’accettazione del destino, se questo vuol dire compiere il proprio dovere.

Celeste è questa corrispondenza d’amorosi sensi, celeste dote è negli umani;
e spesso per lei si vive con l’amico estinto e l’estinto con noi.

E allora penso anche a Cavallo Pazzo, che vide i bianchi profanare le sue terre e massacrare la sua gente, e decise di dare la vita per il suo popolo, gli Oglala Lakota. Hoka Hey! È un buon giorno per morire! era il suo grido di battaglia. Morì solo, in una prigione, tradito, a 37 anni. A lui chiedo il suo coraggio. A San Francesco, un po’ della sua umiltà. A Fabrizio De André un po’ della sua poesia nel guardare la vita, e il desiderio di prestare attenzione agli ultimi. A Don Pino Puglisi, la serenità davanti alle cose più brutte, come lui dimostrò davanti ai suoi assassini: ‘Vi aspettavo’. A Massimo Troisi di tirarmi su nei momenti di malinconia o tristezza, con la sua simpatia. A Martin Luther King il suo desiderio di non arrendersi e di lottare per i diritti. A Gigi Riva, il suo amore per la Sardegna. C’è poi una persona, a cui chiedevo consigli per gli articoli e i libri sulla storia della musica, uno dei più grandi giornalisti musicali: Ernesto Assante. Ci ha lasciato da poco. Lui l’ho conosciuto, ricordo il suo sorriso. E basta quello.

E spesso per lei si vive con l’amico estinto e l’estinto con noi: è proprio così, ma per Paolo, Emanuela, Giovanni, forse è meglio usare le parole dei ragazzi e delle ragazze di Palermo, che non hanno dimenticato il loro grande esempio e che, ne son sicuro, come me guardano a Paolo come un familiare, un amico, un modello: ‘Non li avete uccisi, le loro idee camminano sulle nostre gambe’

Lascia un commento

Progetta un sito come questo con WordPress.com
Comincia ora