di Cristiana Meloni
La ‘Riflessione’ ha sempre ritenuto un dovere quello di porre al centro dell’attenzione dei lettori le violenze contro le donne e di genere, al fine di rispondere a una missione civile propria dell’informazione, oltre che di ogni cittadino e di ogni persona, quella di promuovere il rispetto e la legalità. Questo dovere è apparso più urgente negli ultimi giorni, caratterizzati da notizie – le quali rimandano a crimini che ci accompagnano sempre ma dei quali, al contrario, non sempre abbiamo notizie- di violenze verso le donne che hanno interessato ambiti tradizionalmente considerati educativi o di maturazione. Ambienti di lavoro, di sport, scolastici, familiari, ecclesiastici. Questi ultimi hanno avuto come vittime anche ragazzi. Ogni violenza è un crimine e ogni luogo deve poter essere ritenuto sano e rispettoso; e se è vero, e quasi superficiale ricordarlo, che gran parte dei responsabili degli ambienti citati non è violenta, quando questi drammi riguardano, quasi capillarmente, educatori, allenatori, insegnanti, datori di lavoro, sacerdoti, l’interrogativo e l’emergenza acquisiscono una connotazione in più, che ci porta a riflettere su tutta la società e sugli elementi che essa sceglie come adulti responsabili. La strada da percorrere deve essere saldamente basata su alcuni pilastri: l’educazione sul rispetto che parta dai più piccoli, la sensibilizzazione continua, l’intervento delle istituzioni e delle forze dell’ordine non appena arrivi una denuncia con misure adeguate e, non ultima, la necessità di non restare in silenzio e subire, di far fronte comune davanti alle violenze. Come testimonia il coraggio di Stefania Secci.

Nel dizionario della lingua italiana, la necessità è definita come “un’esigenza o un bisogno che deve essere soddisfatto per il benessere o la sopravvivenza”.
E di sopravvivenza si tratta quando si parla di violenza sulle donne e dell’importanza di denunciare.
I dati forniti dall’Istat sono allarmanti: il 31,5% delle donne di età compresa tra 16 e 70 anni – ovvero circa 6 milioni 788 mila – ha subito, nel corso della propria vita, una forma di violenza fisica o sessuale. Di queste, il 20,2% (4 milioni 353 mila) ha subito violenza fisica, il 21% (4 milioni 520 mila) violenza sessuale, mentre il 5,4% (1 milione 157 mila) ha vissuto le forme più gravi di violenza sessuale, tra cui lo stupro (652 mila) e il tentato stupro (746 mila).
Percentuali che raccontano storie di vite graffiate e spezzate, di grida soffocate e di paure paralizzanti che cercano inutilmente di nascondere i lividi dietro un velo di fondotinta. Le statistiche rivelano un problema radicato e diffuso che attraversa vari ambiti della vita quotidiana, dalla famiglia alla scuola, dal mondo del lavoro allo sport, a realtà di vario genere.
Una vera e propria pandemia per la quale sembra non esistere un vaccino risolutivo.
“Ho passato ore al telefono con le altre ragazze, piangevamo insieme. Le ho prese sotto la mia ala, spiegando che solo denunciando avremmo potuto fermare una persona pericolosa. Hanno trovato in me una figura di riferimento e insieme ce l’abbiamo fatta”. Queste le parole della giovane giornalista, attivista e modella cagliaritana, Stefania Secci, che nel mese di luglio ha accusato Paolo Ferrante – titolare della MIA Models Italian Accademy di Corneliano d’Alba (Cuneo) – di violenze sessuali.
“Non è mai colpa delle vittime. Denunciate sempre!”, prosegue la vittima durante le varie interviste delle ultime settimane. Un grido che, ancora una volta, ribadisce la necessità di denunciare, quale primo strumento di sopravvivenza. Il coraggio di Stefania è solo l’ultimo esempio di una lunga lista di donne che, come lei, hanno chiesto giustizia rendendo pubblica una macabra realtà che troppo spesso viene taciuta e giustificata. Tuttavia, vi è un’altra lista di donne – una molto più lunga – che rimane prigioniera della paura. Per molte di loro, infatti, le ritorsioni e le minacce, il timore di non essere credute o di essere stigmatizzate, rappresentano fattori determinanti che impediscono di trovare il coraggio per denunciare.
Ma è fondamentale rompere questo silenzio!
Le istituzioni devono fare di più per proteggere le vittime e garantire a chi denuncia un valido supporto in tutte le fasi. Le campagne di sensibilizzazione devono continuare a promuovere il messaggio che la violenza contro le donne non può essere tollerata e che denunciare è un atto di forza e non di debolezza. È necessario fare tutto il possibile per combattere un male che annienta la dignità e la libertà femminile: oggettificate, denigrate, considerate alla stregua di “strumenti di piacere” da prendere quando e come si vuole per soddisfare un bisogno perverso o sulle quali far prevalere la propria forza. Tutte devono poter alzare la loro voce, come ha fatto Stefania Secci, per dare coraggio e speranza a chiunque viva situazioni simili.
Ciononostante, non si tratta di una questione che riguarda solo le donne. Tutta la società deve essere coinvolta in una lotta che non fa distinzioni di genere ma, unita, combatte tali soprusi e brutalità in nome di una giustizia capace di stare, realmente, dalla parte delle vittime. Ogni denuncia, testimonianza, atto di solidarietà e vicinanza è capace di fare la differenza all’interno di un percorso lungo e difficile, ma necessario per una società in cui le donne possano vivere senza paura. L’impegno deve essere, allora, costante e collettivo, capace di promuovere una cultura del rispetto e della parità. Le istituzioni, la scuola, i media, e ogni singolo cittadino hanno il dovere di contribuire a questo cambiamento, affinché il coraggio di Stefania e di tante altre donne non sia vano.