di Daniele Madau
Mentre va in scena la cerimonia di chiusura, il terzo e ultimo appuntamento con l’approfondimento sui Giochi Olimpici

Dopo la fine delle Olimpiadi antiche, la memoria rimase viva tanto che, dal ‘700 in poi, in tanti modi, si cercò di riproporle. La scoperta delle rovine dell’antica Olimpia, insieme alla sconfitta della Francia nella guerra franco-prussiana(1870-1871), spinsero il barone Pierre De Cubertin a cercare un modo per migliorare la preparazione fisica dei suoi connazionali e per avvicinare – tramite lo sport – le nazioni. Ecco, allora, che nel 1894, per l’anniversario dell’Unione francese degli sport atletici, su sua proposta, si decise di rilanciare le Olimpiadi: fu fondato il Cio (Comitato Olimpico Internazionale) e si scelse Atene, per omaggiare la Grecia, come sede delle prime Olimpiadi dell’era moderna. Da allora – compresa Parigi 2024 – si son disputate 33 edizioni, conteggiando anche quelle non disputate per motivi bellici, nel 1916, nel 1940 e nel 1944. Nell’edizione che si sta concludendo, ci sono state 32 discipline, 4 delle quali (breakdance, il surf, l’arrampicata e lo skateboard) presenti per la prima volta.
Gli Stati Uniti sono il paese con più medaglie olimpiche in assoluto, poco meno di 3000, mentre l’Italia è al sesto posto, con quasi 800. Proprio quella parigina, per la nostra Nazione, è stata un’edizione indimenticabile: il maggior numero di medaglie, 40 come a Tokyo 2021, ma con due ori in più. Il maggior numero di ori lo abbiamo conquistato a Los Angeles nel 1984: 14.
E ora, ricordiamo i momenti memorabili, parte della nostra memoria comune e della storia mondiale, che hanno avuto le edizioni olimpiche come palcoscenico e scenografia.
A Berlino 1936, appare per la prima volta la fiaccola olimpica: Hitler ha ottenuto i Giochi, fondamentali per manifestare la superiorità ariana della Germania nazista. Ebbene, Owens – atleta nero – vinse quattro medaglie d’oro: i 100 m piani, il salto in lungo, i 200 m piani e la staffetta 4×100 m, dimostrando una sua stupefacente superiorità. Erede di schiavi afroamericani dell’Alabama, non ebbe, però, la meritata ricompensa in patria, dove sembra lavorò come inserviente, senza incidere sull’emarginazione dei neri. Durante i giorni berlinesi,però, successe qualcosa di meravigliosamente olimpico tra lui e Luz Long: a voi – se questi giochi vi hanno lasciato il desiderio di continuare a farvi accompagnare dallo sport – il bellissimo compito di scoprire di cosa si tratti.
A Città del Messico, il 12 ottobre 1968 sarebbero stati inaugurati i diciannovesimi Giochi Olimpici, a ben 2.134 metri di altitudine, in un Paese governato stabilmente dagli anni Trenta dal Partido revolucionario institucional . Da mesi il Messico è scosso dall’ondata contestataria guidata dal Consejo nacional de huelga (Consiglio nazionale di protesta) degli studenti democratici dell’Universidad Autónoma de México (Unam) che intendono portare alla ribalta le loro rivendicazioni sociali: «No queremos Olimpiadas»; non volevano Olimpiadi ma riforme.
Nel pomeriggio del 2 ottobre migliaia di manifestanti coperti dagli striscioni con il volto di Che Guevara confluiscono pacificamente nella grande Plaza de las Tres Culturas, che rappresenta un luogo simbolico per i messicani in quanto riunisce le tre culture del Paese: quella azteca, quella spagnola, quella moderna.
La piazza viene subito circondata da quattro parti da camion e autoblindo. I camion si sono aperti e dei soldati si sono buttati giù sparando.
Lo sappiamo con precisione dalla testimonianza di Oriana Fallaci, che ha seguito le proteste, e sarà operata d’urgenza a seguito delle ferite riportate.
Furono uccisi circa 300 manifestanti ma il presidente del Comitato olimpico internazionale, Avery Brundage, assicurò che le Olimpiadi sono «una vera oasi in un mondo tormentato», garantendo lo svolgimento regolare dal 12 al 17 ottobre dei XIX Giochi Olimpici. Furono i Giochi dei pugni in alto di Smith e Carlos.
Gli anni ’80 furono quelli dei boicottagi: il caso più noto è quello delle Olimpiadi di Mosca del 1980, boicottate in primis dagli Usa e complessivamente da 65 nazioni (tra cui Canada, Israele, Giappone, Cina e Germania Ovest), per protesta contro l’invasione sovietica dell’Afghanistan del dicembre 1979; l’Urss trionfò nel medagliere, con un record ancora oggi imbattuto di 195 medaglie vinte (di cui 80 d’oro). Mosca mise in atto la propria rappresaglia quattro anni più tardi, con il boicottaggio delle Olimpiadi di Los Angeles 1984.
In totale 14 nazioni del blocco sovietico (tra cui la Germania Est) non parteciparono all’evento sportivo in risposta ai “sentimenti sciovinisti e isteria anti-sovietica” degli Stati Uniti. L’impatto fu, però, limitato: i Giochi di Los Angeles videro la presenza di atleti da 140 Paesi – tra cui la Cina, per la prima volta a un evento olimpico dal 1952 – e furono un successo sul piano del ritorno economico, mentre gli Stati Uniti trionfarono con 83 ori.
A questo proposito, le Olimpiadi Invernali di Pechino 2022 sono state segnate da un boicottaggio particolare degli Stati Uniti, che non ha inviato il personale diplomatico e non gli atleti, in reazione alle violazioni dei diritti umani commesse dalla Cina ai danni dell’etnia uigura.
Tantissime potrebbero essere le curiosità e le storie da raccontare: perché i Giochi sono un universo nell’universo, una narrazione interminabile che si alimenta di elementi introvabili altrove: pensiamo a Dorando Pietri, Phelps, Carl Lewis, Muhammad Alì, la tragedia di Monaco ’72. Potrei parlare dei cinque cerchi, degli altri simboli, delle città, ma torniamo a Parigi. Forse la ricorderemo per le proposte di matrimonio in diretta, per il coraggio di Nathalie Moellhausen, per la Senna, per le polemiche sulle pugili, per i capi di Stato bagnati, per l’Ultima Cena…
Potrei continuare all’infinito, perché stiamo parlando di sport, persone, cuori, emozioni, coraggio; siamo fatti della stessa materia di cui sono fatti i sogni, soprattutto alle Olimpiadi: “Citius, Altius, Fortius – Communiter”, “Più veloce, più alto, più forte – Insieme” (Motto ufficiale delle Olimpiadi)