di Daniele Madau

“Gli usignoli non fanno altro che produrre musica piacevole di cui noi godiamo. Non mangiano i frutti nei giardini della gente, non fanno il nido nei lettini di mais, non fanno altro che cantare a squarciagola per noi. Per questo è un peccato uccidere un usignolo“
C’è stato un tempo, neanche troppo lontano, in cui Giuseppe Fiori narrava la lotta dei pescatori di Cabras, sulla costa occidentale sarda, per l’abbattimento della piramide feudale che li schiacciava in uno stato di arretratezza e miseria. L’inchiesta giornalistica era ‘Baroni in laguna’ – un caposaldo della letteratura di giornalismo – e a me piace pensare che, ai baroni, nella grande, e bella, piazza Stagno di Cabras si siano sostituiti gli usignoli.
Sì, gli usignoli di Harper Lee, quelli che simboleggiano gli uomini innocenti uccisi da altri uomini. Anche se, in realtà, ha più l’aria da satiro, ironico, pingue, quasi gaudente – con il bicchiere e la sigaretta sempre in mano -, e la voce sia più graffiata, bassa e -ormai- incerta, l’usignolo che si è adagiato in riva allo stagno ha, infatti, cantato di ‘Numeri da scaricare’, con riferirimento al ‘ragioniere di Auschwitz’ Oskar Gröning, dei ‘Matti’ e di un fuochista destinato a morire. E l’ha fatto insieme alla ‘Donna cannone’ , a ‘Gambadilegno a Parigi’, agli assassini dell’ Uccisione di Babbo Natale.
Del resto, un satiro si sente a casa sua a Cabras – il cui nome deriva dal sardo arborense “capras” (capre) -e non è neppure un satiro qualunque, è il ‘principe’ dei satiri. Uno che può squadernare ‘Generale’, ‘Rimmel’, ‘La storia’ , ‘La leva calcistica del ’68’ , ‘Sempre e per sempre’, ‘Diamante’ in una sera quasi di famiglia, in cui la poesia si spande nelle case basse dei vicinati del paese lagunare insieme all’odore dello stagno. In cui la serata finisce – proprio come in una sagra – con un valzer in piazza, sulle note, però, di un classico come ‘Buonanotte fiorellino’. Alto e basso, classico e popolare si mischiano e si incarnano sotto il cappellino e gli occhiali di Francesco De Gregori, di colui che ha definito e canonizzato i tratti antonomastici del ‘cantautore’ italiano, di lontana derivazione dylaniana ma di consacrazione tutta legata all’uso ardito del lessico italiano.
Ed è un piacere vederlo passare dallo Stadio Olimpico di Roma al Sinis, con la passione, l’impegno e il piacere di sempre, da professionista vero, che si sa reinventare dopo cinquant’anni di carriera, dopo aver dato, ricevuto, visto tutto. Ammette – mentre, finalmente, spiega le canzoni che tutti i critici hanno provato ad analizzare – che alcuni testi un senso vero e proprio non ce l’hanno. Chiede scusa per certe sue esegesi professorali, ringrazia per gli applausi, omaggia Lucio Dalla e Zucchero, lascia la scena ad Angela Baraldi.
La piazza piena, a volte si lascia coinvolgere a volte trascina, e assiste all’apparizione dell’attore-cantautore nella autoreferenziale ‘Valigia dell’attore’ : Eccomi qua
sono venuto a vedere lo strano effetto che fa la mia faccia nei vostri occhi
e quanta gente ci sta e se stasera si alza una lira per questa voce che dovrebbe arrivare fino all’ultima fila oltre al buio che c’è e al silenzio che lentamente si fa e alla luce che taglia il mio viso.
Quant’è bello il Sinis, questa piazza di Cabras – che non conoscevo -, questa penisola nell’isola sotto le stelle e le note di De Gregori: grazie agli organizzatori, che con coraggio, promuovono il territorio di Michela Murgia, raccontato da Enrico Costa, con quanto di meglio sia esistito ed esiste nella canzone italiana.
Grazie a Francesco che, anche se non ha concesso interviste, mi ha permesso di ballare il valzer, in una notte d’estate, sulle note di una delle canzoni più belle, e con cui sono cresciuto, e con una persona speciale.