Mai voltarsi dall’altra parte

di Cristiana Meloni

Stefania Secci, di origini cagliaritane, si dichiara una divulgatrice di raggi di sole e di speranza, per tutte le persone vittime di violenza. Ha un organizzazione di volontariato, di cui è madrina, chiamata “Faro giuridico”. Da ottobre dello scorso anno, ha intrapreso anche la carriera di giornalista, con l’ambizione di specializzarsi nel giornalismo investigativo, alimentata dal suo profondo desiderio di portare alla luce la verità e dare voce a chi non ce l’ha. Attivista instancabile, si batte ogni giorno contro la violenza di genere, una piaga sociale che troppo spesso viene sottovalutata. Grazie alla sua denuncia, lo scorso 26 Luglio, è stato arrestato il titolare della MIA Models Italian Academy di Corneliano d’Alba (Cuneo), Paolo Ferrante, accusato di aver violentato ben cinque modelle. Questo atto di denuncia non solo ha dato giustizia alle vittime, ma ha anche acceso una luce su un ambiente dove spesso il silenzio prevale.

Cristiana Meloni, per la redazione di “La riflessione politica”, ha avuto il piacere di intervistare Stefania. Una donna coraggiosa, umile e d’ispirazione, che ha saputo trasformare la sua dolorosa esperienza personale in una missione di aiuto agli altri. Come redazione, ci impegniamo a offrire uno spazio – o meglio, una voce – a storie come questa, che non devono mai rimanere circoscritte alla sola vittima, ma riguardare tutti noi. Siamo tutti chiamati a fare la nostra parte, e grazie al coraggio di Stefania, oggi possiamo fare la nostra. È una battaglia che io ho combatto da sempre. Sono le prime parole di un’intervista coinvolgente. Mi batto contro la violenza di genere ma ci sono delle tematiche nelle quali è necessario soffermarsi sempre di più. Io condanno la violenza in ogni sua forma, da quella fisica a quella psicologica. Tuttavia, quello di cui si parla costantemente, ogni giorno, è la violenza sulle donne. E questo è agghiacciante!

Quali pensi siano le cause principali della violenza contro le donne nella nostra società, in base a ciò che purtroppo hai subito?

Ho accertato personalmente che una delle cause scatenanti della violenza è la mancanza di empatia. La nostra società ne è carente! Sono convinta che, se le persone fossero più empatiche e avessero un canale comunicativo aperto verso il prossimo, molti episodi di violenza, sia fisica che psicologica, non esisterebbero. La violenza psicologica, ad esempio, pur non lasciando segni visibili all’esterno, lascia cicatrici profonde. Anche io ho vissuto molte situazioni di violenza psicologica nel passato, e quelle esperienze mi hanno lasciato cicatrici che conosco bene. Dall’esterno magari non si vedono, ma io le porto con me ogni giorno.

Questo mi ha sempre portato a chiedermi: perché le persone arrivano a essere così cattive e meschine? La risposta a cui arrivo sempre è la mancanza di empatia. Credo che questa carenza abbia radici profonde in una struttura fondamentale che ognuno di noi dovrebbe avere sin dalla nascita: la famiglia. Oggi, purtroppo, molti giovani tendono a essere violenti, sia nel pensiero che nelle azioni, perché in famiglia hanno normalizzato questo comportamento. Pensano, erroneamente, che “sia normale” agire in questo modo.

Pensiamo a uno degli ultimi fatti di cronaca avvenuti alla stazione Termini di Roma: dei ragazzini di 13 anni hanno aggredito una capotreno con un coltello, a calci e pugni, solo perché non avevano il biglietto. Azioni compiute per motivi futili! Questa violenza non riguarda solo i giovani, ma anche i ragazzi più grandi, che spesso perpetuano la violenza domestica contro le proprie compagne, arrivando in alcuni casi al femminicidio.

Da questo di vista, hai trovato nel tuo cammino delle persone empatiche o ti sei sentita sola?

Ho tanti aneddoti da raccontare. Dai 13 ai 18 anni, sono stata vittima di bullismo pesante, discriminazione e violenza psicologica. In quel periodo, ero circondata da adulti cattivi e insensibili; l’unico sostegno empatico che avevo proveniva dalla mia famiglia, da mia madre e mio padre. Tutto il resto sembrava non esistere. Crescendo, alcune di quelle situazioni sono svanite perché sono diventata una donna adulta e consapevole. Ho trasformato il mio istinto da “crocerossina” in una forza per aiutare gli altri e, facendo questo lavoro, ho scoperto che le persone empatiche ci sono, eccome. Ci sono persone buone, perché c’è sempre una luce in mezzo alla melma! Questo è un messaggio che dobbiamo sempre far emergere per evitare di cadere nell’abisso del male.

Quando si verificano situazioni negative, specialmente in ambito di violenza, c’è sempre una parte di persone che, anche se non direttamente coinvolte, sentono il bisogno di agire. Gli si smuove la coscienza e cercano di proteggere le vittime. Quindi, sì! Ci sono sempre persone buone, “angeli” come li chiamo io, disposte ad aiutare il prossimo. Anche nelle situazioni peggiori possono accadere cose belle, e sono felice di vedere che, grazie ai social e alla maggiore informazione, stiamo riuscendo a smuovere più coscienze rispetto a prima. Anche noi giovani, e in particolare noi giovani donne, non vogliamo più stare in silenzio. Cerchiamo di attivare un meccanismo di difesa non solo per noi stesse, ma per tutte, anche per chi non conosciamo. E questo è bellissimo!

Penso, ad esempio, a Giulia Cecchettin. Il 25 novembre, nei giorni in cui è stato ritrovato il suo corpo, mi trovavo a Roma per lavoro. Ricordo che tutte le strade erano bloccate da manifestazioni, non solo femministe o contro la violenza sulle donne (considerata la data), ma soprattutto per Giulia! Quel giorno, tutta l’Italia si è mossa per Giulia.

Stefania, possiamo certamente affermare che, anche tu, sei stata un angelo per tutte le modelle e giovani donne che in te hanno trovato empatia, supporto e soprattutto il coraggio di denunciare. Ognuno di noi affronta la sofferenza, grande o piccola, ma ciò che fa la differenza è cosa si fa di quella sofferenza. Se utilizzata come ponte verso l’altro è una vittoria. Ma se utilizzata per generare altra violenza è una sconfitta. Molti carnefici, infatti, sono stati prima di tutto vittime. Cosa ne pensi?

Mi trovo pienamente d’accordo. Sono una persona molto empatica, persino nei confronti dei carnefici. Ognuno di noi è responsabile delle proprie azioni e parole, e deve rispondere di ciò che fa. Tuttavia, non posso ignorare il fatto che, quando una persona arriva a compiere gesti estremi, c’è qualcosa di profondamente sbagliato, sia a livello patologico che psicologico. Non sono una psicologa, una psicoterapeuta né una criminologa, ma è evidente che non si può semplicemente svegliarsi un giorno e decidere di compiere atti terribili come sterminare una famiglia. Questi comportamenti indicano che c’è un problema di fondo che deve essere studiato e contestualizzato. Solo così possiamo sperare di fare prevenzione efficace.

Potresti descriverci l’impatto che la violenza ha sulla vita delle donne, sia a livello personale che comunitario? Molte donne hanno, infatti, paura di denunciare per paura di non essere credute, emarginate o, addirittura, di essere accusate di vittimismo.

Questa è per me una tematica molto cara, che sto cercando di far comprendere a quante più persone possibile: la questione della vittimizzazione secondaria, o meglio, la cosiddetta colpevolizzazione delle vittime. Non riesco a capire perché, quando accadono fatti terribili come lo stupro, ci siano persone che immediatamente incolpano le vittime con il famoso “te la sei cercata”. Non tutte le persone si comportano così, certo, ma resto comunque sconcertata quando, anche nel caso di Paolo Ferrante, ho letto commenti che colpevolizzavano queste povere ragazze con affermazioni simili. C’è spesso un tentativo di far sentire in colpa le vittime, quando in realtà non hanno alcuna colpa!

Una riflessione che faccio da mesi è che, come giovani donne, veniamo spesso cresciute con l’idea che, essendo donne, dobbiamo stare attente a uscire di casa da sole. Quando una ragazza esce da sola, vestita elegantemente e truccata, sembra quasi impensabile che possa tornare sana e salva. I genitori, tendenzialmente, educano le proprie figlie mettendole in guardia, ma pochi sembrano pensare di educare i propri figli maschi a rispettare una donna che incontrano per strada, da sola. Questo dovrebbe essere un automatismo per un uomo, ma purtroppo non lo è, e questo è uno dei motivi che alimentano la violenza. La vittimizzazione secondaria e una mancanza di educazione in famiglia sono entrambe alla radice del problema. Se un figlio maschio cresce senza rispetto, probabilmente non ha ricevuto una formazione adeguata da questo punto di vista. Secondo me, nel 2024 non siamo ancora pronti.

Nel caso specifico di Paolo Ferrante, la maggior parte delle ragazze che ho ascoltato si sono aperte con me perché, con tatto e delicatezza, le ho prese tutte a cuore. Una delle prime cose che mi dicevano, quando chiedevo loro perché non avessero parlato con qualcuno o denunciato subito, era che ciò che le bloccava era il timore di essere giudicate dalla famiglia e di non essere credute se avessero denunciato. Le due ragazze che, anni prima, avevano denunciato in un’altra caserma, erano state derise.

Una delle cose per cui mi batto sempre, soprattutto con le istituzioni, è che quando una vittima di qualsiasi età decide di denunciare una violenza, deve essere accolta, messa in sicurezza e ascoltata. Non dobbiamo essere giudicate, ma ascoltate! Poi sarà la legge a fare il suo corso. Molte di queste ragazze sono giovanissime: ho accolto ragazze di 18, 20, 24 e anche 30 anni, e questo dimostra quanto fosse subdola la manipolazione messa in atto da Ferrante, che trascendeva qualunque esperienza nel campo della moda. Queste donne, quando si sono trovate in situazioni di truffa, raggiro, abuso o violenza sessuale, erano terrorizzate all’idea di andare in una caserma e denunciare, per timore di essere giudicate.

Questa situazione mi ha fatto riflettere profondamente, fin dalle prime indagini tra settembre e ottobre dell’anno scorso: perché queste ragazze non sono state ascoltate? Perché molte di loro non hanno avuto modo di chiedere aiuto? Evidentemente, mancavano supporti fondamentali, e molte di loro erano terrorizzate. Anche io ho provato una rabbia intensa! Ho sempre cercato di mettere in sicurezza tutte le ragazze che venivano intercettate. Un’altra cosa che trovo impensabile è che ci siano voluti dieci anni per fermare questa persona. Ho scoperto, infatti, che molte persone residenti a Gallo (frazione di Alba), dove viveva Paolo Ferrante, avevano notato cose strane (come ragazze che uscivano in lacrime dall’agenzia o che venivano palpeggiate), ma tutti sono rimasti in silenzio. È facile parlare quando una persona è stata arrestata, ma in questi casi c’è sicuramente dell’omertà. Non si comprende che questo silenzio rischia di far passare dalla parte del carnefice, rendendo complici di quei crimini. Se si sa qualcosa, bisogna denunciare! Non credo che riuscirò mai a capire questo silenzio.

Quali sono, secondo te, le misure più efficaci per prevenire e combattere la violenza sulle donne? E come si potrebbe migliorare il supporto alle vittime a livello istituzionale e sociale?

A livello istituzionale, sarebbe necessario organizzare molti più meeting e forum di sensibilizzazione, che mi piacerebbe anche promuovere personalmente. Non dovrebbero però essere limitati solo alle scuole, poiché il problema riguarda non solo i ragazzi, ma anche gli adulti. Bisognerebbe quindi utilizzare le piazze pubbliche per organizzare forum interattivi con specialisti e testimonianze di vittime, creando un ambiente che possa informare e smuovere le coscienze. Questo, a mio parere, sarebbe un ottimo punto di partenza.

In secondo luogo, le istituzioni dovrebbero proporre un inasprimento delle pene. Se una persona sa che, commettendo un reato, potrebbe finire ai domiciliari per poi tornare presto a piede libero, non si risolve nulla. Al contrario, se per certi reati si rischiano dai 15 ai 20 anni di carcere, probabilmente si penserà due volte prima di compiere certe azioni. Tuttavia, va riconosciuto che non sarà una pena più severa a cambiare il mondo, ma è probabile che molti di questi gesti possano essere ridotti.

È importante, inoltre, istituire sportelli di ascolto, poiché molte persone che arrivano a compiere gesti violenti, pur non giustificabili, hanno evidenti problemi psicologici. Spesso inviano segnali prima di commettere qualsiasi atto di violenza, e questi segnali devono essere colti e ascoltati. Queste persone devono poter ricevere l’aiuto necessario per evitare di fare del male agli altri.

A livello sociale, serve un intenso lavoro di informazione, un compito che spetta anche a noi. Ognuno di noi deve trovare il modo e il tempo per informare e sensibilizzare, partendo dalla famiglia, che educa il figlio maschio e la figlia femmina ai valori del rispetto, oggi sempre più carente. È essenziale insegnare ai figli a fermarsi e accettare un “no”.

Un’altra iniziativa che ritengo importante è quella che porta avanti la famosa criminologa Roberta Bruzzone, con campagne di sensibilizzazione mirate a far comprendere alle vittime di manipolazione psicologica come uscire da queste situazioni. La violenza, infatti, è anche psicologica, ed è la più subdola, poiché molte persone non si rendono conto di essere vittime. Pensano che ciò che vivono sia normale. Ma una cosa che dico sempre è che non siamo tutti forti: ci sono persone che, a 50 o 60 anni, sono vulnerabili come un adolescente di 16 anni. Bisogna fare un grande lavoro di informazione, collaborazione e sensibilizzazione.

Come viene affrontato, secondo te, nel mondo dei social media il tema della violenza e come si potrebbero utilizzare in maniera costruttiva?

Partiamo dal presupposto che io non sono un’influencer. Prima dell’avvento di Instagram, ero attiva su Facebook e lo utilizzavo come un vero e proprio diario: scrivevo le mie riflessioni per confrontarmi con le persone e discutere dei fatti avvenuti. Ho notato che questo approccio funzionava, contrariamente a quanto si crede comunemente, poiché molte persone vedono i social in modo negativo. Non è sempre così, e io sono la prima a difendere l’educazione all’uso dei social, perché è proprio da qui che nascono fenomeni come il cyberbullismo e comportamenti maleducati, come il body-shaming sotto le foto, gli insulti e il bullismo. Sono i cosiddetti “leoni da tastiera”.

Spesso, anche io sono stata oggetto di questi attacchi, soprattutto perché mi espongo sempre in prima persona per difendere le vittime e schierarmi dalla loro parte. Tuttavia, molte persone continuano a lasciare commenti sgradevoli sotto determinati post. Io sono a favore del dialogo, purché sia educato e civile, anche in presenza di opinioni divergenti. Ciò che non tollero e condanno fermamente è l’odio sul web.

Quando sono approdata su Instagram, l’ho utilizzato come facevo con Facebook, ossia come uno strumento informativo e di sensibilizzazione. Credo che quando i social vengono usati in modo positivo, i messaggi arrivano alle persone giuste, come le vittime di dinamiche negative, che spesso ti contattano perché hanno bisogno di te e del tuo aiuto. Dovremmo tutti essere più gentili sui social, perché non sappiamo chi si cela dietro un profilo. Potrebbe trattarsi di una persona che sta attraversando un momento di fragilità, e basta una parola di troppo per compromettere il suo equilibrio mentale.

Tempo fa, avevo trattato il caso di un giovanissimo ragazzo, Vincent Plicchi, che l’anno scorso si è suicidato a causa di attacchi di cyber odio. Di fronte a questi episodi, ci si chiede: quali problemi ha la nostra società? Questi sono fatti gravissimi.

Il cyberbullismo e l’odio online sono il cancro dei social. Dovremmo invece utilizzare queste piattaforme per diffondere messaggi positivi ed emozioni genuine, attraverso post che, come faccio io, possano aiutare le persone.

Se, in questo momento, avessi davanti una vittima di violenza di ogni tipo che ha paura, cosa le diresti? Quali sono i passi da seguire?

La prima cosa che le direi è: Non avere paura! Non sei sola/o. Da questo momento, ci sono io con te. È fondamentale mettere a proprio agio la vittima, farla sentire al sicuro e farle percepire la nostra vicinanza. Bisogna ascoltare e accogliere ciò che ha da dire, comprendere la sua storia e accompagnarla nella fase più delicata, che è quella della denuncia. La denuncia è infatti il primo passo verso una maggiore sicurezza, sia a livello personale che psicologico.

Un’altra cosa che tutti dovremmo imparare a fare è stare vicino alle persone che portano dentro di sé ferite profonde. Offrire un contatto umano è essenziale, soprattutto perché spesso queste persone sono sole, senza famiglia o amici. Creare un ambiente che le faccia sentire accolte è fondamentale. E, se necessario, aiutarle a trovare specialisti che possano curare le loro ferite interiori e accompagnarle in un percorso di ricostruzione della propria vita.

Capisco che possa sembrare difficile, e che qualcuno possa pensare che sia troppo da affrontare, ma le persone non si aiutano solo con una denuncia – per quanto sia un passo fondamentale – bensì anche con un supporto umano e concreto. Non è facile! È importante che, dall’altra parte, ci sia una persona disposta a tendere una mano. E se non si è in grado di aiutare da soli, bisogna avere il coraggio di chiedere aiuto. Mai voltarsi dall’altra parte, ma cercare di offrire un aiuto concreto!

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