di Daniele Madau

Non è semplice scrivere un articolo di questa natura, di questo tenore: perché bisogna scrivere della bellezza, della forza della vita, della capacità del bene di irrigare, e seminare, i terreni dei cuori aridi e abbandonati, e renderli nuovamente fertili, dal raccolto abbondante oltre misura. Come parlare di un miracolo, dell’inspiegabile o irrazionale; e poi, misurarsi con sé stessi, col proprio coraggio e con quanto si è disposti a credere al bene e alle nuove forme di giustizia: perché se uno tocca con mano quello che possono creare, allora deve comportarsi di conseguenza, e mettere in gioco- per il bene – anche la propria vita.
Sabato 24 agosto, nella comunità di recupero ‘Il Samaritano’, ad Arborea in provincia di Oristano, si è tenuto uno degli ultimi incontri del festival letterario ‘Propagazioni’: con Pino Tilocca, hanno dialogato Agnese Moro e Franco Bonisoli.
Agnese Moro e Franco Bonisoli sono la figlia di Aldo Moro, ucciso nel 1978 dalle Brigate Rosse, e il membro della direzione strategica e del comitato esecutivo delle stesse BR, che, nell’agguato di via Fani, fa parte del gruppo di fuoco, travestito da aviere e armato di un mitra.
Agnese Moro e Franco Bonisoli – prima in silenzio, poi davanti a tutta l’Italia- dopo 22 anni di carcere di Franco, hanno deciso di dialogare, ascoltarsi, incontrare il perdono e, poi, l’affetto, in un percorso di ‘giustizia riparativa’, che, a vari livelli – come testimoniato dagli approfondimenti del nostro giornale- sta trovando accoglienza in Italia.
Alla fine di questo percorso, c’è l’amicizia, come dono di rinascita, come vera riparazione dalla follia di cui si è avuto coscienza: e il simbolo esteriore e tangibile di questo ristoro e di questa resurrezione sono i sorrisi e le battute che si scambiano, le parole che ci condividono, che nascono da una forte consapevolezza del male visto e vissuto, e dall’irreparabile che ne è scaturito.
‘Nessuno mi restituirà mio padre e la mia giovinezza’; ma, a queste parole di Agnese, ne succedono subito altre, diverse e opposte, come a neutralizzarle o a chiarirle meglio. Chiama Franco Bonisoli e Adriana Faranda – anch’essa ex brigatista- ‘i miei cari’ . Afferma, convinta, che, dopo i 22 anni di carcere, Franco non doveva più niente a nessuno, tanto meno a lei. Poi, i momenti più intensi: quasi grida che del dolore di un carcerato non se ne fa niente e che, tutto ciò che desidera, è che si applichi il dettame della Costituzione sul reinserimento sociale di un condannato.
Franco non riesce a parlare bene: l’emozione glielo impedisce. Piange durante tutti gli interventi e, per questo, il silenzio, anche di queste righe, sarebbe la scelta migliore.
Anche lui, però, ha un momento in cui parla in maniera più concitata: quando afferma di esser iniziato a cambiare quando ha percepito un’ umanità nuova intorno a lui, presentata da parole nuove: quelle del cappellano del carcere e del cardinal Martini, che lo chiamavano ‘fratello’. Prima, la durezza del carcere, aveva solo rafforzato le sue convinzioni e la sua, di durezza.
Ecco il chiavistello, ecco l’arcano svelato che, in realtà, è sempre sotto i nostri occhi: quando la società, lo Stato e le persone, che li compongono, hanno la forza, l’autorevolezza e il coraggio di cercare vie nuove, una via nuova si apre. È il senso intrinseco delle vita, che vuole crescere.
Di tante nuove vie qualcuna si perderà nuovamente; ma sarà sempre la logica della vita, che prevede sempre un margine, data la fragilità dei nostri cuori.
Quando l’incontro finisce, si ha la sensazione di aver assistito a qualcosa di assolutamente nuovo, dovuto forse all’ eccezionalità dei due protagonisti, capace di far provare un senso di crescita, maturazione e di respiro del cuore. Un senso di gioia. Una cosa rara, sempre, ma soprattutto in un periodo come questo, di solitudini e privazioni di speranza.
Anche questo, allora, è uno degli effetti della ‘giustizia riparativa’, quello di coinvolgere tutti e, in tutti, far passare il filo d’oro del Kintsugi, quello dorato che ripara le crepe.
Cosa sarebbe successo se, al contrario, tutto fosse rimasto in carcere, dietro le sbarre, consumato dal, e nel, dolore?
Cercare, e costruire, vie nuove è necessario.
La giustizia punitiva deumanizza la persona, isolando dalla società chi ha commesso il danno e indebolendo in questo modo la comunità, che per essere forte ha bisogno che tutti si impegnino a mantenerla unita.
Oltre all’idea di giustizia riparativa si sta diffondendo l’idea di giustizia trasformativa, che per alcune fonti fa parte della giustizia riparativa, mentre per altre diverge, dato che ha come obbiettivo lo scioglimento dei sistemi ingiusti che portano al compimento del danno.
In ogni caso, si deve puntare a una società che si prenda cura di ogni suo membro, che promuova la prevenzione del danno e che supporti nel percorso di presa di responsabilità la persona che il danno l’ha fatto, oltre a quella che l’ha subito, assicurando, in questo modo, che tutti vengano trattati con giustizia.
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