di Daniele Madau

Si sta avvicinando il rientro nelle aule e, come sempre, in questo momento la scuola è sulla bocca di tutti: lo ‘ius scholae’ , l’inclusione dei bambini stranieri, le difficoltà nel reperire i docenti supplenti e i dirigenti scolastici, e le stesse aule che son sempre più vuote, a causa dell’ ‘inverno demografico’. Noi abbiamo deciso di inaugurare il nuovo anno scolastico con un incontro e con un racconto che racchiude i bambini, l’inclusione e, forse, anche lo ‘ius scholae’ – inteso come capacità della cultura di unire mondi, e cittadinanze, lontane. Ma, in più, fa riflettere sul senso dell’uso del nostro tempo, quello dell’estate che stiamo lasciando, a volte così sprecato.
Ci sono vari modi di passare un’estate: dai più tradizionali ai più trasgressivi. Io non so a quale categoria ascrivere quello di cui ci parlerà Giuseppe, l’interlocutore del nostro incontro di oggi: forse, potremmo semplicemente definirlo ‘bello’.
E, infatti, ci racconta subito di aver partecipato al ‘festival della bellezza’: con le scenografie naturali della culla dell’umanità, l’Africa, i colori degli abiti della domenica alla messa dei fedeli della Tanzania, i sorrisi e l’affetto senza riserve dei bambini.
Giuseppe Lillus è un insegnante di sostegno, neo immesso in ruolo, e ha scelto di dedicare parte della sua estate a una missione, quella di don Carlo Rotondo, della diocesi di Cagliari, volta a portare supporto, strutture (compreso il campo da calcio a undici, col sostegno del Cagliari Calcio) e aiuto alla popolazione dello Stato sud orientale del continente africano.
‘Conoscevo l’attività di don Carlo tramite l’associazione Amici della missione e, quest’anno, ho deciso di partire: alla mia domanda su come potessi aiutare o come mi dovessi preparare, don Carlo ha risposto: devi solo portare te stesso. E così è stato, e ho ricevuto molto di più di quanto immaginassi: qualcosa di travolgente e indimenticabile; non doni, infatti, tanto quanto ricevi, che è molto di più’, inizia a raccontare Giuseppe.
Credo che poche cose possano far riflettere – scopo del nostro giornale – come la scelta di lasciare il mondo occidentale coi suoi privilegi – nel periodo in cui più ci si dedica all’oblio e alla rilassatezza- per andare verso un mondo che l’Occidente ha sfruttato e sfregiato; andare non a dimenticare e a riposarsi, quindi, ma a cercare un incontro e, forse, un altro tipo di riposo.
‘Tutto nasce dal mio cammino di fede, che alimenta il mio quotidiano; sarei voluto già partire in passato, in Amazzonia, nella missione di un altro sacerdote sardo, Don Gabriele Casu ma, alla fine, ho dovuto rinunciare. Questo, nel 2024, è stato il momento giusto, questa era la mia chiamata: e, nemmeno per un attimo, ho pensato di rinunciare. Sarei dovuto partire solo, senza conoscere bene l’inglese, per non parlare dello swahili: questo, in effetti, mi intimoriva un po’. Ma ho pensato ‘Bwana’ – in africano significa ‘Signore’- e, affidandomi a Lui, mi son buttato. E, così, ho trovato un compagno di viaggio, un seminarista sardo, con cui ho superato lo ‘stargate’ e sono arrivato nella dimensione africana. Prima a Dar El salaam e, poi, l’avventura vera e propria, sino al villaggio di Pawaga. Mi son subito sentito accolto e circondato di attenzioni, anche nelle piccole cose: pur essendo un ‘musungu’, infatti, un uomo bianco, sono stato subito considerato uno di loro, e, questa, è una loro caratteristica, che noi, forse, stiamo perdendo. Così come mi ha sorpreso la loro capacità di includere: quando i bambini giocavano, avevano sempre un’attenzione particolare per i loro compagni particolari, down o con una disabilità intellettuale o fisica. Questo, per il mio lavoro, è stato di grande aiuto ‘ .
Ma altre cose stiamo perdendo o non abbiamo ancora trovato. Allora mettiamo in chiaro le cose e smontiamo qualche pregiudizio. La Tanzania è una repubblica, la cui presidente è donna: una modernità assoluta, e sorprendente. Dal racconto di Giuseppe emerge, poi, una serenità di vita dovuta a un approccio sereno alla vita stessa, che rende noi poveri, almeno da un punto di vista relazionale. Da questo lato, paradossalmente- ma non tanto – la speranza è che la Tanzania si occidentalizzi il più tardi possibile, e non perda la sua gioia, la sua serenità e la sua semplicità.
Semplicità che poi, però, diventa vera povertà di infrastrutture, servizi e risorse. Ecco, allora, la missione.
‘Io partecipavo alla vita missionaria, ogni giorno, in modo diverso. A volte stavo coi bambini, a scuola o durante le visite mediche, a volte nel consultorio, dove possono recarsi donne di ogni religione: cattoliche, mussulmane, animiste. Si agisce sia da un punto di vista strutturale sia culturale: vorremmo far sì, infatti, che gli abitanti acquisiscano competenze, per realizzare i propri progetti. I momenti più belli, però, sono stati quando abbiamo visitato gli ammalati: vedere come ti accoglievano, lusingati perché tu ti eri degnato di andare da loro, è qualcosa che non dimenticherò’.
Il racconto prosegue, e diventa come un quadro: i cieli stellati, il fiume che scorre a Pawaga, che dà vita al villaggio; la savana, coi suoi tramonti, le sue albe e i suoi baobab: da leggenda, alberi superbi che hanno perso la chioma.
E i balli, la musica, gli animali delle riserve, i sorrisi e l’amore incondizionato dei bambini: ‘il festival della bellezza’, capace – secondo Giuseppe – di sanare le ferite dell’umanità moderna e occidentale: ‘Consiglierei a tutti un’esperienza rigenerante in Africa anche se, poi, è difficile rientrare e sopportare la nostalgia, il ‘mal d’Africa’, il senso di distacco dal vero paradiso’.
È strano, mentre scrivo, provo anch’io nostalgia di questo mondo, pur non essendoci stato: è uno degli effetti di questa meravigliosa esperienza, e di questo racconto.
Penso a un aneddoto di Giuseppe sui masai, i pastori africani: se si accorgevano che stavi scattando una foto, si spostavano, perché pensano che le foto rubino l’anima. E noi, sempre dietro, a perderci l’anima, alle immagini, alle apparenze, alle schiavitù social.
Allora, prima di perdere definitivamente l’anima penso che anche io, prima o poi, dovrò andare. E Giuseppe? Forse anche lui tornerà: ‘Ho scoperto, con immensa gioia, che potrei contribuire, da un punto di vista professionale, e non solo da volontario, allo sviluppo del sistema d’istruzione. Non nego che mi piacerebbe dedicarmi a questo’
E a chi non piacerebbe? Il cielo stellato, le persone semplici, il sorriso dei bambini a scuola. Un paradiso, in cui ritrovare l’anima.
P.S. : ‘Dany, sarebbe bello concludere l’articolo con una frase come Mungu ni upendo(Dio é amore) ‘. Ecco fatto, Giuseppe: sì, penso anche io che sarebbe bello…