di Alessandro Pretta

“Inviati Speciali” è la nuova sezione del nostro giornale, creata per dare voce e visibilità a chi, troppo spesso, rimane ai margini del racconto quotidiano. In questo spazio esploreremo le storie di persone con disabilità e di coloro che vivono situazioni di fragilità, con l’obiettivo di promuovere l’inclusione, l’equità e la giustizia sociale. La redazione di “La Riflessione Politica” crede, infatti, fermamente che ogni testimonianza sia una preziosa occasione per comprendere, riflettere e agire, contribuendo a costruire una società in cui ognuno è chiamato a fare la propria parte.
A seguire, la storia di Alessandro Pretta, un giovane di 26 anni con disabilità visiva dalla nascita, che affronta le sfide della vita con determinazione e passione. Studente di filosofia all’università, Alessandro è un esempio di resilienza e impegno nel superare le barriere, grazie all’uso di tecnologie assistive innovative. Il suo racconto esplora, dettagliatamente, come la tecnologia stia aprendo nuove opportunità professionali alle persone con disabilità visiva. Tuttavia, il cammino verso una piena inclusione è ancora lungo e richiede un cambiamento di mentalità che, come sottolinea Alessandro, veda le persone non vedenti “non come lavoratori da includere per obbligo, ma come risorse preziose che, se valorizzate correttamente, possono arricchire qualsiasi ambiente lavorativo”.
Nel 2024, il panorama lavorativo per le persone con disabilità visiva sta vivendo una trasformazione senza precedenti. Come persona che è cieca dalla nascita a causa di un distacco della retina del prematuro, ho vissuto in prima persona questo cambiamento rivoluzionario. Mi chiamo Alessandro Pretta, nato il 28 giugno 1998, e vorrei condividere la mia esperienza in questo nuovo mondo di inclusione e tecnologia.
Durante il mio stage all’Ospedale Brotzu, ho avuto modo di confrontarmi con le dinamiche reali del mondo del lavoro. Collaborando con il team dell’ufficio centralinisti, abbiamo riscontrato sia i progressi che le sfide ancora presenti nell’inclusione lavorativa delle persone con disabilità visiva. Nonostante l’impegno e la dedizione del team, spesso ci siamo scontrati con barriere che andavano oltre la semplice accessibilità tecnologica, toccando aspetti culturali e organizzativi. Sin dai miei anni al liceo classico e poi durante gli studi in filosofia all’Università di Cagliari, ho sempre nutrito un profondo desiderio di conoscenza e crescita personale. La mia cecità non è mai stata un ostacolo insormontabile, ma certamente ha reso il percorso più impegnativo, motivandomi a dare il massimo. Ho incontrato difficoltà nel terminare i miei studi universitari, ma la mia determinazione a realizzarmi come persona in ambito professionale non è mai venuta meno. Il mio obiettivo è laurearmi in filosofia nel più breve tempo possibile e puntare a nuove opportunità lavorative, come nel settore in espansione del coaching.
Penso che le tecnologie assistive, come i lettori di schermo e i software di riconoscimento ottico dei caratteri (OCR), abbiano rivoluzionato il modo in cui noi ciechi o ipovedenti interagiamo con l’ambiente di lavoro e di studio. Prima, leggere documenti o utilizzare applicazioni specifiche richiedeva assistenza costante. Oggi, con dispositivi avanzati, possiamo svolgere mansioni in maniera autonoma, riducendo la dipendenza dagli altri e aumentando la nostra produttività. Questo non solo migliora la qualità del lavoro, ma ci permette di essere parte attiva e integrante del team, contribuendo al successo dei progetti a cui partecipiamo. Un ruolo cruciale in questo cambiamento lo giocano le recenti modifiche legislative, come l’aggiornamento delle linee guida dell’Equal Employment Opportunity Commission (EEOC), che mirano a garantire una maggiore inclusione lavorativa per le persone con disabilità visiva. A tal proposito, la mia idea è che queste linee guida riconoscano finalmente l’importanza della tecnologia assistiva nel facilitare l’accesso al lavoro, spingendo i datori di lavoro a investire in strumenti capaci di rendere l’ambiente più accessibile. Questo cambiamento normativo non è solo un obbligo legale, ma rappresenta un invito a ripensare il concetto stesso di inclusione, mettendo al centro l’autonomia e l’efficacia dei lavoratori.
Un altro aspetto rilevante delle nuove linee guida è l’attenzione posta sulla tecnologia mobile. Le applicazioni per smartphone con funzionalità di assistenza integrata, come la lettura vocale dei testi o la navigazione GPS, stanno giocando un ruolo sempre più centrale nella nostra vita quotidiana. Ad esempio, il mio cane guida Voodoo, un labrador beige dai modi gentili e dal passo sicuro, mi accompagna nelle mie esplorazioni di Cagliari e oltre. Grazie alle app di navigazione, posso muovermi con maggiore autonomia, integrando l’assistenza di Voodoo con le indicazioni vocali del GPS. Questa sinergia tra tecnologia e sistemi di orientamento e mobilità tradizionali mi permette di vivere la città in modo più indipendente e sicuro.
Le nuove tecnologie non solo migliorano l’accesso all’occupazione, ma stanno cambiando anche le dinamiche all’interno degli ambienti lavorativi stessi. In passato, adattarsi a un nuovo ambiente di lavoro o apprendere nuovi strumenti poteva essere una sfida notevole. Oggi, grazie a dispositivi più avanzati e a una maggiore attenzione alla formazione, l’inclusione è più fluida e naturale. Possiamo interagire con i colleghi, partecipare attivamente alle discussioni e contribuire in modo significativo alle decisioni aziendali.
Gli strumenti raccomandati includono dispositivi come lettori di schermo avanzati, che trasformano in formato audio o braille il contenuto visivo di un computer. Software OCR, capaci di convertire testi stampati in formati accessibili, rappresentano un altro pilastro fondamentale per l’inclusione. Grazie a questi strumenti, documenti cartacei che prima costituivano un ostacolo diventano ora facilmente interpretabili e gestibili. In molti contesti lavorativi, questi strumenti si stanno diffondendo rapidamente, migliorando l’efficienza e riducendo il tempo necessario per completare determinate attività. D’altro canto, i posti di lavoro spesso non sono ancora pienamente accessibili. Le barriere architettoniche rimangono un ostacolo reale e tangibile tutt’oggi. In Italia, siamo ancora alle prese con contesti lavorativi che non favoriscono l’inclusione. Laddove c’è un impegno concreto per abbattere queste barriere, il contesto favorisce la competitività nel mondo del lavoro anche per noi che abbiamo una disabilità. Penso che lavorare su inclusione e accessibilità, spesso travisata come pratica secondaria e troppo dispendiosa, si dimostri invece il modo più efficace per consentire non solo la parità tra tutti i lavoratori, ma soprattutto una semplificazione del lavoro per tutti, maggiore coesione tra colleghi e più produttività nel mercato.
Per quanto riguarda la situazione in Italia, la mia esperienza mi porta a riflettere su come, nonostante le tecnologie moderne abbiano rivoluzionato il mondo del lavoro, consentendo a noi ciechi di accedere a un’ampia gamma di strumenti e risorse digitali, persista una mentalità arretrata che ancora limita fortemente le nostre opportunità professionali. Ho sperimentato personalmente questo problema nel mio percorso per trovare un lavoro. Spesso mi sono trovato di fronte a porte chiuse, nonostante le mie qualifiche e la mia determinazione. Ho ricevuto rifiuti sia nel mondo del lavoro come centralinista, una professione che ho visto morire lentamente durante il mio tirocinio, sia nel tentativo di intraprendere il telelavoro. Durante l’esperienza di tirocinio, ho notato una scarsità di motivazione e di opportunità per una effettiva crescita professionale. La professione del centralinista sta scomparendo, e quando anche questa opportunità non sarà più fonte di guadagno e una porta per accedere a una carriera più appagante, cosa faremo?
Ci sono paesi in Europa in cui prima si valutano le potenzialità e le competenze sul lavoro, poi i limiti oggettivi che una disabilità eventualmente comporta, e infine si adattano le mansioni. Penso che l’Italia dovrebbe seguire questo esempio. Manca un vero cambiamento culturale che riconosca le competenze e le capacità delle persone con disabilità visiva in una vasta gamma di professioni. Il problema non risiede tanto nella mancanza di risorse tecnologiche, quanto piuttosto nella carenza di informazione e formazione sia per i datori di lavoro sia per il personale di selezione. Questi pregiudizi iniziali non solo limitano le opportunità di assunzione, ma influenzano profondamente anche il nostro percorso di carriera. Anche quando riusciamo a superare la barriera dell’assunzione, incontriamo difficoltà enormi nell’avanzare professionalmente, essendo raramente considerati per promozioni o ruoli di responsabilità.
Le aziende italiane, purtroppo, non investono abbastanza nella formazione del proprio personale rispetto alla gestione della disabilità. Non c’è abbastanza consapevolezza delle tecnologie disponibili, né delle modalità per integrare efficacemente lavoratori con disabilità visiva nei processi aziendali. Questo fa sì che, anche quando un cieco o ipovedente riesce a entrare nel mondo del lavoro, spesso si ritrova isolato o non pienamente integrato. La mancanza di supporto, sia tecnologico che formativo, porta alla frustrazione e al sottoutilizzo delle nostre competenze.
Un altro aspetto problematico è l’assenza di percorsi di carriera definiti per le persone con disabilità visiva. Troppo spesso, un lavoratore non vedente si trova bloccato in una posizione iniziale, senza alcuna prospettiva di crescita o di sviluppo professionale. Questa staticità deriva principalmente dalla convinzione che la disabilità limiti inevitabilmente le possibilità di assumere ruoli più complessi o di leadership. È un pregiudizio che penalizza gravemente noi ciechi, impedendoci di dimostrare il nostro valore e di contribuire in modo significativo al successo dell’azienda. Il problema è presente anche nel settore pubblico, dove esistono leggi che dovrebbero garantire una maggiore inclusione, l’atteggiamento nei confronti delle persone con disabilità visiva resta arretrato. Le politiche di assunzione raramente vanno oltre il minimo richiesto dalla legge, e spesso veniamo inseriti in ruoli che non sfruttano appieno le nostre capacità. C’è una mancanza di visione e di strategia a lungo termine per valorizzare questo importante segmento della forza lavoro.
Per superare questa situazione, penso che sia necessario un cambiamento di mentalità profondo e strutturale. La formazione, sia a livello scolastico che professionale, deve essere orientata a mostrare le infinite possibilità che la tecnologia offre oggi a noi ciechi. Le aziende devono essere sensibilizzate sull’importanza di abbandonare gli stereotipi e di valutare i candidati sulla base delle loro reali competenze e qualifiche, e non sulla base di una disabilità visiva. Come persona che ha esplorato molteplici correnti di pensiero e ha confrontato le grandi domande dell’esistenza umana attraverso lo studio della filosofia, so che il talento non ha limiti visivi e che il successo professionale non dovrebbe avere barriere di accesso.
Inoltre, è fondamentale investire in campagne di sensibilizzazione che mostrino esempi concreti di successo di lavoratori con disabilità visiva in settori nuovi e innovativi. Solo così si potrà abbattere il pregiudizio che ancora ci confina a pochi ruoli standardizzati. Il futuro del lavoro per noi ciechi deve essere vario e dinamico, così come lo è per chiunque altro. In definitiva, l’Italia ha ancora molta strada da fare per abbracciare appieno le potenzialità dei lavoratori con disabilità visiva. Le tecnologie ci sono, le leggi ci sono, ma è la mentalità che deve cambiare. Una mentalità che veda il cieco non come un lavoratore da includere per obbligo, ma come una risorsa preziosa che, se valorizzata correttamente, può arricchire qualsiasi ambiente lavorativo.