Gli approfondimenti di ‘La Riflessione’. Conferenza con ‘Amnesty International’

di Beatrice M. e Martina S.

Il logo di ‘Amnesty’

La Riflessione’ continua a incontrare e a dare voce agli studenti, soprattutto quando ciò su cui si parla è la scuola stessa e gli incontri che questa organizza per riflettere sui diritti. A presentare un incontro col portavoce di ‘Amnesty International’, e a raccontarlo in maniera approfondita, sono Beatrice e Martina, di una terza del Liceo Classico ‘Siotto’ di Cagliari.

Il 18 settembre 2024, in occasione della presentazione a Cagliari del ‘Rapporto Amnesty International 2023/2024’ , nell’Aula Magna del Liceo ‘Siotto Pintor’, il portavoce nazionale di Amnesty dal 2003 Riccardo Noury, insieme all’attivista Paola Cuccureddu, ha tenuto una conferenza per discutere e riflettere sulle violazioni dei diritti umani nel mondo. 

Amnesty International è la più grande organizzazione che si occupa della difesa dei diritti umani, con oltre 10 milioni di soci nel mondo. E’ nata nel 1961 ad opera dell’ avvocato inglese Peter Benenson che acquistò il 28 maggio 1961 una pagina di un giornale domenicale e lesse un lungo articolo chiamato “I prigionieri dimenticati”. L’articolo iniziava così:

“ Aprite ogni giorno un giornale e troverete che c’è sempre qualcuno che è stato arrestato, torturato per le sue idee, per il suo pensiero religioso, per la sua razza, per le sue opinioni politiche. Il lettore sente un nauseante senso di impotenza, tuttavia se questi sentimenti venissero convogliati in un’azione efficace qualcosa potremmo fare.”

L’articolo continuava citando la Dichiarazione Universale dei diritti umani (adottata il 10 dicembre 1948) in cui tutti gli uomini vengono considerati uguali in dignità e diritti. Poi chiedeva ai lettori dell’articolo di chiedere la liberazione dei sei casi che venivano presentati (dell’Occidente, del Blocco sovietico, dei paesi in via di sviluppo). Da lì cominciò una lunga campagna che arriva sino ad oggi. Il simbolo di Amnesty è la candela circondata dal filo spinato con il significato di un antico proverbio cinese: “meglio accendere una candela che maledire l’oscurità”.

Riccardo Noury, socio di Amnesty dal 1980, parla del rapporto del 2023/2024 che ha fatto Amnesty sulla violazione dei diritti umani. Amnesty nacque nel 1961, e siccome non esistevano i social network o le email si inviavano lettere ai capi degli Stati in cui c’erano persone imprigionate ingiustamente perché avevano espresso le loro opinioni. Un esempio è la storia di un sindacalista della Repubblica Dominicana, Valdes, che uscì insieme a molti altri dalla prigione con un enorme sacco di yuta che conteneva lettere e messaggi di solidarietà. Il capo di Stato, quando vide che Valdes uscì,  gli chiese perché tutto il mondo gli scrivesse nonostante non fosse conosciuto e questo rispose che era merito di Amnesty International, quindi dobbiamo a lui la prima spiegazione di come funziona l’organizzazione. Oggi gli appelli possono essere firmati online sul sito di Amnesty. Riccardo racconta che quando si era iscritto ad Amnesty International vedeva in televisione e in piazza a Roma manifestazioni di signore di una certa età con un fazzoletto bianco sulla testa annodato sul collo: erano le rappresentanti in italia del movimento ‘Madri di Plaza de Mayo’, piazza di Buenos Aires. Si tratta di un’associazione formata dalle madri dei desaparecidos, ossia i dissidenti scomparsi durante la dittatura militare in Argentina tra il 1976 e il 1983. L’associazione è composta da donne che hanno tutte lo stesso obiettivo: rivendicare la scomparsa dei loro figli e ottenerne la restituzione, attività che hanno svolto e svolgono da oltre un trentennio. I figli delle madri di Plaza de Mayo sono stati tutti arrestati e tenuti illegalmente prigionieri (“desaparecidos“: letteralmente “scomparsi” in spagnolo) dagli agenti della polizia argentina in centri clandestini di detenzione, durante il periodo passato alla storia come la guerra sporca, così chiamata per i metodi illegali ed estranei ad ogni diritto utilizzati dalla giunta militare, e la maggioranza di loro è stata prima torturata ed in seguito assassinata, e fatta, poi, sparire nella più assoluta segretezza.

Riccardo ha poi chiesto a noi ragazzi di immaginare la nostra aula magna a Kabul (Afghanistan): questa sarebbe stata mezza vuota perché è l’unico Paese al mondo dove il diritto all’istruzione è negato alle donne che non possono istruirsi e, quindi, conoscere i loro diritti; sono costrette ad essere mogli, spesso già da bambine, ad essere madri e stare in casa; viene vietato loro di fare qualsiasi attività in pubblico, sono obbligate a mettere il velo per coprire i capelli o il burqa che lascia scoperti solo gli occhi. Se immaginassimo invece l‘aula a Teheran (Iraq) questa sarebbe al completo ma le ragazze sarebbero costrette ad indossare il velo e fare attenzione a non avere ciocche di capelli che fuoriescono, non potrebbero essere truccate né  indossare vestiti attillati perché loro compito è essere caste e modeste. Il 16 settembre 2022 a Teheran le guardiane che si occupavano di controllare l’abbigliamento  delle ragazze hanno scoperto che Mahsa Amini aveva una ciocca di capelli fuori posto. Per questo è stata arrestata e portata in un centro di riformazione dove è stata picchiata sino ad andare in coma per poi morire. Questo ha sollevato un movimento di protesta delle donne iraniane insieme ai loro compagni, padri e fratelli. 

Amnesty international ha redatto un volume che è la sintesi del lavoro di ricerca dell’organizzazione in 155 paesi. Questo lavoro ha lo scopo di raccontare al mondo qual è la situazione dal punto di vista dei diritti umani, di richiamare chi ha il potere di prendere decisioni in queste situazioni, di sensibilizzare e mobilitare le persone rendendole a conoscenza di ciò che accade. Da due anni a questa parte l’argomento che domina le nostre preoccupazioni è la guerra, una è iniziata nel febbraio del 2022 con l’aggressione della Russia nei confronti dell’Ucraina, la seconda è scoppiata quasi un anno fa, il 7 ottobre 2023, con un attacco di gruppi armati palestinesi, Hamas e altri, nel sud d’Israele con uccisioni di centinaia e centinaia di civili e la cattura di ostaggi con la conseguente rappresaglia israeliana, che non ha risparmiato donne e bambini pur di raggiungere l’obiettivo di distruggere i componenti dell’organizzazione che aveva effettuato l’attacco e liberare gli ostaggi. Quelli che sono stati compiuti sono veri e propri crimini di guerra. Il fatto che sentiamo ogni giorno tramite i telegiornali e i social della guerra ha reso questa un fatto semplicemente quotidiano: sembra normale che intere città restino al buio senza energia elettrica e che i civili debbano lasciare la loro casa distrutta dai bombardamenti e migrare in territori più sicuri. E’ come se il sistema universale dei diritti umani nato nel 1948 dopo la Seconda Guerra Mondiale, in cui ci sono stati milioni di morti di civili e soldati e dove si è usata la bomba atomica, sia stato dimenticato. Il diritto allo studio non esiste più in questi Stati, la maggior parte delle strutture scolastiche sono usate dai civili come rifugi che cercano di sopravvivere ai bombardamenti; non esiste più il diritto al lavoro, il diritto di esprimere le proprie opinioni, di protesta civile, di voto, di professare la propria fede religiosa. Allora Amnesty cerca di ricordare agli Stati gli obblighi da cui sono vincolati denunciando i loro crimini di guerra. Durante gli anni ‘90 ci sono state guerre nell’ex Jugoslavia e in Ruanda con dei genocidi di interi gruppi etnici. Questo ha portato alla costituzione di tribunali internazionali, che individuano i colpevoli di questi massacri per poi processarli e condannarli. Lo stesso ha fatto la Corte Penale Internazionale, nata nel 1998, che ha emesso mandati di cattura contro gli oligarchi russi per crimini compiuti contro i civili ucraini, e contro il primo ministro d’Israele e i capi di Hamas. 

Amnesty International sta attualmente seguendo il caso  di Maysoon Majidi, iraniana di 27 anni, attivista per i diritti delle donne, che ha lasciato la sua casa e si è rifugiata prima nel Kurdistan iracheno, poi ha provato a raggiungere l’Europa. È sbarcata a Crotone nel dicembre del 2023 e dal 31 di quel mese è in carcere in Calabria, con l’accusa di essere una «scafista». Secondo l’accusa essendosi messa a capo dell’imbarcazione avrebbe favorito l’ingresso di clandestini. Con lei c’è anche Marjan Jamali, fuggita con il figlio di 8 anni dal marito violento. Amnesty si occupa di casi singoli ma anche di situazioni negli stati democratici in cui ad esempio c’è l’uso eccessivo della forza per reprimere le manifestazioni.

In conclusione Riccardo specifica che Amnesty è un’organizzazione tanto forte quanto è popolata di persone, infatti se un appello è firmato da 10 persone è una cosa, se da 10.000 un’altra. L’indignazione da sola produce solo frustrazione, infatti per arrivare allo scopo c’è bisogno di manifestare tutti insieme anche se ciò può durare anni. Amnesty fa il massimo sforzo per ottenere un minimo risultato che può però salvare le vite di persone che hanno pacificamente espresso il loro dissenso, ne sono un esempio: 

– Patrick Zaki, studente all’Università di Bologna, arrestato e poi messo in carcere senza processo dalle autorità egiziane subito dopo essere atterrato all’aeroporto del Cairo.Tra le accuse formalizzate allo studente dall’Egitto c’erano istigazione alla violenza, alle proteste, al terrorismo e la gestione di un account social che puntava a minare la sicurezza pubblica. La campagna per liberarlo è durata 3 anni e 3 mesi.

– Aleksandra Yurievna Skochilenko, un’artista e attivista russa, arrestata nell’aprile 2022 per aver distribuito messaggi contro la guerra a San Pietroburgo

Nel mondo ci sono ancora migliaia di persone incarcerate, anche sconosciute, di cui Amnesty si sta occupando. 

Alla fine della conferenza Riccardo ha chiesto a noi ragazzi di rivolgergli delle domande. Tra queste una verteva sul ruolo che può avere Amnesty International nelle Nazioni dove esiste un regime totalitario con casi di mancanza di rispetto della persona. La risposta è che dove è possibile Amnesty compie un’azione diretta, altrimenti indiretta, ad esempio denuncia alle Nazioni Unite la mancanza dei diritti delle donne in Iran o in Afghanistan oppure interviene sulle aziende che forniscono i software che subiscono l’hackeraggio sugli strumenti di comunicazione nelle Nazioni che controllano i propri cittadini. Viene poi chiesto quanto sia importante la raccolta firme: questa è importantissima per riuscire a liberare casi incarcerati ingiustamente. In 50 anni Amnesty è riuscita a liberare tanti casi. La media è di 3 liberati al giorno ma purtroppo si stima ci siano 60.000 incarcerati ingiustamente.

Viene poi chiesto al portavoce di parlare di Julian Assange, un giornalista che ha diffuso documenti statunitensi segretati, ricevuti dalla ex militare Chelsea Manning, riguardanti i crimini di guerra. Per tali rivelazioni volevano processarlo negli Stati Uniti e ha subito una persecuzione fino al 2024 quando è diventato cittadino libero. Anche se è una figura controversa si è battuto per i diritti umani e bisogna ringraziarlo. 

Tra le ultime domande viene chiesto come può coesistere l’impegno professionale di una persona con l’impegno in Amnesty International. All’interno di Amnesty ci sono delle equipe di giuristi, avvocati, e tanti altri specialisti come giornalisti, grafici… Alcuni partecipano in ambito professionale, altri come volontari.

Per chiudere la conferenza viene riportato il motto ideato dal fondatore di Amnesty International Peter Benenson che si riferisce al simbolo dell’organizzazione: «Questa candela non brucia per noi, ma per tutte quelle persone che non siamo riusciti a salvare dalla prigione, che sono state uccise, torturate, rapite, o sono “scomparse”. Per loro brucia la candela di Amnesty International».

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