Se i social sono il ‘mezzo’, il fine qual è?

di Daniele Madau

Riflettiamo sull’uso dei social, prendendola con un po’ di filosofia

La notizia della decisione del governo australiano di vietare – pena sanzioni milionarie – l’uso dei social sotto i 16 anni, avrebbe dovuto suscitare una discussione generale, soprattutto in Italia. Bisognerebbe subito sottolineare come, giustamente, in Australia sia intervenuta la politica a regolamentare questa materia così delicata per i nostri ragazzi e le nostre ragazze. In Italia tutto è, come spesso accade, demandato alle famiglie e alla scuola che, ormai, barcollano sotto il peso solitario della responsabilità. A ben guardare, in più c’è un’ aggravante: nel nostro Paese non solo la politica non regola la materia, non solo la utilizza eccessivamente  (si può ben dire che ormai la politica ‘è’ social) ma ne é suddita e schiava. Evito gli esempi, li abbiamo in mente. Sui social, la mia è una posizione estrema, forse estremista, addirittura apocalittica, per usare un’ espressione di Umberto Eco, ma credo che abbia un fondo di verità. La domanda è semplice, diretta, basilare ma non superficiale, scontata ma non inutile: quali vantaggi hanno portato alla società i ‘social media’? Come sempre per capire un argomento può essere utile un’indagine etimologica: ‘media’ plurale del neutro latino ‘medium’- significa ‘mezzo’ sia nel senso ‘che sta in mezzo’ sia come ‘strumento’. La successiva domanda è naturale: se sono il mezzo, il fine qual è? E, soprattutto, se sono il mezzo non devono diventare il fine.

Forse questo fine può essere l’amplificazione di un contenuto? La socializzazione? Innanzitutto, non si può negare che queste esistessero già: conosciamo la divinità classica Fama, e ‘social’ deriva da ‘societas’, latino. Sappiamo bene, poi, quanto l’idea di comunità esistesse nei nostri quartieri e nei nostri paesi. Siamo stati noi la patria dei comuni medievali. Successivamente, dovrebbe valere sempre l’immagine evangelica dell’albero che si riconosce dai suoi frutti. Quali sono stati i frutti: la creazione dei gruppi dei compagni delle medie? La nascita degli youtuber e degli influencer? L’aver accesso diretto alle vite degli altri? Lo sviluppo di una nuova forma di comunicazione e, appunto – il termine deriva da ‘forma’ – di  informazione?E tutto questo a che prezzo? Al prezzo di nuove dipendenze, nuovi reati, nuove fragilità, perdite di altre competenze, altri saperi e dell’intermediazione? È lecita,poi, la smisurata ricchezza dei fondatori – proprietari? Come detto, so bene di essere estremo e riconosco alcuni vantaggi, come quello di essere insostituibili in situazioni di emergenza per organizzare un soccorso o diffondere un messaggio. Oppure, a un livello assai più basso, come quello dell’utilità di video tutorial.  Soprattutto tutto ciò può essere il prezzo della modernità e lo scrivo pensando che, io stesso, pubblicherò questo articolo su un social per avere più visibilità; però, lo pubblicherò anche per riflettere: i social che riflettono su se stessi, si chiama meta- riflessione. Sarebbe bello un Socrate che percorresse le nostre strade ponendoci queste domande sui social, ben coscienti del fatto che non li avrebbe usati: del resto, ci vuole un po’ di filosofia per prendere tutto con filosofia. In sua assenza, umilmente ci proviamo noi, e data la risposta sui possibili fini dobbiamo chiederci se questi fini sono buoni. Ce lo dovremmo chiedere in noi ma soprattutto coloro che eleggiamo e paghiamo profumatamente per decidere per noi. Laddove questo non accade, nasce il vero problema, che diventa corto circuito nel momento in cui i politici usano i social compulsivamente. Un corto circuito che nemmeno Socrate, che sapeva di non sapere, avrebbe potuto risolvere e che se non la morte, come nel 399 avanti Cristo, forse gli avrebbe causato una pena per diffamazione, perché zitto, contro certa politica, non sarebbe stato.

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