di Daniele Madau

Ho conosciuto persone che, anche mettendo in conto di spendere di più, compravano macchine Fiat per aiutare l’economia italiana. E ho sentito dire – in realtà, lo sento ancora – quanto sia forte il ‘made in Italy’ e quanto sia ammirata l’eccellenza italiana.
Ma il punto di partenza è sbagliato, perché solo in parte stiamo parlando di Italia: stiamo parlando del colosso dell’automobile ‘Stellantis’, il cui amministratore delegato – Tavares – si è appena dimesso.
Di Stellantis, insieme a marchi come Jeep, Opel e Chrysler, è parte integrante proprio la FIat che, all’interno del gruppo, ha portato il bagaglio di storia, conoscenze e operai delle fabbriche italiane, il suo mercato, i suoi dirigenti.
Tra questi i più conosciuti, oltre al dimissionario Tavares, Jhon Elkan e colui che, in vita, aveva guidato la prima transizione in FCA, Segio Marchionne.
Jhon Elkan si è appena rifiutato – per l’ennesima volta – di andare a riferire in Parlamento, cuore della Repubblica Italiana. Marchionne aveva portato avanti la decisione di spostare le sedi fiscali e giuridiche di FCA fuori dall’Italia, per questioni di tasse, burocrazia, costi, internazionalizzazione, quotazioni in borsa. A lui plaudeva Renzi che, dovendo scegliere tra Marchionne e il sindacato, affermava sicuro: ‘Sto con Marchionne senza se e senza ma’. Non si sono sentire reazioni di Renzi ora che, con le dimissioni di Tavares a seguito di un 2024 dai numeri pessimi per Stellantis, la crisi dell’automobile in Italia è conclamata, con conseguente ricaduta sull’occupazione. La notizia, terribile, è pero che la crisi è mondiale. Solo la Cina e Tesla sono pronti alla transizione elettriche. E’ un confronto interessante, perché abbiamo il comunismo reale contro il più grande imprenditore privato. Come sempre, la verità potrebbe stare nel mezzo. Tra l’enorme lavoro operaio poco tutelato e poco pagato della Cina e l’imprenditoria futurista che vuole governare lo Stato per depotenziarlo- a cui si aggrappa già la nuova amministrazione Trump – bisognerebbe scegliere una forte industria guidata dallo Stato.
E’ successo? Sì, sino a poco tempo fa, sino agli inizi degli anni ’90, prima delle privatizzazioni, prima della globalizzazione, prima della smantellazione della presenza dello Stato nel tessuto sociale quotidiano.
I nostri nonni o i nostri genitori lavoravano all’Enel, all’Agip, alle Fs, alle Poste, nelle banche, nelle forze armate, nell’impego strettamente pubblico o nelle grandi aziende, venivano formati, assistiti – con dopolavori, colonie, premi produzione, incentivi, pensioni anticipate, asili – creavano una famiglia e contribuivano al benessere. Erano gli effetti di una congiuntura favorevole tra piano Marshall, grandi industriali come Mattei e Olivetti, ricostruzione post-belliche, presenza dei grandi partiti come DC e PCI – e dei sindacati – che spingevano e lottavano tra loro per aumentare il benessere e il consenso, anche a costo del bilancio statale. C’era, poi, una grande coscienza collettiva, dovuta alla voglia di informarsi, studiare, crescere, che portava alla consapevolezza di quanto fosse importante il proprio lavoro e il proprio contributo.
Alle spalle di tutto c’era, però, lo Stato. E’ lo Stato che ha pensato i piani di rinascita, l’Iri, le casse per il Mezzogiorno: con tutti i difetti, ma c’erano. Una volta andato via lo Stato – e di fronte alla modernità e all’internazionalizzazione della globalizzazione – le grandi industrie hanno mantenuto quasi solo il loro volto dedito ai ‘dividendi’. Le due anime della società – Stato e aziende – si sono scisse, in maniera dolorosa e – sembra – irreversibile. Non so quale sia il segreto di grandi aziende come Barilla, Luxottica, Ferrero, Tod’s : vedo in loro, però, sapienza artigianale, industriale e di marketing, lungimiranza. In Armani, invece -purtroppo – vedo ancora poca attenzione all’ambiente e alla salute delle modelle, ma in nessuna mi sembra di vedere il desiderio di far crescere l’Italia. Del resto, non esiste un piano industriale, non esiste un salario minimo e, paradosso dei paradossi per un Paese con un alto tasso di occupazione, non esistono più i centri per l’impiego, laddove prima avevamo gli uffici di collocamento.
Nella sfida della globalizzazione non vincono coloro che cedono al mercato industriale la gestione della nostro lavoro; può sembrare non immediatamente riscontrabile ma è ancora vero il contrario: Stati -modello come Svezia, Danimanrca, Norvegia, Finlandia sono Paesi con uno fortissimo stato sociale e con una industrializzazione ridotta. Istruzione, qualità della vita, rispetto dell’ambiente e della famiglia sono le stelle polari. E queste, anche se va contro il pensiero del capitalismo meno illuminato, le dà ancora lo Stato. E, non dimentichiamocelo, lo Stato, l’Italia, siamo ancora tutti noi, che -magari – abbiamo creduto nel comprare prodotti italiani: commercianti, artigiani, liberi professionisti, impegati nel pubblico e nel privato, pensionati. Operai. Tutti noi.