di Daniele Madau


Quando si dice – per sottolineare il paradosso – che Gesù non è nato né il 25 dicembre né nell’anno zero, si dice la verità: in effetti, poche informazioni precise si possono avere di un evento accaduto in un paese sperduto di una remota parte del mondo, allora non ancora del tutto sottomesso a Roma. Stiamo davvero parlando di una delle ‘periferie’ che, come accade ancora oggi, non aveva né storici ufficiali né uffici stampa. Inoltre, stiamo parlando di un’umile coppia di genitori, che non apparteneva a nessuno dei ceti privilegiati. La data del 25 dicembre, allora, è frutto di ciò che viene chiamato ‘sincretismo religioso’, definizione che indica l’appropriazione da parte di una religione di elementi propri di altri credi: nell’antica Roma il 25 dicembre veniva festeggiato Mitra, il dio del sole invincibile (sol invictus). Quando però l’imperatore Costantino, intorno al 330 d.C., si convertì al cristianesimo, il 25 dicembre si incominciò a festeggiare non più il “Natalis solis” ma il “Natalis Christi”. Siamo subito dopo il solstizio d’inverno, in cui il sole si riappropria, piano piano, del suo potere sulle tenebre e l’oscurità: se pensiamo alle mille luci del nostro Natale, allora, possiamo capire quale significato di speranza e di vita si celi dietro questa simbologia di luci che, per la tradizione cristiana, è incarnata in un bambino nato povero, in una periferia. Per quanto riguarda la data, gli studiosi generalmente indicano la nascita di Gesù tra il 7 e il 4 a.C. Secondo la maggior parte degli storici, infatti, Erode sarebbe morto nel 4 a.C., anche se vi sono state in passato, e vi sono anche oggi, ripetute proposte di altre date.
La datazione tradizionale risale al monaco Dionigi il Piccolo, nel VI secolo. Questa datazione si discosta, comunque, solo di uno o due anni da quella fornita dai Padri della Chiesa sin dal II-III secolo. Stiamo parlando, dunque, di una tradizione davvero millenaria, bimillenaria, sulla quale non è opportuno ragionare di date, a meno che non lo si faccia di professione o non si abbiano curiosità erudite. Lo stesso discorso vale per il racconto della Natività che, dopo gli elementi forniti da Matteo e Luca – gli evangelisti della Natività stessa -, si è arricchito dei dettagli dei vangeli apocrifi, ricchi di particolari perché nati proprio per sopperire a quella mancanza. Mancanza comprensibile, dato che i testi più antichi del Nuovo Testamento risalgono a circa il 50 d.C. e in cui non vi era traccia di bue, asino e del numero dei magi. Circa millecento anni dopo, San Francesco, poco prima di morire, realizzò a Greccio il primo presepe della storia, per rivivere la povertà in cui nacque Gesù.
In quei testi si parlava, per la prima volta in ambito religioso, di un Dio che diventava uomo, nascendo da una ragazza ebrea e non perdendo nulla della sua divinità. Erano già esistite divinità che avevano assunto forma umana, ed esisteva già il monoteismo. Ma nessuno aveva mai parlato dell’unico Dio che, nascendo da una donna, come tutti noi, condividesse la condizione umana.
E allora, forse, si può aspettare il Natale riflettendo su questo: che la nascita è qualcosa che ci accomuna tutti e tutti rende vicini e fratelli, vicini e sorelle. Laicamente, tutti siamo nati e venuti al mondo, col pianto e avvertendo il freddo, come già cantava Leopardi. Dopo aver riflettuto su questo, sarebbe bello il silenzio, un altro dei simboli del Natale: il silenzio di un cielo d’inverno, limpido e terso, in cui le luci delle stelle risaltano di più.
Qust’anno, il 24 dicembre – domani – si aprirà la porta santa del giubileo a San Pietro, esattamente 725 anni dopo la prima apertura, quella di Bonifacio VIII che, venendo incontro alle innumerevoli richieste e alla forti pressioni dei pellegrini i quali – non potendo più recarsi a Gerusalemme – andavano a Roma, concesse un anno di remissione dei peccati e di estinzione di ogni pena. Il giubileo ha radici nell’Antico Testamento, dove il libro del Levitico (25:8-13) descrive un periodo di liberazione e grazia, celebrato ogni 50 anni. In quel tempo, che si apriva al suono di un corno di capra (yobel), i debiti venivano cancellati, gli schiavi liberati e le terre restituite ai proprietari originari.
Il 26 dicembre, però, si aprirà anche una porta santa in carcere, il luogo in cui i debiti si pagano per poter ritornare liberi ed essere accolti nuovamente dalla società, rinnovati.
E’ un’altra immagine simbolica e forte, di ogni nostro debito, errore, colpa o senso di colpa, che non dovrebbe mai avere l’ultima parola. Neanche la colpa terribile, di una società intera, di aver lasciato una bambina di 10 anni -Jasmine – in balìa del mare d’inverno per due interi giorni, prima di essere salvata dai soccorritori delle Ong. E’ una nuova Natività, questa, perché Jasmine si è salvata e ha avuto accanto un uomo e una donna che l’hanno accudita, in una sacra famiglia più bella di quella di Michelangelo. Che bel Natale, quello in cui una bambina migrante, salvatasi miracolosamente, è un nuovo segno di speranza.